Lettere dalla corsia n. 6

Da: andr@vipmail.hu
Inviato: mercoledì 14 novembre 2012  21:57:39
A: morellerouge@yahoo.it

Cara Morelle,
Il mio test d’italiano è finito e sono contento perché tutto è andato bene. Nella parte sul computer c’erano esercizi molto semplici e alla maggior parte non c’erano grandi difficoltà. In alcuni casi ero in dubbio perché c’erano espressioni italiane che non ho mai sentito. Ma penso che queste non appartengano al livello B1. Ho avuto un po’ di paura della parte orale, ma questa non era così difficile, perché ho potuto parlare facilmente e anche l’esaminatrice era molto spontanea. La parte orale mi sembrava più facile della parte sul computer.
Vorrei ringraziarti tutto che tu hai fatto per insegnarmi la lingua italiana. Ti sono grato per tutte le lezioni, per le canzoni bellissime (sono sempre felice quando le ascolto), per tutto il tempo che abbiamo passato insieme. Per tutto ciò io posso dire un grande GRAZIE.
Con affetto,
A.

***

Da: phil@gmx.de
Inviato: venerdì 16 novembre 2012  19:04:39
A: morellerouge@yahoo.it

Cara Morelle,
la lotta è finita e tutto è andato bene. Ambedue, la parte scritta e orale, non erano troppo difficili. Non lo dico molto spesso, ma oggi sono veramente contento…
Di nuovo grazie per il tuo impegno, la tua indulgenza e la tua pazienza che tutti insieme sembrano essere illimitati.
Non so, quando ci incontreremo di nuovo, ma fino ad allora ti auguro ogni bene!
Tanti cari saluti e un buon weekend!
P.

***

Da: mat@gmx.de
Inviato: sabato 17 novembre 2012  15:24:34
A: morellerouge@yahoo.it

Cara Morelle,
Qualche giorno dopo l’esame voglio ringraziarti un altra volta.
Anche se non sono veramente contenta con il parte orale (perchè nella mia nervosità ho evitato di usare verbi nei tempi differenti) spero di avere superato.
Lavorare con te e partecipare al tuo entusiasmo per la lingua è stato un piacere per me!
Spero di rivederti presto e ti auguro una buona domenica!
M.

***

Cari studenti che mi avete scritto e ai quali ho già risposto privatamente, uno per uno,
Cari studenti che mi scriverete e ai quali risponderò privatamente, uno per uno,
Cari studenti che mi scrivete ancora dopo tanto tempo, dalla Germania, dalla Cina, dalla Danimarca, dagli Stati Uniti, da dove state tutti,

oggi non vi scrive la vostra insegnante di italiano.
Non vi scrive nemmeno l’autrice del blog Tornasole, che non conoscete.
Oggi vi scrive una persona un po’ stanca che, sul treno, mentre va all’università a fare lezione con nuovi studenti, legge annunci di lavoro come commessa, baby-sitter, centralinista, operatrice di call center e donna delle pulizie.
Volevo dirvi alcune cose (“ma perché tu dici ‘volevo’? Adesso non vuoi più?”… Sì, lo voglio ancora, ma spesso diciamo “volevo” per dire “vorrei”, perché la lingua è viva e la lingua usa così, però adesso è venuto il dubbio anche a me su questo fatto).
Volevo dirvi che, quando ho ricevuto l’e-mail di A., stavo in macchina sulla Tiburtina. Tornavo dalla mia lezione serale di tango alla quale Le Sanglier mi aveva trascinato, dopo avermi sollevato di peso dal letto dove mi andava di restare a dormire e dopo avermi imposto di darmi una ripulita. Non avevo voglia, infatti, di andare alla lezione serale di tango e non avevo voglia nemmeno di correggere una ventina di testi dei miei studenti di questo periodo (li avrei corretti in stato di angoscia la mattina dopo, un’ora prima di entrare in aula). Non avevo voglia perché, certe volte, uno non ha più voglia di fare le cose. Comunque, ero andata alla lezione di tango. E stavo in macchina sulla Tiburtina, quando ho letto l’e-mail di A. sul cellulare. Allora m’è venuto un po’ da piangere. Non saprei spiegarvi bene il motivo, però credo che c’entri qualcosa il fatto che in questi mesi sto pensando di cambiare lavoro.
Oh, non è perché non mi piacete più.

È che la settimana scorsa, o forse due settimane fa, o due mesi fa, non mi ricordo più, è successo un fatto assai strano. Avevo sette ore di lezione in due posti diversi e al mattino, quando sono andata a comprare il biglietto del treno Bagni di Tivoli -Roma Tiburtina, che costa due euro e dieci, mi sono accorta che avevo un euro e venti in tasca. Sì, perché questo mese l’abbonamento ai mezzi non l’ho fatto e perché le università ci pagano alla fine dei corsi, o qualche mese dopo la fine (però, quando arrivano i bonifici da due tre quattro università tutti insieme, vado a cena fuori e mi compro un sacco di roba, perché quando ce li ho, i soldi, li butto via in preda a un’incontenibile ebbrezza, ché tanto il futuro era ieri. Quindi vado pure a lezione di tango, voglio morire da tanguera, perdio!). Insomma, non so com’è successo, ma stavo lì, per strada, e avevo il treno alle 8.04 ed erano le 7.45 e non avevo soldi per andare a lavorare. Allora sono corsa a casa e ho svuotato tutte le tasche di tutti i pantaloni, i miei e quelli del mio compagno, le borse, i cassetti, e ho messo insieme sette euro di monete. Così ho potuto prendere il treno per andare a lavoro, e anche quello per tornare a casa la sera.
Poi c’è stata una frattura. Uno specchio che si rompe all’improvviso, un quadro che cade dopo tanti anni, una corda che si spezza. Una cosa che fa crac, o crash, o bang, o bum.
E ho comprato due giornali per annunci di lavoro.
Non lo so come si sta alla cassa di un negozio, però – ho pensato – forse lo posso imparare. Forse lo posso fare part time, quando non sto in aula. O lo posso pure fare sempre.

Sapete, c’è un momento molto preciso del nostro tempo insieme in classe in cui avviene un prodigio. Dal giorno in cui iniziate ad articolare i vostri primi suoni in italiano, e poi le vostre parole insicure, con la faccia chiazzata di imbarazzo e la voce rotta, io vi amo. M’innamoro sempre, delle parole vostre. In esse sta la richiesta di diritto alla cittadinanza dentro la mia lingua, terra sconosciuta. M’innamoro, anche, quando vi invito a fare ipotesi sul significato del titolo di un fatto di cronaca riportato sul giornale: “Ragazza trovata morta in riva al lago. È giallo”, e qualcuno di voi si gratta la testa un po’ perplesso e dice “Forse ‘è giallo’ signifìca chi la faccia di la ragaza morta ha diventata gialla?” e qualcun altro ribatte “Me sembra un titolo un po’ morboso por un giornale”, e ci stiamo su un quarto d’ora buono, a capire perché in Italia il delitto è giallo, la cronaca è nera, oppure rosa.
Qualche volta vi odio anche, eh. Il mal di cuore mi fate venire voi, e quando esco dalla classe mi fumo una sigaretta a stomaco vuoto e bestemmio i santi.

Quest’amore nostro è una spiacevole trappola. Ho tre capelli incanutiti e il cuore gonfio e però, sapete, nel nostro Paese a noi di trenta e quarant’anni ci chiamano “giovani” ed è vietato lamentarci se non riusciamo a campare con un lavoro che ci piace, ci dicono che siamo schizzinosi, che dovremmo essere pratici, o accontentarci di quello che capita.
Ecco perché, quando ho letto l’e-mail di A. mentre stavo in macchina sulla Tiburtina, e poi quando ho letto quella di P. e quella di M., ma pure quando ho letto quella di K., di I., di G., di Z., di J., ho pianto come una bambina confusa. Perché voi non potete, non potete venire a distrarmi in questo modo, adesso che io ho bisogno di concentrazione per mollare. Voi non potete lasciarmi con il sospetto insopportabile che io sappia fare quello che non voglio più fare. Voi mi dovete scrivere: “Cara Morelle, Professoressa Morelle, dottoressa Morelle Rouge, adesso che non devo più vedere la tua sorridente faccia di cazzo posso finalmente dirti che le tue lezioni mi hanno fatto cacare, che i tuoi corsi sono una palla al culo, e che se prima l’Italia e gli italiani mi facevano schifo, adesso di più”. Così mi dovete scrivere, e io mi tranquillizzo, mi rassicuro che voi avete imparato un po’ di italiano utile e che quest’amore che io ho per voi mi fa morire. Così, così solo avrei meno paura di fare la cosa sbagliata, meno nostalgia dei giorni passati ad amarvi e a maledirvi.

Ecco, questo volevo dirvi. Se non avete capito tutto, non è un problema, ormai lo sapete che non è importante capire tutte le parole, ma solo il senso generale. Adesso leggete un’altra volta e cercate nel testo i verbi al passato prossimo e all’imperfetto. Qual è la differenza d’uso? Fate un’ipotesi. Voi continuate, continuate.

Morelle

Il diavolo e la pazienza

C’è un trionfo di serotonina
dove termina il dolore
(Ivano Fossati, L’angelo e la pazienza, rivisto e corretto)

Volevo scrivere delle rosticcerie, delle tavole calde, dei ristoranti, delle pizzerie e dei caffè di Roma nella pausa pranzo di un lavoratore co.co.pro.
Volevo scrivere, per esempio, di come i luoghi frequentati da un lavoratore co.co.pro. nella sua pausa pranzo, se ce l’ha, non siano mai gli stessi durante l’anno. Volevo dunque scrivere qualcosa sulle ragioni dell’espunzione dell’avverbio “abitualmente” tra “luoghi” e “frequentati”. Volevo perciò scrivere dell’abitudine, avevo tanto da dire sull’abitudine, su come – dicono – ci si abitui a tutto, ma veri scrittori l’hanno già fatto sapientemente, e non c’è più niente da scrivere, né da dire, e anche questo, cioè che non c’è più niente da scrivere né da dire, l’avevo già scritto.
Volevo scrivere, pure, di come il lavoratore co.co.pro. che presti il suo servizio in qualità di “esperto di Qualcosa” in tre o più posti durante l’anno sia capace di realizzare un’accuratissima mappatura dei luoghi di ristorazione presenti nella città dove va collezionando il maggior numero di contratti.
Volevo provare a fare il ritratto dei clienti (“abituali”? Non saprei dirlo) di tutti i posti in cui un lavoratore co.co.pro. trangugia colazioni e pranzi durante l’anno.
Volevo scrivere, insomma, un post ilare, brioso, eventualmente brillante.
Volevo scriverlo, ma non lo farò, credo, perché quello che mi viene da scrivere in proposito è pari a quello che mi viene da dire ogni due o tre mesi dell’anno quando, nella pausa pranzo alla tavola calda Volpini di fronte alla fermata della metro B Policlinico, o nella pausa pranzo alla caffetteria Il Baretto di Piazza San Bernardo, o nella pausa pranzo in una paninoteca di Garbatella, o nella pausa pranzo in un bar della stazione Anagnina, il barista mi sorride e mi dice “Come mai di nuovo da queste parti? Non t’ho più visto”: niente.
A ben vedere, quasi niente. Posso dire, infatti, che i cornetti al pistacchio di Volpini sanno un po’ di cartone, o di quello che immagino sia il sapore del cartone, e che la rucola dentro i tramezzini del Baretto lascia pensare alle alghe che si vedono in riva al mare dalle parti mie. In compenso, però, le fettuccine al salmone del primo e il caffè del secondo sono lodevoli.

Volevo scrivere, poi, dei traslochi. Qui, però, mi è mancato un paragone, e un po’ di coraggio. Mi sono venute in mente certe poesie della Szymborska che volevo rileggere, ma non avevo a portata di mano i libri, perché stanno già imballati negli scatoloni per detersivi Nelsen e Dash, accatastati all’ingresso delle stanze a mo’ di fermaporte, vicino ai sacchi della spazzatura da buttare.

Volevo scrivere una lettera a mio padre.
Poiché nemmeno questo mi riusciva, volevo allora spedirgli una copia delle poesie di Sbarbaro, e mettere un segnalibro nella pagina famosa dove scrive

Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t’amerei.

ma non me la sento. E comunque Svevo Bandini non legge poesie.

Volevo anche andare al mare, a mangiare le cozze. O in Finlandia, a spalare la neve.
Volevo fermare qualcuno per strada, o mettermi a parlare con uno sconosciuto sul treno regionale delle 8.04 per Roma Tiburtina (arriverà con un ritardo previsto di dieci minuti), e chiedergli:
“Non pare anche a te che le estati siano sempre più calde e gli inverni sempre più freddi?”.

Invece ho fatto un’altra cosa.

Il peso netto della grazia, dopo Christian Raimo

Roma, dalle otto del mattino alle sette di sera di una giornata lavorativa, è una città dove io non voglio più stare. Però ci sto da quattro anni. Alle otto del mattino di una giornata lavorativa, in questo periodo, sto al binario 2 est della stazione Tiburtina. Sto ferma, in cima alle scale del corridoio sotterraneo che dal binario 2 est portano ai labirinti che portano all’ingresso della metro. Sto ferma, e aspetto il mio turno insieme ai compagni sconosciuti. Ci si muove a scaglioni, prima il gruppo in fondo alla scala, poi quello a metà, infine quello in cima. A me viene in mente quando all’uscita da scuola ci facevano mettere in fila, a coppie, mano nella mano. Prima uscivano i bambini della prima elementare, poi quelli della seconda, poi quelli della terza, infine quelli della quarta e della quinta.

I colleghi dell’università, quella dove lavoro in questo periodo, si lamentano dei compensi “esigui” e dei pagamenti “tardivi” e della “scarsa trasparenza sulla tassazione applicata”. In questo periodo, che poi è uguale ad altri, stiamo tenendo i corsi di italiano per gli studenti Erasmus senza aver ancora firmato il contratto. Qualcuno lancia l’idea di uno sciopero, qualcun altro di boicottare la riunione della prossima settimana – nelle riunioni dei docenti Erasmus si discute perlopiù dell’importanza di utilizzare in aula un lessico specialistico, per esempio il verbo “dedurre”.
Mentre cammino e mentre aspetto, sto tutto il tempo con la faccia sullo smartphone, che mi segnala venticinque e-mail dei colleghi ricevute in mezza giornata. “Dobbiamo essere uniti”, dicono i colleghi, che poi sono gli stessi di altri posti in cui ho lavorato in altri periodi in cui dovevamo essere uniti. Io penso che mi secca parecchio la posta elettronica, soprattutto quando si forma quella lunga catena di “RE: R: Re: RE: R: RE:: R: riunio…” e non si legge più l’oggetto. Poi, non so perché, mi viene in mente anche un fidanzato che avevo al liceo, che di cognome faceva Re.
A volte mi succede di non avere voglia di essere unita, e mi succede per lunghe settimane.

Mio padre è diventato nonno. Cioè, da quando il suo maltese di sette anni, dopo innumerevoli tentativi, è riuscito – io credo con l’aiuto decisivo del veterinario – a fecondare una cagnetta, mio padre è in preda a un entusiasmo beota simile a quello di chi diventa nonno – padre lo è già da diversi anni. Mi manda un sms alle dieci del mattino, mentre lo presumo a lavoro: “Ti ho messo su dropbox le foto dei figli di Niki”. Non rispondo, allora mi telefona la sera, “Hai visto le foto?”, “No, se non metti la cartella in condivisione con me non le vedrò mai”, “Ah. Quindi non basta che le carico su drobbòcse?”, “No, non basta. Devi fare scèir”, “Ah vabbè. Mo lo faccio. Tu guardale”. Guardo ventitré foto di cuccioli maltesi. In un paio ci sta pure mia madre. Ne tiene uno tra le mani, vicino al petto, e ha la testa girata da un lato, il collo teso e il mento rivolto alla spalla. La sua posa mi ricorda una vecchia foto in cui tiene me allo stesso modo. Allora tracanno un bicchiere di vino e me ne vado a dormire.

In questo periodo sto leggendo Il peso della grazia di Christian Raimo. Me ne accorgo perché durante il giorno, mentre sono ferma sulla banchina di Termini ad aspettare la metro, o mentre sto seduta sul treno Tivoli-Roma Tiburtina o su quello Roma Tiburtina-Tivoli, m’intristisco più del solito. Mi pare un fatto evidente. A pagina centottantasette lui scrive così: “Fuori fa una caldo che scivola sotto la pelle, una cappa piatta e avvolgente come una coperta termica. Che è successo? Mi rifaccio il mio chilometro a piedi. Il calore siringa la testa fino a farmela scoppiare. Moriremo così? Fra qualche anno, la maggior parte della gente accetterà questa come morte: le conseguenze di una temperatura non più adatta agli uomini”. Per il resto racconta, perlopiù come tutti, di una storia d’amore come tante (con una certa Fiora, che, chissa perché, m’immagino con la faccia di quella ragazza coi capelli scuri che, un po’ di tempo fa, stava nella pubblicità del cappuccino Nescafè, come si chiama? E, comunque, il personaggio di Flora mi sfugge). Racconta pure, perlopiù come tutti, di un lavoratore precario come tanti.
Io penso che al mondo non c’è più niente da scrivere, né da dire.

Forse, mi dico, è per questo motivo, cioè per il fatto che al mondo non c’è più niente da scrivere, né da dire, che un paio di settimane fa ho accettato di fare un gioco insieme a una mia amica, via e-mail. Scriviamo una “Lettera a quattro mani”: una sola parola ciascuno, nessun tema prestabilito, nessun progetto personale, nessuna informazione sulle intenzioni dell’altra. Nessun senso, forse. La parola, mi ha spiegato lei, può essere un nome, un aggettivo, un avverbio, un verbo, un articolo, una preposizione, una parola straniera, tutto, anche una parola che non esiste. L’unica regola del gioco è che la punteggiatura va messa da chi delle due vuole che la propria parola sia seguita da un segno di punteggiatura. Per il resto, dice, completa libertà.
Ha cominciato lei con “Adorata”. Io non avevo ancora iniziato a leggere il libro di Raimo, però ho scritto: “Grazia,”. “la”, ha rilanciato lei. “tua”, ho scritto io. “partenza”, ha continuato lei. “mi”, ho digitato io mentre stavo al Pertini insieme a Le Sanglier, che doveva fare una visita dal dietologo perché, dice, vuole buttare giù la trippa che lo fa intruppare quando andiamo a ballare il tango (ed è vero, intruppa).
Da allora questo gioco s’incastona negli interstizi delle mie giornate, fra un treno Tivoli-Roma Tiburtina e uno Roma Tiburtina-Tivoli, un’e-mail con oggetto “RE: R: Re: RE: R: RE: riunio…” e un’altra “RE: R: Re: RE: R: RE: boicott…”, facce di studenti Erasmus che vanno e vengono, soldi che non ci stanno, bollette da pagare, quattro pagine del Peso di Raimo che mi s’incuneano nello stomaco.
Ogni tanto mi arriva un’e-mail della mia amica (“RE: R: Re: RE: R: R: RE: Letter…”) con la sua nuova parola e allora è il mio turno. Scrivo perlopiù con lo smartphone, dove e quando mi capita. Sul treno al mattino presto, all’università prima di entrare in aula, in bagno quando la stitichezza mi dà tregua, per strada sotto la pioggia delle sei, se ho campo anche in metro, mentre mi tengo in equilibrio schiacciata tra avvocati di Barberini e barboni dell’Esquilino. A volte non ho idee, né sentimenti, nemmeno per una sola parola.

Siamo a:
[RE: R: Re: RE: R: RE: Re: R: Re: RE: R: Re: R: Lett...]
“Adorata Grazia,
la tua partenza mi illumina, confido nella nostra terribile sorte.
Quando il deserto dei rododendri ci trasformerà, saremo finalmente lievi. Benedette le mani di chi prega: “Urielé mio! Mandiscar jo ùpia rododàktulos venèi”, con indomite anime.
Ma non dimenticare l’accento né l’apostrofo.
Dobbiamo avere pronti gli scudi per difenderci dai morenti spiriti.
Il coraggio sarà l’inizio o la fine del dolore, mia”.

Tocca a me, ma non c’è più niente da scrivere, né da dire.
“mia”?

Un campione di scrittura femminile al secondo giorno di ciclo da donare alla ricerca scientifica

Una donna non dovrebbe scrivere, nei giorni del ciclo mestruale.
Cioè, se vuole scrivere, che scriva, ma non scriva su un blog, o comunque non scriva per essere letta. Perché, se in condizioni non alterate dal mensile sconquasso ovarico scrive bene, è possibile e anzi da temere che in quei giorni scriva male e, se in condizioni non alterate dal mensile sconquasso ovarico scrive male, è plausibile e anzi da temere che in quei giorni scriva peggio.
Soprattutto, nei giorni del ciclo mestruale, una donna che abbia in seria considerazione l’attività di scrittura dovrebbe tenersene alla larga e piuttosto mandare giù una compressa di ibuprofene, o farsi una tisana.
Se non sa resistere alla tentazione di scrivere, e malauguratamente di scrivere su un blog, e se non c’è nessuno a impedirglielo con la forza, dovrebbe almeno avere la premura d’avvertire il lettore.
Dovrebbe dire, credo: “Caro lettore, sto per scrivere di questo, o di quest’altro. Torna quando ho finito”.

Ieri avevo cominciato a mettere in ordine le numerose centinaia di foto sul mio computer, un lavoro che rimandavo già da tempo, e lo rimandavo perché è un lavoro che ogni tanto si deve pur fare, come la scansione antivirus o la pulizia del disco, o gli esami del sangue o le ecografie, e quello che ogni tanto si deve pur fare mi annoia o mi turba. In effetti, ho lasciato perdere dopo un po’, perché non riuscivo a decidere se il criterio migliore fosse quello cronologico (anno per anno), o tematico (viaggi, città, esperienze, situazioni).
Quello cronologico m’incupiva e quello tematico m’insospettiva.
Il primo obbligava a una percezione tanto semplice quanto penosa di un aberrante processo di sottrazione in atto. Ogni anno che passa, infatti, non è un anno in più che abbiamo, ma un anno in meno che resta.
Il secondo costringeva a sospettare che il tema, quando c’è, sia raramente uno solo e quasi mai quello che pare più evidente.
La scelta, dunque, era tra il criterio della cupezza e il criterio del sospetto.
L’ibuprofene lo avevo già preso e la tisana non ce l’avevo. Allora mi sono messa a scrivere.

Caro lettore, adesso ho finito e tu puoi tornare, se ne hai voglia. Però, per favore, quando non trovi nuovi scritti su questo blog, non mandarmi e-mail in cui mi chiedi perché non scrivo.

Momenti di trascurabile infelicità #3

Affacciarmi sul balcone e vedere la mia macchina, Smeralda Deluxe, in uno stato deplorevole. Impiegare le energie a disposizione per commiserarla, invece che per lavarla.
Chiedermi perché l’ho voluta.

Amare un uomo che si addormenta davanti a La strada verso casa di Zhang Yimou. Sapere che lui dice la stessa cosa della donna che ama (la stessa che lo ama, immagino), riguardo ai film che le propone.

L’esistenza dell’attesa.
La consuetudine con la quale, in certe particolari attese, mi viene in mente il racconto di Kafka Davanti alla legge. Cioè, il fatto che mi venga in mente in un momento spiacevole, mentre leggere Kafka era spiacevole in un modo molto piacevole, come sentire in altre occasioni della vita, e per tutto l’anno successivo alla prima lettura de La metamorfosi, un dolore alla schiena ogni volta che vedevo delle piccole mele rosse. Pensare che le piccole mele rosse conficcate nella schiena, volendo – così si dice, “volendo”, e in effetti alcune persone mostrano di riuscire molto bene a volere quando il volere riguardi il baratto di una volontà ferrea con una vitrea – sono solo letteratura, invece l’attesa no.
La verità, della quale mi vergogno un po’ e per cui voglio punirmi confessandola, di aver confuso inspiegabilmente adesso, nella memoria, le piccole mele rosse con delle arance ed essere stata quindi costretta, non avendo con me la mia copia del libro, ad andare a verificare su internet.
(Più di tutto, attese comprese, il fatto di essere incappata in questo momento, mentre cercavo rapidamente l’informazione su internet, nella seguente domanda di un utente su Yahoo Answers, che trascrivo fedelmente: “Cne ‘La metamorfosi’ di Kafka lo scarafaggio quanto grande è? E’ di grandezza normale o è un mega scarafaggio? Se è di grandezza normale come si spiega la mela conficcatagli dal padre sulla schiena?….o il fatto che,quando la sorella vuole smantellargli la camera, lui ,arrabbiato, per farle capire che non vuole si piazza sopra il quadro fino a coprirlo interamente?? D’altra parte però se fosse un mega scarafaggio sarebbe surreale il fatto che riesca a farsi lunghe passeggiate sul soffitto e sulle pareti della sua stanza…. Uhm…. forse è una domanda stupida…..!“. Il fatto che l’utente abbia ricevuto risposta. Anzi, risposte, tra le quali una che, con ammirevole prudenza, suggeriva utilmente: “Non credo che questo libro vada preso proprio alla lettera”. L’idea che forse non ho capito di che cosa parlavano)

Il parmigiano sugli spaghetti allo scoglio, o sul risotto ai frutti di mare, e tutti quelli che invece ce lo mettono. Tutti, indistintamente.

Ricevere da un’amica la seguente richiesta, via sms: “Voglio il post su di me, una relazione attenta e dettagliata”. Non poter fare a meno di rispondere: “Ma mica si caca a comando” (il fatto che qualche volta mi viene da dire, o da scrivere, “caga” e non “caca”, sentendomi di conseguenza una dialettofona irragionevolmente ibrida e colpevole nei confronti della mia abruzzesità).
Ricevere dalla stessa amica, a distanza di poche settimane, la seguente osservazione, pronunciata alla fine di una serie di minuti trascorsi in silenzio a contemplare la console Malm dell’Ikea nella mia camera da letto: “Persino lei si è meritata un post “. Ascoltarla parlare con lucida precisione di molti miei post e di questo blog, avere la netta percezione che lei legge veramente quasi tutto quello che scrivo, e finire col sentirmi un po’ in colpa perché ho scritto un post sulla console Malm dell’Ikea e nemmeno uno interamente dedicato lei.
Considerare che neppure nell’attività dello scrivere, talvolta, ci si riesce a sottrarre alla richiesta di spiegazioni valide del perché uno fa una cosa piuttosto che un’altra.

Quando, mentre cammino per le strade di Roma, non trovo il posacenere apposito per spegnere la sigaretta. Essere costretta a camminare a lungo conservando il mozzicone in mano, aspettando di incontrare un posacenere lungo il marciapiede. Trovarmi nella condizione frequente – perché è infrequente trovare un posacenere in ogni zona di Roma – di scegliere tra ingoiare civilmente la mia sigaretta appena fumata, dopo averla masticata un po’, e buttarla incivilmente per terra, optare con una certa sicurezza per la seconda soluzione e, infine, mancare la mira e buttarmela involontariamente sui piedi. Il fatto di buttarmela involontariamente sui piedi solo quando è ancora accesa, e solo d’estate. Il fatto che io, d’estate, indosso solo sandali o ciabatte infradito.

Questa penosa estate. Non solo per le sigarette che mi spengo sui piedi.

[Altri momenti di trascurabile infelicità: #1, #2]

Un cappuccino senza cacao per Francesco Piccolo

In questi giorni nutro un solo desiderio. Cioè, oltre al desiderio di una costosa vacanza di due settimane in un posto molto lontano dove non sono mai stata, oltre a quello di una casa mia a Roma invece che di un appartamento in affitto a Tivoli Terme, oltre a quello di lavorare in maniera pressoché continuativa (e non coordinata) in uno o due posti invece che in maniera pressoché coordinata (e non continuativa) in cinque o sei, oltre a quello di eliminare dal mio campo visivo e uditivo un numero considerevole e sempre crescente di persone, oltre a quello di imparare a coltivare la terra e ritirarmi dal consorzio umano e dalle minuzie della quotidianità cittadina, nutro un solo desiderio: essere Francesco Piccolo. Cioè, essere io, ma scrivere come se fossi Francesco Piccolo.
Non essendo ciò possibile, mi aiuto a stare al mondo leggendo quello che scrive. È chiaro che non è la stessa cosa. Può darsi che sia anche meglio, non saprei. Uno di solito, a questo punto della conversazione, cioè il punto in cui il suo condotto uditivo viene stimolato da un inatteso o ingiustificato comparativo, interviene prontamente e dice “Non è meglio o peggio, è diverso”. E io mi incazzo perché, più in generale, con questa storia che una cosa non è migliore o peggiore di un’altra ma è diversa, vogliamo intorpidire il desiderio di quelli che non si accontentano. Chi si accontenta non gode per niente, si accontenta e basta.
Io non mi accontento. Però, nel frattempo, leggo. Leggo soprattutto Francesco Piccolo. Mi piace leggerlo al parco, qualunque parco di Roma, con una panchina per letto, la borsa per cuscino e il fogliame degli alberi per tetto.
Solo che, a un certo punto, un punto che arriva dopo un tempo che, conteggiate le ore di chiusura dei parchi, va da uno a tre giorni, il libro finisce. Allora ne comincio un altro, a metà tra la voracità e l’apprensione, un po’ come quando mangi un piatto che ti piace moltissimo ma che non può mai essere fatto ogni volta allo stesso modo e, perciò, non sai se sarà buono come quello che hai mangiato la prima volta che t’è piaciuto, oppure come quando prendi un’altra porzione di bucatini all’amatriciana e ti chiedi “Mi farà mica male?”. Insomma sai che, a un certo punto, devi smettere. Devi fare altre cose. Per esempio, alzarti dalla panchina e uscire dal parco prima che chiudano. Riprendere la metro A, imbottita di gente come un panino di prosciutto (quello che ti fai a casa da solo, altrimenti è una costosa metro A con una fettina striminzita e ciò, malgrado adesso il biglietto costi un euro e cinquanta e non più un euro, è raro).
Ecco, è questo che non m’è mai piaciuto, oltre ad accontentarmi: smettere di fare una cosa che mi piace. O continuare a farne una che non mi piace. O anche ostinarmi a farne una che non mi riesce, per esempio scrivere un post godibile in questi interminabili giorni di questa ingodibile estate.

Comunque, vorrei dire a Francesco Piccolo che qui vicino a casa mia – che non è casa mia, ma è un appartamento in affitto – c’è un bar dove, quando ordini un cappuccino, ti chiedono ancora se lo vuoi col cacao. Cioè, qui l’evoluzione della polvere di cacao nel cappuccino si trova ancora al suo secondo stadio e, nel caso specifico di questo bar, la barista non impugna nemmeno la saliera obesa di cacao mentre s’informa sulla tua preferenza: te lo chiede mentre è ancora intenta a prepararti il cappuccino e, ciò è senz’altro da rilevare, lo fa voltandosi lentamente verso di te addirittura con una gentilezza mista a un inspiegabile timore (mi domando: che Francesco Piccolo sia passato in questo bar?). Però non dice “cacao”, dice “cioccolato”: “Ci vuole un po’ di cioccolato?”. L’ho sperimentato personalmente questa mattina. Mi pare un dettaglio non di poco conto, per chi è solito fare qualche resistenza. O, perlomeno, per chi non ami il cacao, o il cioccolato, nel cappuccino. Se per caso un sabato, o una domenica mattina, Francesco Piccolo si trovasse a passare sulla via Tiburtina che collega Roma con Tivoli – sebbene, me ne rendo conto, dovrebbero esserci buone e valide ragioni per farlo, e io non saprei suggerirne neppure una, fatta eccezione per certe bellezze archeologiche delle quali, tuttavia, il Comune di Tivoli pare curarsi assai poco, per cui, in definitiva, dovrebbero esserci buone e valide ragioni del tutto personali che, presumibilmente, non si è ben disposti a dichiarare – e avesse voglia di un cappuccino a colazione, ecco, sarei felice di segnalargli un bar dove la sua giornata potrebbe cominciare libera da tensioni muscolari. Almeno da quelle legate all’inammissibile sopruso del cacao non richiesto nel cappuccino.

Tre rinunce dolorose ma necessarie in caso di sofferenza ipertermica

I
Ascoltare Erik Satie, in particolare Gnossiennes n°1 (denominato, voglio pensare per onestà intellettuale, Lent, allo scopo di aiutare l’ascoltatore a orientarsi nella scelta da compiere), da chiunque e comunque venga suonato. Bello e terribile a mio avviso, questo primo movimento è solo terribile qualora si sia a rischio di shock ipovolemico, mentre è sempre e comunque una “martellata sui coglioni” a detta di alcuni amici. La versione che mi è più familiare è quella di Alessandra Celletti nell’album Esotérik Satie, che consiglio di ascoltare in momenti di migliore lucidità e a temperature climatiche più favorevoli a intuizioni illuminate (grosso modo tra i quindici e i ventitré gradi). Bravissima pianista, la Celletti, la quale, peraltro, ne ha proposto anche un’esecuzione – qualcuno potrebbe essere infastidito dalla parola e suggerire “interpretazione”; ci si accapigli pure, a me piace di più “esecuzione”, non se ne può più di tutti questi interpreti originali e di gente interessante – accompagnata dalle percussioni di Marcello Piccinini. Bravi, bravissimi tutti e due. Ad ogni modo, evitare di ascoltare questo primo movimento delle Gnossiennes in stato di sofferenza, soprattutto se in casa il termometro registra trenta gradi e fuori ce ne sono almeno tre o quattro in più. Non pare inutile precisare che, se ascoltarlo una volta è da evitare, ascoltarlo in loop è da pazzi e ascoltarlo in loop tra le due e le tre di una domenica pomeriggio di luglio nella provincia romana è da individui perduti, tanto quanto ascoltare in loop Lost highway cantata da Jeff Buckley. Ma, ritengo, ognuno dovrebbe poter decidere di che morte dello spirito morire, vale a dire le modalità dell’auto-flagellazione. Più difficile appare l’esercizio di simile preziosa volontà se si ascolta in loop il primo movimento delle Gnossiennes (ma anche Lost highway) e si vive in un condominio.

II
Guardare certi film con Valeria Golino, in particolare Controvento e Giulia non esce la sera. Ci si può ritrovare, accaldati e con una bottiglia di birra gelata in mano, o accaldati e provati dalla faticosa digestione di una pita greca a base di carne, a rilevare come alla Golino affidino volentieri ruoli in cui alla fine del film s’ammazza, o a chiedersi se sia la Golino stessa a preferire questi ruoli e immaginarsela a dire, prima di firmare un contratto: “Signori, se non schiatto, io il film non lo faccio”. E, ne conveniamo tutti (credo e voglio sperare), la mestizia che bolle nell’animo, al fuoco lento di quaranta gradi percepiti, non va bene per i ragionamenti, di nessun tipo. Da schivare come un pugno nello stomaco, poi, il fermo-immagine sulle sequenze in cui lei fissa la cinepresa, in particolar modo quella di Controvento nella quale, dopo aver fatto un pompino in macchina (o una sega, non mi ricordo sebbene il dettaglio, me ne rendo conto, sia rilevante), fa scendere lui, appena restituito alla sua felicità di uomo, e il cane che stava silenzioso e composto sul sedile posteriore, schiaccia la sua bella faccia disperata contro il finestrino e li osserva per un momento mentre entrambi, uomo e cane, si godono la pipì sotto le stelle, poi, senza dire niente, ingrana la marcia e parte, dirigendosi a folle velocità verso un cavalcavia. Tu l’avevi già capito che stava per farlo, però, siccome d’estate sei più recidivo che in altre stagioni dell’anno, non hai evitato di guardare. Non la corsa verso il cavalcavia, ma la faccia, quella bella faccia disperata, straziata e straziante della Golino dietro il vetro del suo finestrino, e del tuo televisore.
Evitare anche, infine, di ascoltarla cantare insieme ai Baustelle Piangi Roma, la canzone scritta per Giulia non esce la sera. Perché è brava pure a cantare oltre che a schiattare, e d’estate vedere tanta bravura avvilisce le intelligenze medie.
Incuriosirsi, piuttosto, alla Golino comica di Hot Shots!, o perlomeno fare un tentativo.

III
Guardare, o addirittura riguardare – uno che tenda agli ascolti in loop quasi certamente è pure uno che riguarda, o rilegge, o ripete, o ri – L’odore del sangue, film liberamente ispirato, dice il regista Mario Martone, al romanzo omonimo di Goffredo Parise. Evitare anche di leggere, o di rileggere, il romanzo omonimo di Goffredo Parise. Evitare di indagare la natura di certe relazioni umane. Evitare, eventualmente, di indagarle tutte. Bere piuttosto molta acqua con un po’ di zucchero.

* Nota scarsamente pertinente, mediamente brutale e probabilmente utile: Le Sanglier, acuto osservatore e mio disgraziato compagno, dopo essersi sottoposto, per amore o per incoscienza (c’è differenza?), a un intenso apprendistato cinematografico, ne ha concluso quanto segue: “Anche nel cinema d’autore si fanno sempre un sacco di pompini”. La perspicace osservazione potrebbe giovare a chi volesse provare a ribaltare le cose e fare diverso uso di quanto qui viene invece sconsigliato; d’altra parte è noto che un’opera ben fatta, filmica o letteraria, si presta a differenti livelli o chiavi di lettura. In questo caso, naturalmente, sarà opportuno selezionare il fermo-immagine, o la pagina, più idoneo o più idonea allo scopo. A tale proposito consiglio allora la visione, integrale o della sola scena finale, de Il gusto dell’anguria, di Tsai Ming-Liang, che non è un film porno, è un capolavoro né più né meno di tutti gli altri titoli menzionati in questa piccola guida, ma che sconsiglio, di nuovo e anche più seriamente, in caso di infelicità estiva. Probabilmente però, a conti fatti, un buon porno resta la soluzione ideale, purché ci sia almeno un ventilatore in casa.

Domani era ieri. Cinque appunti per una storia all’imperfetto, e un finale da scegliere

L’estate del 1990. Il campeggio in Valle d’Aosta.
Mio padre che ferma la macchina sul bordo di una strada a strapiombo su una vallata e ci costringe a scendere tutti per ammirare una cascata. Mia madre paziente, io ammusonita. Il filmino di mezz’ora che lui gira lì, sul bordo della strada a strapiombo sulla vallata. Quindici minuti di inquadrature sul profilo delle montagne. Lui che, telecamera in spalla, ci chiede a bassa voce di fare silenzio. Mio fratello che ha tre anni e i ricci biondi, e gli dice: “Papà, io sono stanco mortino”.
La Base Segreta che avevo stabilito in una radura, insieme a tre fratelli conosciuti al campeggio, di cui non ho saputo più nulla dopo quella vacanza.

Le estati degli anni ’90, tutte. Still got the blues, di Gary Moore. Avere un attacco di panico e dare di stomaco sui cavi degli amplificatori, durante un concerto, dietro il palco, pochi minuti prima di cantarla. Gli anni in tasca.

L’esame di Letteratura latina I, all’università. Lo schema dei metri impiegati nelle Odi di Orazio, attaccato al frigorifero in cucina. Tre mesi di colazioni acide, tra luglio e settembre.

L’estate del 2006. I mondiali di calcio. La piccola mansarda nel centro storico di L’Aquila, in via S. Martino, dove vivevo allora. Leggere in una giornata Chiedi alla polvere, con la febbre a trentotto, e poi tutti gli altri romanzi e i racconti di John Fante, uno dietro l’altro a letto. Non riuscire ad accettare, poi, che fossero finiti, i suoi libri e la mia febbre. Comunque, non rileggerli più, non per intero, non in un giorno.
Alla fine dell’estate, l’Inghilterra. Lasciare la gioventù a Wolverhampton, e non saperlo. Al ritorno, alcuni mesi dopo, intuire che non si è più giovani quando si comincia a ricordare (provare a dirlo meglio). Dover accettarlo.
Il fatto di finire, sempre, col tornare all’estate del 2006 e dire “Ecco, è stato allora. Mi ricordo che”, come fanno i vecchi.
(Mia nonna s’incanutì tutta a trent’anni, perché aveva perso qualcosa per strada e aveva cominciato a ricordare. Dover accettarlo. Eventualmente, approfondire)
Il fatto di non essere mai più tornata a L’Aquila, aver a malapena avuto la voglia (o che altro? Pensarci, ma non troppo) di vederla distrutta nelle foto e in televisione.

L’arrivo a Roma. Il lavoro, le persone. Le estati a Trastevere, di sera.
Cominciare ad avvicinarsi al punto in cui l’imbuto si restringe, e non è cono e non è collo. Accorgersene.

Quest’estate liquefatta, immobile. Pensare che “ha forma smisurata di donna seduta in terra, di volto mezzo tra bello e terribile”. Saperlo. Fare i conti con l’idea di non saperlo dire.

E tu che con gli occhi d’un altro colore

Torna a casa da una trasferta di lavoro, intorno alle otto di sera. Io ho lavorato tutto il pomeriggio a una mini-supercazzola accademica di glottopipponica, sono in uno stato di incoscienza e a malapena lo riconosco quando entra. Sto con i pantalonacci larghi e scuri che mi metto sempre quando mi chiudo in casa, i capelli attorcigliati intorno a uno di quei mollettoni che si vedono spesso sulle teste stanche delle inservienti, gli occhi vitrei e quattro o cinque caffè che mi vanno corrodendo lo stomaco e le mascelle dalla mattina presto. Lui non mi vede da tre giorni e mi dice che sono bella. Io voglio solo guardare la partita e allungare il brandy col ghiaccio finché dura (il brandy, per il ghiaccio non c’è problema). Però gli sono grata, per la sua miopia e per il suo innamoramento, che poi sono la stessa cosa. Gli sono grata anche quando mi apre lo sportello della macchina per far salire prima me, che è una cosa che fa sempre e quando non lo fa è perché ha parcheggiato a destra e, nel sottile spazio tra lo sportello e il muro, ci passano solo i miei pochi centimetri di spessore. Lui un po’ se ne rammarica, prova a passarci lo stesso ma s’incastra e quindi torna indietro. Quando mi ha aperto lo sportello la prima volta che siamo usciti insieme, ho sorriso, e nel sorriso ci stava dentro un po’ tutto, gratitudine, contentezza, stupore, perplessità, canzonatura. Comunque prima o poi smetterà di aprirmi lo sportello della macchina, questo è quello che penso, e quando lo penso mi viene sempre in mente Amore che vieni, amore che vai, nella versione originale di De André, che resta la migliore, e la più vera. Gli amici sono vent’anni che mi dicono che non c’è rimedio al mio pessimismo. Mio padre e mia madre sono trent’anni che mi dicono “Tu sti bbe’ da sola”, e questa affermazione di Svevo e Maria ha per loro un valore certamente connotativo, mentre a me pare solo denotativo. Altre volte mi dicono, sia gli amici che Svevo e Maria, che sono “nu crastò”, cioè un caprone, che da noi si dice a uno che sta ammusonito tutto il tempo, oppure che è taciturno, che sta sempre per conto suo. Insomma non è un complimento, perché voler stare da soli pare che sia proprio una brutta cosa.

Lui, paziente, comprensivo sempre, si acciambella sui cuscini per terra, davanti alla partita, e solo ogni tanto sussurra: “Oh, l’intervista che ho fatto è andata bene”. Io sorrido annuendo, o il contrario, oppure dico “Uhm uhm”, o “Sì, me l’hai detto oggi al telefono”.
Alla fine del primo tempo mi dice contento: “Dai che, se tutto va bene, stasera riusciamo a dormire”. Nello sguardo gli rivedo lo sconforto della sera di Italia-Germania, quando i caroselli sulla Tiburtina ci hanno dato il tormento tutta la notte e da qualche parte qualcuno s’è fatto pure male. Io gli avevo detto: “È perché abbiamo vinto” e lui, rigirandosi nel letto, aveva bofonchiato: “Hanno vinto, non abbiamo. Si chiama identificazione proiettiva, ed è una vecchia storia”.
Le Sanglier non è un uomo che segue il calcio. Cioè non gliene frega proprio un cazzo e io, dopotutto, lo amo anche per questo. Però la partita la voglio guardare. A me piace guardare le partite per ascoltare il commento. Potrei ascoltarlo per ore. Mi affascina l’uso della parola “fraseggio”, per esempio, riferita a un’azione in campo, di cui a malapena mi accorgo. Comunque pure io riesco a capire che stasera il fraseggio italiano è una lallazione stanca, lo intuisco fin dai primi minuti e la maggior parte dei fraseggi li vedo rotolarsi sull’erba, forse perché lì ci fa più fresco.

“Ma perché non fai un’altra cosa, che a te non piace guardare la partita?”. “Per farti compagnia”, mi risponde.
Dev’essere difficile, stare accanto a una caprona che sta bene da sola. Prima o poi, in qualunque relazione a due, finisco sempre col pensarlo. Ad ogni modo, per il momento stiamo ancora ai giorni perduti a rincorrere il vento, a chiederci un bacio e volerne altri cento. Poi quel che sarà, sarà in novembre o col vento d’estate. Meglio a novembre, però, ché questi trentotto gradi sono più di quanto posso sopportare. E poi vento qua non ce n’è.

Alla fine ha ragione lui. Stasera riusciamo a dormire tranquilli, sulla Tiburtina regna un silenzio cimiteriale.
Il mattino dopo mi porta il caffè a letto. Anche questa è una cosa che fa sempre, e quando non lo fa è perché lo faccio prima io. È un rito che ci piace molto. Me lo porta, e io ho sempre quel sorriso addosso, dove ci sta un po’ di tutto, e poi penso che certe canzoni le devo ascoltare il meno possibile e che sono proprio nu crastò.

No Man’s Land. Post facile su un tema difficile

C’è una terra tutta pianure e campi, colline e vallate, fari e scogliere, montagne e alberi, vento e luce.
Puoi andarci d’inverno, quando la sera scende troppo presto e ti gela la fronte e il coraggio, o puoi andarci d’estate, quando i pensieri più balordi cagliano come un cartone di latte fresco lasciato al sole. Puoi andarci quando la gioia di certi attimi ti colora la faccia e ti spezza la voce, o puoi andarci quando la cupezza di certi giorni ha la vischiosità di una chiara d’uovo che ti rimane incollata addosso mentre vai impastando parole senza lievito e ti riesce poco o nulla.
Puoi andarci quando ti pare e però non puoi andarci quando ti pare. È una questione di esercizio.
Questa terra, infatti, sta in un posto lontanissimo e sta in un posto vicinissimo. Nell’una e nell’altra possibilità, per andarci non servono aerei, né treni, né automobili, né una vespa. Non ci vogliono nemmeno i piedi. Neanche una boccia di vino, neppure mezzo spinello. È molto più semplice, ed è molto più difficile.

Ci vado quando, affacciandomi al mattino presto sul balcone di quest’angolo alla periferia di Roma, mi pare che le strade si siano ristrette durante la notte. Ci vado anche solo per restare in forma. Ci vado spesso; a volte ci sto solo per qualche momento, altre volte, se posso, ci resto per giorni.
In quella terra non ci sono spot pubblicitari ogni dieci minuti di un film alla tv, non ci sono liti né conti da servire o vedersi servire, non ci sono separazioni, oggetti da restituire, non ci sono traslochi né affetti persi per strada, non ci sono mestieri, valigie da fare, facce da indossare, né le altre minuzie avvilenti del quotidiano. Questo, però, non vuol dire che non ci sia pena, o che non occorra quella mezz’ora di pazienza ogni tre quarti d’ora che ci vuole a stare qui, sul balcone di un angolo di periferia, o sul balcone di un centro storico, o in mezzo al traffico, o in un ufficio postale, o in un’aula, o in un corridoio, o chiusi in un ascensore che non ferma mai al piano dove volevi andare. Significa solo che puoi provare liberamente il piacere d’incontrarti o di buttarti via, secondo il gusto o il momento.

È un posto dove bisogna andare almeno una volta nella vita, ma è preferibile andarci un’ora al giorno, tutti i giorni. Va bene anche quando corri al parco, se corri (io non corro, fumo ventitré Lucky Strike Blu al giorno e, fidati come io mi fido di te che corri al parco, ci vuole un allenamento bestiale anche per questo).
È probabile che tu, adesso, ti sia fatto una certa idea di questo posto dove mi piace andare spesso e, immaginando che sia il posto più consigliato di tutti i tempi, voglia mandarmici volentieri. Ma no, non è quello: là, di solito, non ci vai di tua iniziativa.

Comunque, quando vai, devi ricordarti la strada che fai, per riuscire a tornare indietro, poi. Perché, ecco, dimenticavo la cosa più importante: è sempre meglio tornare, dopo un po’.

 

[La prima parte del titolo di questo post viene da una pagina di Nina Berberova]