Sogno

Dino Buzzati, L'urlo (1967)

Dino Buzzati, L’urlo (1967)

 

Stanotte ho sognato mio fratello. Aveva gli anni che ha per davvero, adesso: venticinque, beato lui.
Stavamo seduti al tavolo di un bar, o di un ristorante, l’uno di fronte all’altra, e all’improvviso mi diceva: «Oh, guarda cosa ho imparato a fare». E subito cominciava ad allungarsi e stringersi in smorfie orribili, la faccia gli si deformava tutta: la fronte si dilatava e si contraeva, la bocca gli si spalancava in un urlo muto come in quel disegno là di Buzzati, che vedi una caverna rossa che quasi ci cadi dentro. Il bianco degli occhi gli si spandeva tanto da sembrare un uovo sodo, appena sgusciato. Pareva uno di quei fotomontaggi che alle volte, per davvero, adesso, mi manda sul telefonino per farmi ridere (come si chiama quell’effetto che distorce i lineamenti del viso? Mi serve questa parola, è importante: non la trovo). Però nel sogno era vero, e non faceva ridere per niente, io inorridivo e stavo per chiamare aiuto, ma non c’era nessuno intorno a noi, e comunque la voce non mi veniva. Era una visione insopportabile alla vista. Ma dopo, rapidamente in quella mutazione prodigiosa, cominciavo a riconoscere le sembianze di lui ragazzino, a ritroso: quindici anni, dieci anni, cinque anni, e poi eccolo, lo riconoscevo: tornato bambino, a tre anni, coi riccioli biondi e il viso di creatura fresca, liscia, lo sguardo curioso e colmo di fiducia, identico a una foto che ho nel portafoglio. Anzi: era proprio quello della foto che ho nel portafoglio. Bellissimo, come era per davvero allora, e come sono tutti i bambini. E mio fratello di tre anni adesso mi sorrideva, lì al tavolo di quel bar, o ristorante. Allora, finalmente, mi calmavo. Però aveva tre anni solo in faccia: tutto il resto era rimasto com’era, uguale a quando mi aveva detto oh, guarda cosa ho imparato a fare. Perciò era piccolo e grande nello stesso momento, sembrava che qualcuno gli avesse staccato la testa e ce ne avesse attaccata un’altra, quella coi riccioli biondi.
Poi, in pochi istanti, di nuovo la mutazione mostruosa, e le smorfie e l’urlo muto, e in un baleno tornava a com’è, agli anni che ha per davvero, adesso (venticinque, beato lui). Io restavo di nuovo senza parole, sbalordita, però – e questa era la parte più importante del sogno – anche un poco immalinconita, ad averlo rivisto bambino, reale, consistente davanti a me, quando eravamo piccoli e lui aveva tre anni e io dieci, e stavamo tutti bene, ma proprio bene. E, nel sogno, pensavo: beato lui che ha imparato a fare una cosa così, a riprendersi il tempo quando gli va, per gioco.

E poi mi sono svegliata.

(annotare, prima di dimenticare)

Scrivere è un cazzotto in bocca

Uno comincia a scrivere – scrivere per essere letto: scrivere storie, scrivere racconti, romanzi, poesie, sceneggiature, recensioni, saggi, biografie, articoli, post su un blog, insomma scrivere altre cose oltre alla lista della spesa, che, almeno nelle intenzioni più comuni, uno scrive per sé o al massimo per qualcuno che va a fargliela – soprattutto a causa del fatto che dorme male la notte. Uno comincia a scrivere, insomma, perché non s’è risolto con la giornata (o con le giornate: allora scrive un’autobiografia). Poi perché, magari, ha letto qualche libro che gli è pure piaciuto e, a un certo punto, gli è capitato di dirsi: anch’io!, come quando un bambino, per strada, ne avvista un altro con un giocattolo che lui non ha e comincia a strattonare la mamma (o il papà, dipende da chi lo porta a spasso: non si capisce perché, in certe frasi fatte, la mamma continui a detenere questo primato mondiale delle maniche slabbrate. Forse perché certe frasi sono fatte, e non si possono rifare). Infine pure perché, anche se non lo ammetterebbe mai, ha un’elevata considerazione di sé, cioè delle sue belle pensate, con le quali, è chiaro, si identifica.

Allora succede che comincia a strattonare la sua intelligenza. Le dice: adesso io voglio fare questa cosa qui, scrivere, e tu mi devi aiutare, capito? Quella ha la reazione di chi viene bruscamente svegliato da un sonno paciosissimo, si rizza coi capelli arruffati e gli occhi stralunati, si guarda intorno come alla ricerca dello stronzo che le ha appena rifilato un manrovescio.
Mi viene in mente un racconto di mia madre, che un manrovescio se lo prese per davvero, mentre dormiva. Lo stronzo in questione era mio padre che, immerso nel sonno anche lui, sognava di fare a botte con uno. Solo che, mi raccontò mia madre ridendo (si ride sempre, dopo), sbracciando di qua e di là sopra le coperte, il cazzotto gli finì di là, cioè dove stava dormendo lei. Le fece parecchio male. Si rizzò sul letto e, preso qualche secondo per capire come erano andate le cose, non ci pensò un attimo: si avvicinò a mio padre, che continuava a smaniare e borbottare a occhi chiusi, e gli assestò una mappina in faccia che manco a me e mio fratello quando eravamo piccoli. Mio padre saltò come una molla. Accese la luce e si guardarono: era sconvolto. «Per la madonna, Marì! Ma che ti sei scemita?», le chiese con la mano premuta sulla faccia. «No, lu sceme si tu!», gli disse lei, premendosi la faccia a sua volta, e gli spiegò, e mio padre allora le chiese scusa, e mia madre pure, e si riaddormentarono tranquilli, con un occhio pesto ciascuno.

Non so bene che c’entra, questa storia.
Comunque, ecco. Bisognerebbe desistere, dal fare a pugni con la propria intelligenza. Lasciarla dormire in pace, se dorme in pace (le intelligenze medie dormono sempre in pace: sei tu che dormi male la notte, per darti un tono ombroso il giorno dopo, che fa tanto scrittore ispirato. Ma guarda che la tua intelligenza, ieri notte, dormiva benissimo e dei tuoi piagnistei s’è accorta a malapena). Oppure chiederle scusa per averla strattonata con certe lagne. Perché può succedere, altrimenti, di restare per giorni a fissare una pagina vuota, e poi di alzarsi con gli occhi pesti. Tutti e due tuoi.

 

Dopo: “Ma la storia dei cazzotti nel sonno fra tuo padre e tua madre è successa per davvero?!”. Sì, se una storia non è vera, non la so inventare. “Tua madre è troppo forte!”. Lo dice anche mio padre, da quella notte. “Si strattona la mamma per strada perché la mamma è sempre la mamma!”. Anche questa frase qui è fatta, non si può rifare (però mi piacerebbe tanto rifarla).

Non l’amore, non i soldi, non la fede, non la fama, non la giustizia, e nemmeno la verità

Io, quando le cose vanno a puttane, mi viene voglia di un prosecco (perché mai si usa dire che le cose “vanno a puttane” quando vanno male, poi). Cioè, non che quando le cose vanno bene non mi venga voglia del prosecco, intendiamoci: se vanno a puttane, diciamo, mi viene voglia di più.
Per questo ordino un prosecco quando, al tavolo di un bar a San Lorenzo, Le Sanglier mi dice che entro un anno, «grosso modo» (anche “grosso modo”, non l’ho mai capito), dobbiamo trovarci un’altra casa, perché quella dove stiamo, che non è nostra, sarà messa in vendita.
Sono almeno dieci anni che faccio traslochi (e bevo prosecchi).
Comunque, evitando di considerare la pena dei traslochi, sulle prime mi sento sollevata: torniamo a Roma, penso, e già vedo il cartello tutto sgarrupato di Bagni di Tivoli farsi piccolo piccolo, finalmente lontano, alle mie spalle. Solo che, dice lui, a questo punto bisogna valutare le possibilità in gioco. Le Sanglier somministra le notizie a piccole dosi. Non soltanto lui: è una strategia comunicativa, questa, alla quale fa spesso ricorso il maschio in coppia e che procede secondo un metodo preciso fatto di stadi, dal vago al chiaro, dove il chiaro arriva solo quando – non “solo se” – la femmina ne impone la richiesta, «Vai al punto», generalmente accompagnata da un irrigidimento della mascella. Ma, finché questa richiesta non viene verbalizzata, il maschio avanza in punta di piedi, sonda il terreno dell’umore e della disponibilità di lei, nel tentativo di capire con sufficiente anticipo se l’interazione assumerà l’aspetto di una conversazione o di una lite: poiché il maschio in coppia desidera evitare la seconda possibilità, il suo livello di vigilanza sulla mascella di lei è altissimo, come in pochi altri casi (mi è appena venuto in mente un caso divertente, ma se lo scrivo non finisco più quello che stavo dicendo, e quindi). Il primo apparire della contrattura sulla faccia di lei in uno scambio comunicativo di questo tipo rappresenta, infatti, una grave minaccia alla quiete di quel giorno, forse anche dei giorni successivi (dipende dal grado della contrattura), e il maschio lo sa. Perciò fa tutto quanto è nelle sue possibilità per aggirare un simile rischio. Il fatto è che, quando un maschio e una femmina stanno in coppia, il rischio delle contratture della mascella non è aggirabile. Punto e basta. È come quando uno nasce: il rischio di morire, se mai è un rischio, non è più aggirabile.

Le Sanglier, che è un uomo un poco più intelligente di altri uomini, e per giunta pieno di premure nei riguardi della mia mascella già gravemente compromessa dal bruxismo, un funzionamento difettoso della mandibola che mi tormenta da parecchi anni (non saprei dire se c’entrano i fidanzati che ho avuto), va al punto e mi spiega meglio la faccenda un attimo prima che la mia dentatura vada in frantumi dentro il bicchiere di prosecco. Credo che, comunque, finirei di berlo lo stesso.
Perché, fidatevi, un prosecco alle volte ti può salvare la giornata. E, in effetti, la mia è salva, malgrado la faccenda della giornata non mi piaccia neanche un po’. Perché la faccenda è sempre la stessa: al mondo ci stanno quelli che hanno una casa, o due case, o tre case, o quattro, e quelli che invece non ce l’hanno. Dipende dal denaro. Non l’amore, non la fede, non la fama, non la giustizia: datemi il denaro! (o almeno un prosecco, perdio), perché è la sola cosa che cambia le faccende sulla terra (c’era pure quella storia della verità che mi piaceva tanto, ma adesso francamente non me la ricordo più, e comunque mi pare una cazzata: la verità, ma per piacere! Datemi un bonifico, bello grosso, e dopo ne riparliamo, della verità). E non venite a menarmela che non è vero. Se ce l’hai, il denaro, o se sai come farne in fretta, bene. Se no, cazzi tuoi. Punto e basta.
Però, il fatto che la mia giornata è salva, non credo sia merito solo del prosecco. Nemmeno di Le Sanglier, brav’uomo. È una questione di allenamento coi temporali. I temporali, sì. Guardi il cielo, vedi un fulmine. Da bambina stavo ad aspettare col fiato sospeso il tuono, che seguiva un secondo, due secondi dopo, e, anche se lo sapevo che sarebbe arrivato, il tuono mi faceva sobbalzare lo stesso, gelandomi di terrore. Io stavo in balìa del tuono. Col tempo, molto tempo, ho cominciato a spostare lo sguardo. Così, quando il tuono arriva (perché arriva), mi coglie indaffarata su un libro, un foglio, una lampada, un piatto di bucatini (un prosecco). Sobbalzo, ma di meno. Alle cose bisogna stargli un poco di lato. La frontalità perfetta scombina i punti di fuga; l’unico rischio realmente grave è di fare torto alla prospettiva, ignorare le grandezze. Questo sì, si può aggirare.

Così: fulmine, prosecco, tuono, fine del temporale. Dieci minuti dopo andiamo al cinema a vedere Treno di notte per Lisbona, a lui piace tantissimo, a me insomma direi di no, e i dialoghi?, bah i dialoghi un po’ cretini, sì però Jeremy Irons è sempre bravo, sì ma che storia scontata, a me invece la storia è piaciuta un sacco, domani sera andiamo a teatro che abbiamo ancora quattro ingressi gratis, gratis una sega quello era il mio regalo di compleanno per te se ti ricordi, sì mi ricordo infatti per me sono gratis grazie amore mio che me li hai regalati, prego amore mio, te ne cedo uno così andiamo insieme, grazie che mi regali un pezzo del regalo.
La giornata la porti a casa. Non è che, se t’impunti a non volerla portare a casa, i tuoni e i fulmini la pianteranno di riversarsi sulla terra. E allora tu goditelo, questo prosecco.

La sala d’attesa

Post prima un po’ allegro e dopo un po’ triste
(“Dop’ lu ride se ne ve sempr’ lu piagne”, detto abruzzese)
.

Abbiamo questa stanzetta, a casa. Saranno sì e no sedici metri quadrati.
Prima che venissi ad abitare qui dove abito adesso, in casa ci stava solo Le Sanglier. Cioè, ci stavano Le Sanglier e tutte le sue cose. Di tutte le sue cose, quelle di cui non sapeva che fare, quelle di cui aspettava di capire che fare e quelle che non gli servivano tutti i giorni, stavano dentro questa stanzetta. C’era anche una specie di branda che lasciava pensare, pur vagamente, a un letto per dormire, perciò la stanzetta si chiamava “cameretta”. Si chiamava così anche se non ci dormiva nessuno: Le Sanglier, infatti, dormiva nella camera da letto propriamente detta e adeguatamente utilizzata, su quello che verrebbe definito senza dubbio da chiunque un letto e, per la precisione, un letto a due piazze.
Nessuno, insomma, dormiva nella cameretta. Nella cerchia di amici di Le Sanglier si vociferava che la cameretta nascondesse i resti di sua nonna, da lui fatta sparire allo scopo di ereditarne l’appartamento. In effetti, a giudicare dallo stato dell’ambiente, si sarebbe detto che il campo era aperto ad ogni ipotesi.
Quando sono venuta qui, ad abitare con Le Sanglier, Le Sanglier ha detto: “Sgomberiamo la cameretta” e io ho pensato che volesse darmela in affitto e che forse non avevo ben capito questa faccenda della nostra convivenza, ma subito dopo ha detto: “Ci facciamo uno studio”. Così ha portato via la specie di branda e qualche altro oggetto che non sono riuscita a identificare, io ci ho portato la mia scrivania e un pezzo della mia libreria – gli altri pezzi li abbiamo messi nel soggiorno, lui ha liberato la sua scrivania di tutto quello che prima ci stava sopra e ci ha messo quello che secondo lui sta sopra la scrivania di uno studio, quindi ci ha rimesso tutto quello che prima ci stava sopra, ma in posizioni diverse. Infine ha detto tutto contento: “Ecco, abbiamo pure uno studio!”.
Ora, io le idee su cosa si fa in uno studio le ho sempre meno chiare, però sono contenta di avere uno studio. Adesso che la stanza non è più una cameretta ma uno studio, alle volte io e Le Sanglier ci sbagliamo a chiamarla. Per esempio, lui dice: “Sta piovendo. Mi aiuti a spostare lo stendino dal balcone alla cameretta?”, oppure, se lo stendino sta già nella stanza, “C’è mica spazio per mettere l’altro stendino nella cameretta, che devo fare un’altra lavatrice?”. Io dico: “Dove sta la mia valigia rossa?”, lui risponde: “L’ho messa nello studio, dietro la porta”, oppure: “Sta sopra l’armadio nello studio, fai attenzione a quando la tiri giù che ci stanno un sacco di altre cose”. Le altre cose sono: la valigia sua, due scatoloni miei, dei grossi fogli di cartoncino colorato arrotolati e avvolti nella plastica che uso in classe con gli studenti, le scatole vuote della stampante, dei nostri portatili, del frullatore, del tostapane e dell’apparecchio per l’aerosol – perché le scatole possono sempre servire.
Altre volte io dico: “I documenti te li ho messi nello studio”, lui dice: “Le scarpe da tango te le ho messe nella cameretta”. Qualche volta litighiamo pure, io dico: “Senti, qua è ora che ci decidiamo che minchia è ‘sta stanza”, lui dice: “Lo dobbiamo decidere proprio mò?”.

La stanza risente della nostra confusione sulla sua identità, pare che ci stia dentro una sofferenza.
A tutti gli effetti, ho pensato ieri, è una sala d’attesa (nelle sale d’attesa, in fondo, non si soffre un po’?). Per questo motivo, ma in un modo che non ho ancora capito con chiarezza, è la stanza più importante della casa: lì ci stanno tutte le cose che aspettano di trovare posto, e qualche volta ci vado pure io, a ragionare e aspettare di capire mentre fumo una sigaretta, e allora la stanza diventa anche un pensatoio. Sto lì, e mentre fumo in piedi al centro del pensatoio osservo i miei libri, quelli che per comodità chiamo “libri di lavoro”, diversi dai “libri miei”, che invece sono perlopiù romanzi, quasi tutti tascabili, e stanno nella libreria in soggiorno (da questa parte gli americani – John Fante, però, in uno spazio solo suo, da quest’altra parte gli italiani contemporanei, e così via). I libri di lavoro li ho messi lì, nello studio, nel periodo in cui stavamo trasformando la cameretta in uno studio. Sono manuali di italiano per stranieri – “Un giorno in Italia”, “Espresso”, “Percorso Italia”, “Campus Italia”, “Contatto”, “Domani”, “Chiaro!”, e altri nomi cretini così, grammatiche, raccoglitori pieni di dispense, e poi ci stanno anche altri libri che servono a me per imparare, per esempio “Sillabo di italiano per stranieri”, “Immigrazione. Dossier Statistico 2011″, “Insegnare italiano a stranieri”, “Italiano come lingua seconda”, “Vedere per capire e parlare”, “Quadro comune europeo di riferimento per le lingue”, e altri nomi cretini così. Tutta roba, tanta, acquistata negli anni, che se me la rivendessi ci camperei per qualche mese buono. Invece non me la rivendo, la tengo lì ad aspettare, nei periodi in cui non lavoro.
Poi c’è anche un quadretto, una cornice a giorno da tre euro dentro cui ho messo un piccolo poster preso qualche anno fa al Goethe Institut, quando avevo cominciato a studiare il tedesco perché avevo avuto tanti studenti tedeschi e volevo iniziarmi alla loro lingua, come pegno d’amore: c’è il disegno di un uomo e una donna che si baciano, sopra di loro c’è scritto: “Conoscere più lingue avvicina i popoli”, e sotto di loro: “E le persone”. Non l’ho appeso al muro perché l’unica parete disponibile della stanza si rifiuta di farsi trafiggere dai chiodi: tu dai una martellata decisa, studiata, e il chiodo incontra una resistenza dietro il muro, che non si capisce cos’è, tu rimani col martello in mano, a fissare il chiodo tutto storto e la parete ostile, e senti una specie di dolorosa impotenza, una qualche verità che appare definitiva e, per questo, insopportabile.

Ho pensato, finché non riesco ad appendere questo quadretto di poco conto, che per me è tanto importante, questa stanza sarà sempre una sala d’attesa, dove ci mettiamo le cose che non sappiamo dove mettere e le cose che aspettano di trovare posto, e dove io vengo a fumare una sigaretta e ragionare, e pure a sragionare, mentre aspetto di capire che fare di certe cose mie, dei libri di lavoro, e del quadretto, soprattutto del quadretto, e della sua importanza.

Notturno n. 1 in si bemolle minore

Ci stanno certi certi giorni in cui uno che ascolta i notturni di Chopin si ritrova a pensare che i notturni di Chopin non dovrebbero essere stati mai scritti. In testa glielo dovevano spaccare il pianoforte, a Chopin.
Ci stanno certi giorni che uno, lo stesso che ascolta i notturni di Chopin, guarda fuori dalla finestra e pensa che, a furia di guardare fuori dalla finestra, gli sembra di vedere sempre lo stesso albergo della stazione termale di fronte casa e invece magari, nel frattempo, ci hanno costruito, che so, una libreria (però forse più un negozio di ferramenta), e lui non se n’è accorto.
Ci stanno certi giorni, pure, in cui una lavatrice non dovrebbe includere, tutti da sola, dodici programmi di lavaggio, Misti XL, Cotone, Sintetici, Delicati, Lana/A mano, Bianchi, Colori chiari, Scuri/Nero, EcoCotton, AcquaEco, Rapido 15′, Sport, e le opzioni combinabili di Centrifuga, Risciacquo & Centrifuga, Tasto Colorati 15°, Tasto Rapido, Tasto Livello di sporco e Tasto Antipiega. Ché uno certi giorni si confonde, non ce la fa, passa mezzo pomeriggio a combinare il Tasto Rapido con il programma Colori chiari, o a chiedersi “Ma chiari quanto?”, o a bestemmiare i santi quando il programma Colori chiari finisce e la camicia viola chiaro non era poi tanto chiara, o a valutare il livello di sporco dei vestiti per usare il Tasto Livello di sporco (come si valuta il livello di sporco? Se il pigiama non è macchiato ma puzza di cipolla soffritta, che livello si dovrebbe mettere, uno, due o tre?). Certi giorni le lavatrici non dovrebbero averle mai inventate, ci dovrebbero stare solo il mastello di legno e l’anfora d’acqua da portare a casa sopra la testa, così ci pensa la fatica, la fatica e la schiena che si spezza, a raddrizzare i pensieri storti. Non dovrebbero aver inventato nemmeno il microonde, ché uno spreca gli anni migliori a domandarsi se questo piatto di ceramica ci potrà andare o no nel microonde, e questa terrina, e questa plastica qui è quella adatta al microonde?
Ci stanno certi giorni – e sono strani assai – in cui uno si sdraia un momento, così, per appisolarsi, e sogna il gatto che aveva da bambino, e il gatto nel sogno lo scortica vivo, però da grandi (lui e il gatto).

Questi giorni qui sono pure quelli in cui uno sente una specie di tristezza, o addirittura di rassegnazione, e dice: “Non è cosa per me, questa cosa qua”, e questa cosa qua è un progetto, un desiderio cretino – la gente ne ha tanti, di progetti e desideri cretini; la gente ci campa, coi progetti e i desideri cretini, e sono questi progetti e questi desideri cretini, penso, che ci fanno sopravvivere ai notturni di Chopin nei giorni in cui i notturni di Chopin non dovrebbero essere stati mai scritti, alle lavatrici con dodici programmi di lavaggio e ai piatti che si spaccano nel microonde.

Però, pensavo poi, che fregatura, che fregatura grande, aver intuito l’inganno che sta dietro a un gioco di prestigio, e doverselo sorbire lo stesso (altro non si può fare), aspettare sempre fino alla fine di ogni spettacolo, e sforzarsi anche di simulare stupore, che nei giorni buoni uno magari ce la fa, ma non in certi altri giorni, quelli in cui i notturni di Chopin non dovrebbero essere stati mai scritti.

Superfluo n. 99. Ombrelli.

Nel post numero 99 di Tornasole avrei voluto provare a scrivere di Sanremo, soprattutto dopo aver ricevuto alle 22.41 di ieri l’e-mail di Tiziano – che verrà pubblicata su questo blog venerdì 15 febbraio, nel post numero 100.
Poi, però, ho pensato che quest’anno nella direzione artistica di Sanremo c’è Francesco Piccolo, che è stato pure lo sceneggiatore di Habemus Papam, che è un film di Nanni Moretti, che viene spesso citato in questi giorni, che sono giorni confusi. Insomma non ci ho capito più niente e, non so com’è successo, mi sono messa a scrivere di ombrelli. Mi rendo conto di perdere, in questo modo, l’ennesima occasione di scrivere su argomenti di una qualche utilità sociale. Tuttavia devo pur ammettere che stamattina, della prima serata di Sanremo, mi ricordavo soprattutto le deglutizioni del buon Crozza nell’atto di recuperare la saliva. Mi è sembrato ragionevole preferire la superfluità di un post sugli ombrelli.

***

Le migliori previsioni meteo – e con “migliori” si vuole intendere in questo caso le più affidabili, escludendo dai parametri della valutazione il rigore scientifico e le modalità di divulgazione – sono quelle dei venditori ambulanti di ombrelli a Roma. Li vedi sbucare all’improvviso dal nulla e disporsi lungo la strada, a una distanza di circa cinquanta metri l’uno dall’altro, e non più di dieci minuti dopo comincia a piovere, anche in una insospettabile giornata di sole. Forse un anticipo di dieci minuti non è il servizio di un meteorologo competente, ma si voglia tener presente che questi uomini si avvalgono esclusivamente della loro eccezionale capacità di consultare il cielo con lo sguardo, come gli oracoli le viscere animali. Se uno sta per uscire di casa e vuole sapere se deve portarsi l’ombrello, gli basterà affacciarsi alla finestra e buttare un’occhiata giù in strada. Se i venditori di ombrelli sono già schierati, pioverà. Non importa se è un’accecante giornata d’agosto: pioverà. A questo punto si può decidere se uscire di casa con il proprio ombrello sotto il braccio o, se non ce l’ha o non lo trova per tempo, uscire di casa e andare subito a comprare un ombrello dai venditori ambulanti, complimentandosi con loro per l’eccellente servizio prestato al comune di Roma.

Io sono una di quelli che escono di casa senza l’ombrello e non ne comprano per strada, in qualsiasi situazione. Non c’è una motivazione degna di nota, è che proprio mi dà noia l’idea di portare con me l’ombrello (perché, è chiaro, uno prima di portare con sé l’ombrello, deve concepire l’idea di portare con sé l’ombrello).
Non dico questo nel vano tentativo di imitare l’inimitabile Francesco Piccolo quando scrive delle sue vicende con gli ombrelli (quello è un racconto di “Storie di primogeniti e figli unici”, questo è un post di Tornasole. Mancano, anche qui, i parametri di valutazione più adeguati, per cui si potrà eventualmente limitarsi a considerare che, rispetto alla fruibilità del prodotto finale, questo post sta al racconto di Francesco Piccolo come i venditori ambulanti di ombrelli stanno al servizio meteorologico a cura dell’Aeronautica Militare, dunque cerca di fare il meglio possibile col poco a disposizione).
È che proprio mi stanno in culo gli ombrelli. Standomi in culo, è prevedibile che io abbia con essi un rapporto segnato dalla conflittualità, soprattutto nei casi in cui il loro immediato utilizzo si renda indispensabile. Per esempio, se accade di dimorare per un’intera stagione invernale a Wolverhampton, West Midlands, Inghilterra.

Anche durante i nubifragi che negli ultimi due giorni hanno flagellato Roma mi sono chiesta se non fosse giunto il momento di cambiare abitudini in fatto d’ombrelli.
In casa ce ne sono attualmente tre, e quando dico “attualmente” non penso davvero, come pure è plausibile pensare, a una questione meramente temporale, ma penso all’amabile Le Sanglier e al fatto che vivere con lui significa pure rinunciare con serena consapevolezza a vigilare sulla sorte degli oggetti che fanno il loro ingresso in casa. In casa, dicevo, ce ne sono attualmente tre: uno, ricevuto in regalo da Svevo e Maria, è un ombrello di quelli buoni pure da piantare nella sabbia quando vai nella spiaggia libera al paesello mio; ingombranti come o, se possibile, più di un figlio scemo, che non sai dove buttarlo quando cammini per strada. È un ombrello da non regalare mai a chi non ama portarsi dietro l’ombrello, ma la premura genitoriale, si sa, non ha misura. Inoltre, sopra ci sta scritto Pierre Cardin, e il pensiero di andarmene in giro con un ombrello che non è mio, ma di uno che si chiama Pierre Cardin e che ce lo fa pure stampare sopra, mi terrorizza.
Un altro appartiene, attualmente, a Le Sanglier. Questo è di fattura assai diversa: pieghevole innanzi tutto, e provvisto di un agile e persino grazioso manico di legno, potrei pensare di utilizzarlo se io utilizzassi ombrelli e se l’ombrello in questione non fosse di un colore nero tale da farmi pensare immancabilmente alla penitenza cui si sottopone mia nonna, che da quarant’anni si obbliga a indossare il lutto fino alle mutande.
Il terzo, infine, l’ho comprato io da un venditore ambulante, il giorno in cui decisi che non avrei mai più comprato ombrelli da un venditore ambulante, cioè quando, messa alle strette da due necessità poco discutibili – pioveva come avevo visto piovere solo a Wolverhampton e io, uscita dalla metro, dovevo camminare per un buon pezzo prima di arrivare dove dovevo arrivare in tempo, e idealmente in abiti asciutti – tirai fuori una banconota da dieci euro per un ombrello che vantò grosso modo sette minuti di fruibilità, dopo i quali si lasciò sventrare dalla bufera senza opporre alcuna resistenza, rendendosi a malapena utilizzabile nei giorni di deboli rovesci (per arrivare dove dovevo arrivare in tempo, e idealmente in abiti asciutti, mi ci vollero altri cinque minuti buoni).

A proposito dei costi degli ombrelli, poi, non si può trascurare che un fumatore precario – o un precario fumatore, la scelta qui m’affatica proprio – calcola entrate e uscite adottando come unità di misura un pacchetto di sigarette (da venti, l’unico possibile per consumatori devoti ed esperti).
Per esempio, un ombrellone da spiaggia di un tizio che si chiama Pierre Cardin costa almeno cinque pacchetti di Lucky Strike blu, pertanto può finire nella casa di un fumatore precario, o di un precario fumatore, solo se la famiglia, impietosita, glielo regala confidando che il miserabile decida di cominciare a ripararsi dalla pioggia. Allo stesso modo, un ombrello acquistato all’uscita dalla metro costa più di due pacchetti di Lucky Strike blu, pertanto risulta senza dubbio una spesa da ponderare.
Ma un ombrello che costa poco più di due pacchetti di Lucky Strike blu e dura sette minuti equivale esattamente a più di quaranta preziosissimi involtini di catrame (7 mg), nicotina (0,6 mg) e monossido di carbonio (8 mg) ittàti a fracicà sotto l’acqua. In tal modo, e in ultima analisi, l’ombrello giunge a rappresentare un inammissibile orpello, di cui un fumatore precario, o un precario fumatore, giudica irragionevole replicare l’acquisto.

Grazie per le rose, ma vogliamo anche spargimento di sangue

[Il seguente post giaceva nell'archivio delle bozze di Tornasole da diverso tempo. Stamane stavo per eliminarlo, ma poi la madre di Le Sanglier è passata da noi a prendersi un caffè, e ho cambiato idea]

Nel 2007 Alina Marazzi ha girato un film documentario dal titolo “Vogliamo anche le rose“, nel quale ripercorre a modo suo alcuni momenti del movimento femminista in Italia (non la volevo dire questa vecchia parola, ma bisognerà pure cominciare da qualche parte, perciò cominciamo da “in Italia”).
In Italia io, in quei tempi lì, non c’ero, né era stato ancora deciso o immaginato che ci fossi. Sono nata qualche anno più tardi da una madre che negli anni Sessanta e Settanta c’era e che, voglio sperare, c’era (nel senso che era presente a se stessa) anche poco dopo, cioè quando ha pensato e poi deciso e infine fatto in modo, insieme all’unico uomo della sua vita, cioè mio padre, che io ci fossi. Non mi pare che, dagli anni Sessanta e Settanta, lei ne sia uscita tanto bene. Però, alla soglia dei sessant’anni, sembra contenta di aver passato la vita a occuparsi di figli, marito e suoceri (non ogni giorno in quest’ordine), perciò si può dire che ne sia uscita bene.
Il film della Marazzi può piacere molto o non piacere affatto (a me non è piaciuto affatto), e il contenuto si può facilmente intuire anche senza averlo visto, saranno sufficienti dieci righe di Wikipedia. Più interessante, forse, è il montaggio combinato di materiali di repertorio. Ad ogni modo, a me non è venuto in mente né per il valore del contenuto, né per l’orginalità del montaggio combinato di materiali di repertorio, ma solo per il titolo e, soprattutto, per la seguente didascalia riportata sulla copertina del dvd, della quale però non credo sia responsabile l’intelligenza della Marazzi, che qui non è sottoposta a discussione: “I 20 anni che hanno cambiato la nostra vita“.

La compianta Mia Martini, grosso modo una ventina d’anni dopo quegli avvenimenti storici (cioè quando la nostra vita, secondo l’autore o l’autrice della citata didascalia, avrebbe dovuto mostrare il frutto maturo di tali rivoluzionari cambiamenti), salì sul palco dell’Ariston con una canzone famosa, a urlare mirabilmente: “Ma perché gli uomini che nascono sono figli delle donne ma non sono come noi?”. Gli autori del testo, però, erano tre uomini, e ciò dovrebbe destare il sospetto che qualcosa nei nostri conti non torni: perché una donna è diventata l’interprete famosa di una canzone, scritta da tre uomini, in cui una donna s’addolora del fatto che “Gli uomini non cambiano”? Eppure ho l’impressione che il sospetto non sia ancora abbastanza condiviso.
Cercherò allora di fare del mio meglio.

Nell’Italia del 2013 vi sono numerosi uomini (non li ho contati, però fidatevi che sono tanti), giovani e meno giovani, faticosamente educati da madri che furono giovani in quei vent’anni che hanno cambiato la nostra vita, a essere imboccati e rimboccati in una maniera tale che poi, quando per le più ovvie e banali circostanze del caso, si trovano a vivere insieme a una donna dal cui utero necessariamente non sono venuti al mondo, parrà loro del tutto naturale che quest’ultima riceva in consegna dalla Donna Primordiale il sacro onere dell’accudimento. Un privilegio, per la Donna Primordiale che ne fa dono. Una sciagura, per la donna che lo riceve. Ma sempre il caso vuole che nell’Italia del 2013 vi siano pure numerose donne (non le ho contate, però fidatevi che sono tante), giovani e meno giovani, che incredibilmente hanno espanso la propria sfera esperienziale in una maniera tale che, quando per le più ovvie e banali circostanze del caso (ancora lui), si trovano a vivere insieme a un uomo che necessariamente non è venuto al mondo per mezzo del loro utero e che tuttavia mostra di voler essere accudito come se lo fosse, parrà loro del tutto naturale rimpacchettarlo e rispedirlo al mittente, cioè alla Donna Primordiale (la quale, bisogna dirlo, si mostrerà sì in pena davanti alla sofferenza del figliolo rifiutato, ma di più godrà segretamente del piacere di ricondurlo al suo seno).

Stando così le cose, a questo punto bisognerà almeno supporre che qualcosa non torni. Ripartiamo da un fatto semplice: Uno viene al mondo, e dapprima prende quello che trova. Se quello che trova Uno è un letto rifatto fino all’età di quarant’anni, si affretterà mica a disfarlo per il gusto di rifarselo come più gli piace? Se quello che trova è una camicia profumata stesa ad asciugare al sole, Uno la afferrerà forse ancora bagnata e si metterà a strofinarla daccapo con un detersivo diverso perché preferisce quello al muschio bianco invece del sapone di Marsiglia usato da mamma? Se accettiamo che l’ipotesi più semplice è anche quella più probabile, allora ci risponderemo che no, Uno non è così scemo, e accetteremo infine che Uno, come tutti noi, acquisisce un comportamento e che il comportamento deriva da un’informazione ambientale, la quale in questo caso è: cazzo mi lavo a fare la camicia, se al mondo c’è qualcuno che lo fa per me ?
Da qui il disorientamento, ragionevolissimo, di Uno quando la donna dal cui utero non è venuto al mondo lo sbatte fuori di casa insieme alle sue camicie, dopo un periodo di convivenza. Uno non comprende. Uno è più sorpreso che infelice. Uno ha solo acquisito un comportamento, che è la reazione a uno stimolo dato.
Che colpa ha, Uno?

Si può dunque solo auspicare che, tra venti o trent’anni ancora (ma, purtroppo, temo di più), la natura, talvolta provvidenziale, avrà operato l’opportuno ricambio, provvedendo a estinguere la specie della Madre Chioccia, l’essere più temibile e più pericoloso per l’autonomia, la crescita, il progresso e la libertà dell’individuo, e quindi della società tutta.
Se ciò tarderà ad accadere, e se, soprattutto, le trentenni e le quarantenni di oggi desiderano riuscire a vivere almeno un giorno della loro vita accanto a uomini che sanno scaldarsi il latte al mattino senza bruciare il bricco (oppure solo: scaldarsi il latte al mattino), allora sarà bene che le trentenni e le quarantenni di oggi la smettano di lagnarsi dei loro compagni e comincino, piuttosto, a spargere il sangue delle loro suocere.
Mi rendo conto, tuttavia, che nemmeno questa soluzione appare praticabile in una società che diciamo civile: infatti, una società che diciamo civile malgrado fatichi ancora a capire come separare ordinatamente la plastica dal vetro nella raccolta differenziata dei rifiuti, potrebbe mai essere in grado di dotarsi di ulteriori contenitori appositi per suocere?

Il fatto è che, lo credo mio malgrado, non c’è maschilismo più dannoso per le donne di quello delle donne.

[A mo' di supplemento alla lettura del post, suggerisco la visione del divertente cortometraggio di Cecilia Calvi, No mamma no, assai più verosimile del film documentario della Marazzi. Qui una sequenza]

Annuncio ai lettori

Cari lettori di Tornasole,

come vi avevo annunciato, pubblico oggi, a insaputa di Morelle Rouge, e certo contro la sua volontà se ella ne fosse a conoscenza, il racconto dell’evento mostruoso di cui l’infelice si ritrovò protagonista, restandone travolta.

Affidandomi alla mia prodigiosa memoria, ho pazientemente scritto quanto ascoltai dalla sua voce malata, non opponendo resistenza alla tentazione di riscrivere il testo secondo il mio gusto.
Del resto son io, la tentazione.

Oh, quanto si torcerà quella sciocca presuntuosa, quando capirà che mi sono appropriato del suo nome per pubblicare un tal libercolo! Gliel’ho propria fatta sotto il naso, quel suo naso vezzoso, dritto e nuovo, che la tradì.

“Il giorno in cui l’anima mi sgattaiolò dal naso” è divenuta una pagina del blog Tornasole. La sua autrice, ignara, sta ancora dormendo. Venite, Signori e Signore, venite da questa parte, prima che si svegli.

A.

“Il giorno in cui l’anima mi sgattaiolò dal naso”. Prefazione

Sta scritto: “In principio era la parola!”
Qui già m’impunto. Chi mi aiuta a proseguire?
No, porre così in alto la parola
non posso. Devo tradurre in altro modo,
se mi darà lo spirito la giusta ispirazione.”
(Goethe, Faust I, 1224-1228)*

Cari lettori di Tornasole,

quello che sto per compiere verrà senz’altro ritenuto un atto di crudeltà e inammissibile ingiustizia. Potrebbe esserlo. Tuttavia si tratta di un male che, per ragioni qui inspiegabili e comunque sempre incomprensibili all’umano sentire, ritengo necessario.

Di recente, ricorrendo a ogni mezzo a mia disposizione, ho fatto in modo di avvicinare la signora Morelle Rouge, autrice del blog che da circa un anno Voi, lettori d’indubbia intelligenza ma di scarso gusto, leggete nella cosiddetta Rete, covo d’ogni immaginabile e inimmaginabile nefandezza umana.
Avrete certamente notato che negli ultimi tempi l’autrice non accenna a pubblicare i suoi scritti. Qualcuno di voi, lo so per certo, si è interrogato sulle ragioni di una tale prolungata assenza.
Ebbene, quest’oggi mi sono illecitamente appropriato dei dati necessari ad accedere al suo blog (non è stata un’operazione per me complicata: l’infelice non è in grado di memorizzare un numero di password superiore a tre, e tre sono le password da lei abitualmente utilizzate per l’accesso al blog, alla posta elettronica, ai social network e tutti gli altri siti web ai quali è iscritta, nonché al suo conto postale e bancario. È stato perciò sufficiente essere abili conoscitori della natura di Morelle Rouge, cioè essere me, per sapere tutto ciò che si può sapere di lei).

In queste gelide settimane d’inverno, la sciagurata non ha pace. In uno degli innumerevoli cedimenti della sua già ridotta lucidità, assai più strazianti di quelli che un tempo la inducevano a scrivere grosso modo con regolarità, la poveretta ha voluto mettermi al corrente di un avvenimento inquietante di cui si è ritrovata suo malgrado protagonista circa un mese fa, facendomi infine promettere e giurare più e più volte che mai un tal segreto sarebbe uscito dalla stanza nella quale in quel momento ci trovavamo (un modesto soggiorno arredato con vecchi mobili della nonna e mobili seminuovi acquistati al Reparto Occasioni di Ikea, non certo ingentilito dalla presenza del suo celebre compagno, Le Sanglier, il quale nel frattempo ciabattava con fare indifferente intorno a noi, muovendosi nell’aria pregna dei due spicchi d’aglio che lo stesso aveva lasciato a soffriggere lentamente in cucina, all’ora di pranzo).
La sventurata temeva, sopra ogni altra cosa, che quanto mi andava rivelando potesse divenire materia di racconto, trafugato e licenziato poscia sotto il suo rispettabile nome.
Tuttavia io, essere notoriamente perfido e spregevole di cui pur la misera ingenua continua a ignorare l’aberrante bestialità, non ho potuto tenere fede alla mia promessa, e al giuramento solenne che la sciocca m’impose al cospetto di una copia malridotta di “Fame”, di Knut Hamsun, ch’ella delirando afferrò a caso dalla sua libreria. Del resto, miei cari Signori e mie carissime Signore, non si comprende perché mai ci si aspetti ch’io sia meno volubile di voi umani, né perché quell’idiota mi fece giurare con la mano su un libro, né perché dovrei sapere chi cazzo è Knut Hamsun.
Così, dopo essermi congedato dalla mia malcapitata, promettendole di non far parola con nessuno su quanto le mie orecchie avevano udito, mi sono affrettato sui miei piedi caprini a rintanarmi nel mio studio maleodorante, dove ho cominciato anzi a mettere per iscritto, uno scritto veritiero e grossolano, cioè confezionato in tal guisa che potesse facilmente sembrare opera sua, la storia che avevo appena ascoltato, alla quale ho dato il titolo provvisorio Il giorno in cui l’anima mi sgattaiolò dal naso.

Mosso da ferino desiderio di far torto all’autrice di Tornasole e di esporla al vilipendio dei lettori e al ludibrio della sorte, vi annuncio dunque di essere prossimo a pubblicare in questo blog quanto ella, preda di indicibile angoscia, mi confessò quel giorno.

A.

[* Johann Wolfgang Goethe, Faust. Urfaust, traduzione di Andrea Casalegno, Garzanti 2002, p. 91]

I giorni del gabbiano Salvatore

Dal letto numero 22 della Clinica Otorinolaringoiatrica del Policlinico Umberto I di Roma si vede la facciata della Clinica delle Malattie nervose e mentali.
Questo, però, solo se guardo verso la finestra alla mia destra. Se guardo davanti a me vedo il letto numero 21, occupato da una signora con un buco al centro della gola. “Signò, dobbiamo rifare un interventino”, le stava dicendo uno specializzando ieri mattina quando sono arrivata, “Togliamo solo un altro pezzetto. Sarebbe ‘n peccato perde la voce per non toglie n’artro pezzetto, no?”. La signora ha sibilato qualcosa che non s’è capito bene, “… tti mostri”, o “… ‘cci vostri”. Se guardo alla mia sinistra, invece, vedo la signora del letto numero 23. “Sono Gigliola. Nodulo alla parotide. Piacere!”, s’è presentata subito cordiale, stringendomi la mano. “Sono Morelle”, ho risposto, “Deviazione del setto nasale. Ce l’ho da quando sono nata però ci ho fatto caso solo adesso. Piacere mio”. Se guardo di nuovo davanti a me, ma verso l’angolo, vedo il letto numero 20. Quello che ha la signora non lo so perché non può parlare, e stanno in silenzio pure gli infermieri che ogni tanto vengono a darle un’occhiata e a pulirle il catarro che continua a buttare fuori (la mattina dopo scoprirò che la signora si chiama Silvana, ha un tumore alla lingua e si serve di un foglio di carta e di una penna per mandare affanculo tutti i medici. Però, noterò successivamente, a volte usa anche le braccia e le mani a questo scopo, e mi pare molto più efficace).

Io guardo fuori dalla finestra, e mi sento di ottimo umore.
Come io possa, alla fine di questo 2012 che è stato tanto difficile (dicono che potrebbe essere l’ultimo, e negli ultimi mesi mi sono sorpresa a sperare che abbiano ragione), venire a ritrovare il buonumore dentro un ospedale – perdipiù, il Policlinico Umberto I di Roma – non mi è del tutto oscuro: sento chiaramente di confidare nell’anestesia per ottenere qualche ora di annichilimento della ragione, e nelle droghe che mi somministreranno dopo, a scopo analgesico, per avere infine due giorni buoni.
L’università, nella figura della coordinatrice Clotilde, mi scrive raffiche di sms per sapere come va “a livello personale”. Io ho l’impressione che l’interesse sia più quello di sapere se dovranno scomodare altri colleghi per elaborare al mio posto tutte le prove dell’esame finale del corso e, in effetti, le cose potrebbero andare così, quindi glielo scrivo e ottengo finalmente il mio scopo, cioè il suo silenzio.
Quando un problema di salute non è serio come quello della signora Silvana, quando uno deve sottoporsi a “un interventino rapido rapido”, un ricovero in ospedale può, per alcuni, equivalere a un’opportunità. Una vacanza, una pausa da una serie di giornate di cui non si vede la fine, un’esperienza riposante, liberatoria. Incredibilmente, una sospensione dal dolore nel luogo che per eccellenza ne raccoglie e ammassa. Così succede a me, e lascio che la meschinità del sentimento mi riempia a fondo i polmoni.
Scendo al pianoterra e mi compro tre, quattro confezioni di biscotti al cioccolato, torno al letto 22, dispongo sul mio comodino il Diario d’inverno di Paul Auster, il computer, l’ipod, il cellulare silenzioso, mi rimbocco con cura le coperte, mi metto comoda.
Guardo fuori dalla finestra, e mi sento di ottimo umore.

È in questo stato di docile e piena disponibilità alla degenza che ho fatto conoscenza con Salvatore. Viene ad appollaiarsi spesso sul davanzale della finestra, da quando la signora Gigliola ha preso a rimpinzarlo di biscotti. La figlia della signora al 21 gli rifila pure i pranzi scotti dell’ospedale e alla mamma ci dà la cioccolata, dice che la tiene allegra. Perciò Salvatore si presenta alla finestra e batte col becco sul vetro ogni quindici, venti minuti. È un gabbiano, credo, e ha proprio la faccia di un Salvatore. La sua apertura alare è perfetta e, se sto davanti alla finestra, mi viene incontro in picchiata che pare voglia sfondare il vetro, e in effetti io indietreggio di qualche passo mentre lo vedo farsi sempre più grande, perché – dio! -  avanza a una velocità impressionante e sembra che non abbia intenzione o capacità di arrestarsi, si sfracellerà contro la finestra, o sfracellerà la finestra stessa finendomi addosso, vetri e tutto. Invece Salvatore si ferma sul davanzale un secondo prima, col becco a mezzo centimetro dal vetro. Io mi riavvicino, lui rimane dov’è, apre e chiude a ripetizione gli occhi. Restiamo così a lungo. Adesso solo il vetro di una finestra del Policlinico Umberto I ci separa.
Io, che sono nata al mare, non l’avevo mai visto un gabbiano così da vicino. Di trovarmelo davanti in una stanza d’ospedale, alla fine di un anno terribile, non me l’aspettavo.
Gli scatto una serie di foto con il cellulare. Non so bene perché, ma di questo gabbiano, al quale ho dato il nome di Salvatore, mi voglio ricordare. Scrivo pure un Dialogo tra una degente del Policlinico e il gabbiano Salvatore, avventurandomi a elaborare sull’uso della ragione, poi lo rileggo, vedo con chiarezza che lo stile dell’operetta non è roba mia, e lo cancello. Gli appunti sul gabbiano Salvatore, quelli restano.

Passeggio per il corridoio grigio (non è grigio perché è triste, è proprio di colore grigio e basta, e non ci vedo niente di triste, non più triste delle pareti bianche di casa mia). Di fronte a una statua della Madonna attorniata da fiori e vasi di piante c’è una sala d’attesa con un televisore e, su un foglio attaccato alla porta, hanno scritto con un pennarello nero: NON SPEGNERE IL TELEVISORE. Mi pare di percepire, da una cavità dello stomaco, le ragioni profonde di una richiesta così espressa, che sembra un ordine, un comandamento solenne, e invece secondo me è una supplica.
La meta principale delle mie passeggiate è il piccolo balcone che mi sono impegnata a scovare in fondo al corridoio, appena sono arrivata. Ci stanno due bicchieri di plastica colmi di sigarette spente dai medici, dagli infermieri, dai pazienti e dai visitatori. Ci metto pure le mie, già mi sento a mio agio.

Alla sera la signora del 21 vomita l’anima sul suo letto, la signora Silvana si caca addosso, la signora Gigliola mi chiede se voglio un po’ di pizza. Io cortesemente rifiuto, ma solo perché, dopo la cena servita in ospedale, ho appena mangiato mezza confezione di biscotti al cioccolato.
Mi gratto un po’ la testa. Ogni tanto guardo pure la signora Silvana, che non dice più niente. Prima delle dieci cado in un sonno sordo, senza sogni, senza colpe, ottuso, piacevole e profondissimo.