Da: andr@vipmail.hu
Inviato: mercoledì 14 novembre 2012 21:57:39
A: morellerouge@yahoo.it
Cara Morelle,
Il mio test d’italiano è finito e sono contento perché tutto è andato bene. Nella parte sul computer c’erano esercizi molto semplici e alla maggior parte non c’erano grandi difficoltà. In alcuni casi ero in dubbio perché c’erano espressioni italiane che non ho mai sentito. Ma penso che queste non appartengano al livello B1. Ho avuto un po’ di paura della parte orale, ma questa non era così difficile, perché ho potuto parlare facilmente e anche l’esaminatrice era molto spontanea. La parte orale mi sembrava più facile della parte sul computer.
Vorrei ringraziarti tutto che tu hai fatto per insegnarmi la lingua italiana. Ti sono grato per tutte le lezioni, per le canzoni bellissime (sono sempre felice quando le ascolto), per tutto il tempo che abbiamo passato insieme. Per tutto ciò io posso dire un grande GRAZIE.
Con affetto,
A.
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Da: phil@gmx.de
Inviato: venerdì 16 novembre 2012 19:04:39
A: morellerouge@yahoo.it
Cara Morelle,
la lotta è finita e tutto è andato bene. Ambedue, la parte scritta e orale, non erano troppo difficili. Non lo dico molto spesso, ma oggi sono veramente contento…
Di nuovo grazie per il tuo impegno, la tua indulgenza e la tua pazienza che tutti insieme sembrano essere illimitati.
Non so, quando ci incontreremo di nuovo, ma fino ad allora ti auguro ogni bene!
Tanti cari saluti e un buon weekend!
P.
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Da: mat@gmx.de
Inviato: sabato 17 novembre 2012 15:24:34
A: morellerouge@yahoo.it
Cara Morelle,
Qualche giorno dopo l’esame voglio ringraziarti un altra volta.
Anche se non sono veramente contenta con il parte orale (perchè nella mia nervosità ho evitato di usare verbi nei tempi differenti) spero di avere superato.
Lavorare con te e partecipare al tuo entusiasmo per la lingua è stato un piacere per me!
Spero di rivederti presto e ti auguro una buona domenica!
M.
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Cari studenti che mi avete scritto e ai quali ho già risposto privatamente, uno per uno,
Cari studenti che mi scriverete e ai quali risponderò privatamente, uno per uno,
Cari studenti che mi scrivete ancora dopo tanto tempo, dalla Germania, dalla Cina, dalla Danimarca, dagli Stati Uniti, da dove state tutti,
oggi non vi scrive la vostra insegnante di italiano.
Non vi scrive nemmeno l’autrice del blog Tornasole, che non conoscete.
Oggi vi scrive una persona un po’ stanca che, sul treno, mentre va all’università a fare lezione con nuovi studenti, legge annunci di lavoro come commessa, baby-sitter, centralinista, operatrice di call center e donna delle pulizie.
Volevo dirvi alcune cose (“ma perché tu dici ‘volevo’? Adesso non vuoi più?”… Sì, lo voglio ancora, ma spesso diciamo “volevo” per dire “vorrei”, perché la lingua è viva e la lingua usa così, però adesso è venuto il dubbio anche a me su questo fatto).
Volevo dirvi che, quando ho ricevuto l’e-mail di A., stavo in macchina sulla Tiburtina. Tornavo dalla mia lezione serale di tango alla quale Le Sanglier mi aveva trascinato, dopo avermi sollevato di peso dal letto dove mi andava di restare a dormire e dopo avermi imposto di darmi una ripulita. Non avevo voglia, infatti, di andare alla lezione serale di tango e non avevo voglia nemmeno di correggere una ventina di testi dei miei studenti di questo periodo (li avrei corretti in stato di angoscia la mattina dopo, un’ora prima di entrare in aula). Non avevo voglia perché, certe volte, uno non ha più voglia di fare le cose. Comunque, ero andata alla lezione di tango. E stavo in macchina sulla Tiburtina, quando ho letto l’e-mail di A. sul cellulare. Allora m’è venuto un po’ da piangere. Non saprei spiegarvi bene il motivo, però credo che c’entri qualcosa il fatto che in questi mesi sto pensando di cambiare lavoro.
Oh, non è perché non mi piacete più.
È che la settimana scorsa, o forse due settimane fa, o due mesi fa, non mi ricordo più, è successo un fatto assai strano. Avevo sette ore di lezione in due posti diversi e al mattino, quando sono andata a comprare il biglietto del treno Bagni di Tivoli -Roma Tiburtina, che costa due euro e dieci, mi sono accorta che avevo un euro e venti in tasca. Sì, perché questo mese l’abbonamento ai mezzi non l’ho fatto e perché le università ci pagano alla fine dei corsi, o qualche mese dopo la fine (però, quando arrivano i bonifici da due tre quattro università tutti insieme, vado a cena fuori e mi compro un sacco di roba, perché quando ce li ho, i soldi, li butto via in preda a un’incontenibile ebbrezza, ché tanto il futuro era ieri. Quindi vado pure a lezione di tango, voglio morire da tanguera, perdio!). Insomma, non so com’è successo, ma stavo lì, per strada, e avevo il treno alle 8.04 ed erano le 7.45 e non avevo soldi per andare a lavorare. Allora sono corsa a casa e ho svuotato tutte le tasche di tutti i pantaloni, i miei e quelli del mio compagno, le borse, i cassetti, e ho messo insieme sette euro di monete. Così ho potuto prendere il treno per andare a lavoro, e anche quello per tornare a casa la sera.
Poi c’è stata una frattura. Uno specchio che si rompe all’improvviso, un quadro che cade dopo tanti anni, una corda che si spezza. Una cosa che fa crac, o crash, o bang, o bum.
E ho comprato due giornali per annunci di lavoro.
Non lo so come si sta alla cassa di un negozio, però – ho pensato – forse lo posso imparare. Forse lo posso fare part time, quando non sto in aula. O lo posso pure fare sempre.
Sapete, c’è un momento molto preciso del nostro tempo insieme in classe in cui avviene un prodigio. Dal giorno in cui iniziate ad articolare i vostri primi suoni in italiano, e poi le vostre parole insicure, con la faccia chiazzata di imbarazzo e la voce rotta, io vi amo. M’innamoro sempre, delle parole vostre. In esse sta la richiesta di diritto alla cittadinanza dentro la mia lingua, terra sconosciuta. M’innamoro, anche, quando vi invito a fare ipotesi sul significato del titolo di un fatto di cronaca riportato sul giornale: “Ragazza trovata morta in riva al lago. È giallo”, e qualcuno di voi si gratta la testa un po’ perplesso e dice “Forse ‘è giallo’ signifìca chi la faccia di la ragaza morta ha diventata gialla?” e qualcun altro ribatte “Me sembra un titolo un po’ morboso por un giornale”, e ci stiamo su un quarto d’ora buono, a capire perché in Italia il delitto è giallo, la cronaca è nera, oppure rosa.
Qualche volta vi odio anche, eh. Il mal di cuore mi fate venire voi, e quando esco dalla classe mi fumo una sigaretta a stomaco vuoto e bestemmio i santi.
Quest’amore nostro è una spiacevole trappola. Ho tre capelli incanutiti e il cuore gonfio e però, sapete, nel nostro Paese a noi di trenta e quarant’anni ci chiamano “giovani” ed è vietato lamentarci se non riusciamo a campare con un lavoro che ci piace, ci dicono che siamo schizzinosi, che dovremmo essere pratici, o accontentarci di quello che capita.
Ecco perché, quando ho letto l’e-mail di A. mentre stavo in macchina sulla Tiburtina, e poi quando ho letto quella di P. e quella di M., ma pure quando ho letto quella di K., di I., di G., di Z., di J., ho pianto come una bambina confusa. Perché voi non potete, non potete venire a distrarmi in questo modo, adesso che io ho bisogno di concentrazione per mollare. Voi non potete lasciarmi con il sospetto insopportabile che io sappia fare quello che non voglio più fare. Voi mi dovete scrivere: “Cara Morelle, Professoressa Morelle, dottoressa Morelle Rouge, adesso che non devo più vedere la tua sorridente faccia di cazzo posso finalmente dirti che le tue lezioni mi hanno fatto cacare, che i tuoi corsi sono una palla al culo, e che se prima l’Italia e gli italiani mi facevano schifo, adesso di più”. Così mi dovete scrivere, e io mi tranquillizzo, mi rassicuro che voi avete imparato un po’ di italiano utile e che quest’amore che io ho per voi mi fa morire. Così, così solo avrei meno paura di fare la cosa sbagliata, meno nostalgia dei giorni passati ad amarvi e a maledirvi.
Ecco, questo volevo dirvi. Se non avete capito tutto, non è un problema, ormai lo sapete che non è importante capire tutte le parole, ma solo il senso generale. Adesso leggete un’altra volta e cercate nel testo i verbi al passato prossimo e all’imperfetto. Qual è la differenza d’uso? Fate un’ipotesi. Voi continuate, continuate.
Morelle