Circoli e circoletti (e altre cose che non c’entrano niente)

Io ai festival letterari, alle feste del libro e della lettura, alle feste della piccola e media editoria, qualche volta ci vado. Sono, perlopiù, le uniche feste a cui vado di mia iniziativa, cioè senza essere trascinata da Le Sanglier o dagli amici, e ci vado pure perché, in questo tipo di feste qui, non mi sento costretta a imbottirmi la bocca di pizzette allo scopo di evitare lo zapping conversazionale, come di solito faccio alle feste – di compleanno, di matrimonio, di laurea, di dottorato, di Capodanno, di tutti gli eventi che uno ha da festeggiare, per ricordare a un certo numero di persone smemorate, e interessate a scroccare una cena, che lui compie gli anni, che si sposa, che si laurea, che diviene ufficialmente un disadattato, che oggi è il 31 dicembre e domani sarà il 1° gennaio – dove non vado di mia iniziativa.
Però, sarà perché sempre di feste si tratta, alla fine esco comunque un poco costipata anche dalle feste del libro, pure se non ho mangiato niente. Quest’anno, mi sono detta, vorrei capire perché.

Lo scorso fine settimana stavamo, io e Le Sanglier, all’Auditorium Parco della Musica, a Roma.
Qui ogni anno, da qualche anno, ci fanno questa Festa del Libro e della Lettura.
Quest’anno ci sono tornata, dopo uno o due di pausa per digerire l’ultima edizione a cui ero stata, perché volevo ascoltare Marco Lodoli parlare del suo nuovo libro e perché volevo ascoltare Nanni Moretti che leggeva Parise.
L’Auditorium Parco della Musica, lo dico per chi non c’è mai stato, è un bel posto in sé, cioè in quel sé progettato da Renzo Piano; lo è almeno il sé interno (il sé esterno fa pensare più a un’enorme navicella spaziale, o a un mostro a tre teste, che a un posto dove la gente va ad ascoltare concerti, però questa è un’idea mia, che di architettura non ci capisco niente). L’Auditorium Parco della Musica, poi, si trova in mezzo al nulla, ed è un nulla piuttosto ampio che sta nel quartiere Flaminio, tra il Villaggio Olimpico e la collina dei Parioli: ci vai solo se sai che esiste o se abiti ai Parioli (o se sei uno che s’imbuca a tutte le feste). Io e Le Sanglier non abitiamo ai Parioli. Non abitiamo nemmeno a Roma, ma a Bagni di Tivoli (o Tivoli Terme, dipende se devi dire la fermata del treno o il nome sul cartello all’ingresso del paese, e bisogna fare attenzione a dirlo a chi ti viene a trovare per la prima volta e non conosce la zona, perché se viene in treno devi dirgli “Scendi a Bagni di Tivoli, stiamo a cento metri dalla stazione”, se viene in macchina devi dirgli “Arriva a Tivoli Terme, stiamo a un chilometro dal cartello”. C’è chi, cercando la nostra abitazione, si è perso e non se n’è saputo più nulla). Bagni-di-Tivoli-o-Tivoli-Terme sta un po’ a Roma e un po’ no (ma più no), nel senso che sta in provincia di Roma ma nel comune di Tivoli ed è esattamente il primo paese in provincia di Roma, sul versante est, a partire dal quale scatta la distinzione fra perimetro urbano e non: significa che l’abbonamento mensile ai mezzi pubblici costa cinquantanove euro e cinquanta centesimi invece di trentacinque, cioè che un abitante di Bagni-di-Tivoli-o-Tivoli-Terme bestemmia ogni volta che con il treno transita a Lunghezza, paese di confine tra zona A del Lazio (Roma capitale) e zona B (non-Roma capitale, ma ci stanno anche zona C, D, E e F, a ricordare che c’è sempre chi sta peggio). Finisce, insomma, che l’abitante di Bagni-di-Tivoli-o-Tivoli-Terme, ogni volta che il suo treno ferma a Lunghezza, che sta più o meno a cinque o sei chilometri da casa sua, esclama: “Se abitavo a Lunghezza, pagavo ventiquattro euro e cinquanta centesimi di meno, mortacci vostri!”. Insomma, la tua appartenenza attiva alla vita di Roma capitale, anche se lavori a Roma capitale e ci vai tutti i giorni in treno, è discutibile.

Tutto questo non c’entra nulla con l’Auditorium Parco della Musica, ed è esattamente per questo che lo trovo significativo: non entrandoci nulla, c’entra col fatto – credo – che, quando ci vado, mi sento un po’ estranea e un po’ straniera, e un grumo di fatica a partecipare alle festicciole lo sento anche lì.
L’Auditorium progettato da Renzo Piano, dicevo, è un bel posto in sé e ci fanno anche delle belle cose: concerti, soprattutto, ma anche gli altri eventi normalmente catalogati alla voce “culturali”, tra cui, appunto, la Festa del Libro e della Lettura. Queste belle cose, di solito, attirano comprensibilmente un sacco di gente che abita lì vicino, quindi gente che abita ai Parioli. In buona misura si tratta, mi pare, di signore di mezza età profumate di cipria e avvolte in uno scialle di pura seta che, oltre all’abbonamento mensile ai mezzi pubblici di Roma capitale (zona A), hanno anche un abbonamento annuale agli eventi culturali dell’Auditorium, di cui si servono quando la sera e il fine settimana s’annoiano a casa, o quando desiderano mostrare agli amici la loro copia autografata dell’ultimo libro del grande scrittore del momento. Questa, almeno, è l’idea superficiale, parziale, certo stereotipata e forse anche superata (però le signore incipriate che venivano da lì vicino ci stavano, non è un’idea superata, non è nemmeno un’idea, è proprio puzza di cipria e frullo di seta) che mi sono fatta io, che non sono originaria né di Bagni-di-Tivoli-o-Tivoli-Terme né di Roma capitale, ma ho abitato da abruzzese ignorantella a Roma capitale per tre anni, prima alla Magliana, dove stanno gli immigrati, poi sulla Prenestina, dove stanno gli  immigrati, ed è un’idea che mi sono fatta osservando un po’ Roma e un po’ i romani, i quali, peraltro, me l’hanno confermata in molti. Flavia Gasperetti, invece, ha fatto di più, decidendo di farmi dono di una sua descrizione illuminante del quartiere Parioli, come solo lei poteva fare e come secondo me dovrebbe fare presto anche in un suo post su The Brain that Drained. Interrogata da me sull’argomento, Flavia ha esordito così: “Il mio dentista aveva lo studio a Piazza Euclide, sede della più brutta chiesa del mondo, sembra una torta di merda che si sta squagliando dalla base in su” e ha concluso così: “Insomma, la desiderabilità del quartiere Parioli non sta nell’essere un bel quartiere, anzi, parti di esso sono decisamente brutte, ma solo nel fatto che da esso è stata bandita la vita normale, quella di tutti gli altri” (tutto quello che sta in mezzo lo tengo per me, come privilegio di quella che potrebbe essere l’anteprima di uno scritto prezioso).

Il pubblico fa l’evento e non il contrario, mi sono detta l’altro giorno. Se non è così sempre, è così almeno all’Auditorium, dove una cosa che potrebbe essere fatta in molti modi, viene fatta in un modo soltanto, ed è un modo che può piacere al pubblico, indubbiamente coltissimo, dell’Auditorium: composto, ma di una compostezza affettata che nulla ha a che fare con la sobrietà di una ragione umile, decentrata rispetto a se stessa e allenata a osservare le realtà. Secondo me lo pensano anche Petra Magoni e Ferruccio Spinetti, che quando ci hanno fatto uno dei loro concerti la settimana scorsa per presentare il loro nuovo album “Banda larga”, apparivano piuttosto a disagio davanti a una platea non gremita e a gallerie semivuote: lei cercava di interagire con il pubblico, il pubblico guardava per terra come i ragazzini interrogati a scuola; lui e il suo contrabbasso facevano il salto mortale con triplo avvitamento in una canzone nuova, scritta da lui e dalla Magoni, il pubblico faceva un applauso contenuto e compito, con le mani giunte in preghiera (bisogna dire, però, che quando hanno proposto la loro versione di “Bellezze in bicicletta”, sono venute le convulsioni a tutti quanti, pure alle signore incipriate, come agli astemi quando bevono).

Insomma, non lo so, però alla Festa del Libro e della Lettura non mi sono divertita nemmeno quest’anno, o forse mi sono divertita un po’ solo quando ho visto bimbetti di sette, otto anni, raggomitolati per terra sopra un’Europa di stoffa, a scriverci le loro poesie preferite copiandole da un libro che facevano fatica a tenere aperto con una mano, mentre portavano il segno. Ce n’era uno con gli occhialetti rossi che era lui stesso una storia da raccontare (magari era un composto pargolo pariolino, non lo so, però era bello da guardare mentre leggeva e scriveva Il caso di Martin Auer – l’avrà scelta lui?).

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Marco Lodoli ha parlato del suo ultimo libro e nessuno gli ha chiesto niente, nemmeno io quando ho visto che lui aveva fretta di andarsene – ci metto tempo a formulare una domanda ad alta voce da rivolgere a uno sconosciuto in un ambiente dove non mi trovo completamente a mio agio, però avrei voluto chiedergli certe cose sulla lingua, quella bella lingua in cui ha scelto di scrivere Vapore.
Nanni Moretti, che per una volta non era Nanni Moretti ma solo uno che legge libri per qualcun altro, ha letto qualche passo dei Sillabari di Parise e di Caro Michele della Ginzburg. Poi, della Ginzburg, ha letto anche una postfazione ai Sillabari di Parise, una bella pagina in cui s’interrogava, pure lei, su fatti di lingua, quella lingua che – io penso – è l’unica faccenda seria che fa di un libro un libro e che rende tutti partecipi di qualche cosa, e allora mi sono sentita meglio, un po’ meno estranea e un po’ meno straniera, e forse ho capito perché, anche se le feste non mi piacciono, finisco sempre con l’andarci: perché un po’ spero, spero sempre che quella volta andrà meglio.
Poi ha letto anche un brano delle Pagine postume pubblicate in vita di Musil, dicendo al pubblico dell’Auditorium: “Non c’entra niente, ma avevo piacere di leggervelo”.

Il brano di Musil scelto e letto da Moretti che per una volta non era Moretti è questo qui e, secondo me, con le feste c’entrava moltissimo.

Superfluo n. 99. Ombrelli.

Nel post numero 99 di Tornasole avrei voluto provare a scrivere di Sanremo, soprattutto dopo aver ricevuto alle 22.41 di ieri l’e-mail di Tiziano – che verrà pubblicata su questo blog venerdì 15 febbraio, nel post numero 100.
Poi, però, ho pensato che quest’anno nella direzione artistica di Sanremo c’è Francesco Piccolo, che è stato pure lo sceneggiatore di Habemus Papam, che è un film di Nanni Moretti, che viene spesso citato in questi giorni, che sono giorni confusi. Insomma non ci ho capito più niente e, non so com’è successo, mi sono messa a scrivere di ombrelli. Mi rendo conto di perdere, in questo modo, l’ennesima occasione di scrivere su argomenti di una qualche utilità sociale. Tuttavia devo pur ammettere che stamattina, della prima serata di Sanremo, mi ricordavo soprattutto le deglutizioni del buon Crozza nell’atto di recuperare la saliva. Mi è sembrato ragionevole preferire la superfluità di un post sugli ombrelli.

***

Le migliori previsioni meteo – e con “migliori” si vuole intendere in questo caso le più affidabili, escludendo dai parametri della valutazione il rigore scientifico e le modalità di divulgazione – sono quelle dei venditori ambulanti di ombrelli a Roma. Li vedi sbucare all’improvviso dal nulla e disporsi lungo la strada, a una distanza di circa cinquanta metri l’uno dall’altro, e non più di dieci minuti dopo comincia a piovere, anche in una insospettabile giornata di sole. Forse un anticipo di dieci minuti non è il servizio di un meteorologo competente, ma si voglia tener presente che questi uomini si avvalgono esclusivamente della loro eccezionale capacità di consultare il cielo con lo sguardo, come gli oracoli le viscere animali. Se uno sta per uscire di casa e vuole sapere se deve portarsi l’ombrello, gli basterà affacciarsi alla finestra e buttare un’occhiata giù in strada. Se i venditori di ombrelli sono già schierati, pioverà. Non importa se è un’accecante giornata d’agosto: pioverà. A questo punto si può decidere se uscire di casa con il proprio ombrello sotto il braccio o, se non ce l’ha o non lo trova per tempo, uscire di casa e andare subito a comprare un ombrello dai venditori ambulanti, complimentandosi con loro per l’eccellente servizio prestato al comune di Roma.

Io sono una di quelli che escono di casa senza l’ombrello e non ne comprano per strada, in qualsiasi situazione. Non c’è una motivazione degna di nota, è che proprio mi dà noia l’idea di portare con me l’ombrello (perché, è chiaro, uno prima di portare con sé l’ombrello, deve concepire l’idea di portare con sé l’ombrello).
Non dico questo nel vano tentativo di imitare l’inimitabile Francesco Piccolo quando scrive delle sue vicende con gli ombrelli (quello è un racconto di “Storie di primogeniti e figli unici”, questo è un post di Tornasole. Mancano, anche qui, i parametri di valutazione più adeguati, per cui si potrà eventualmente limitarsi a considerare che, rispetto alla fruibilità del prodotto finale, questo post sta al racconto di Francesco Piccolo come i venditori ambulanti di ombrelli stanno al servizio meteorologico a cura dell’Aeronautica Militare, dunque cerca di fare il meglio possibile col poco a disposizione).
È che proprio mi stanno in culo gli ombrelli. Standomi in culo, è prevedibile che io abbia con essi un rapporto segnato dalla conflittualità, soprattutto nei casi in cui il loro immediato utilizzo si renda indispensabile. Per esempio, se accade di dimorare per un’intera stagione invernale a Wolverhampton, West Midlands, Inghilterra.

Anche durante i nubifragi che negli ultimi due giorni hanno flagellato Roma mi sono chiesta se non fosse giunto il momento di cambiare abitudini in fatto d’ombrelli.
In casa ce ne sono attualmente tre, e quando dico “attualmente” non penso davvero, come pure è plausibile pensare, a una questione meramente temporale, ma penso all’amabile Le Sanglier e al fatto che vivere con lui significa pure rinunciare con serena consapevolezza a vigilare sulla sorte degli oggetti che fanno il loro ingresso in casa. In casa, dicevo, ce ne sono attualmente tre: uno, ricevuto in regalo da Svevo e Maria, è un ombrello di quelli buoni pure da piantare nella sabbia quando vai nella spiaggia libera al paesello mio; ingombranti come o, se possibile, più di un figlio scemo, che non sai dove buttarlo quando cammini per strada. È un ombrello da non regalare mai a chi non ama portarsi dietro l’ombrello, ma la premura genitoriale, si sa, non ha misura. Inoltre, sopra ci sta scritto Pierre Cardin, e il pensiero di andarmene in giro con un ombrello che non è mio, ma di uno che si chiama Pierre Cardin e che ce lo fa pure stampare sopra, mi terrorizza.
Un altro appartiene, attualmente, a Le Sanglier. Questo è di fattura assai diversa: pieghevole innanzi tutto, e provvisto di un agile e persino grazioso manico di legno, potrei pensare di utilizzarlo se io utilizzassi ombrelli e se l’ombrello in questione non fosse di un colore nero tale da farmi pensare immancabilmente alla penitenza cui si sottopone mia nonna, che da quarant’anni si obbliga a indossare il lutto fino alle mutande.
Il terzo, infine, l’ho comprato io da un venditore ambulante, il giorno in cui decisi che non avrei mai più comprato ombrelli da un venditore ambulante, cioè quando, messa alle strette da due necessità poco discutibili – pioveva come avevo visto piovere solo a Wolverhampton e io, uscita dalla metro, dovevo camminare per un buon pezzo prima di arrivare dove dovevo arrivare in tempo, e idealmente in abiti asciutti – tirai fuori una banconota da dieci euro per un ombrello che vantò grosso modo sette minuti di fruibilità, dopo i quali si lasciò sventrare dalla bufera senza opporre alcuna resistenza, rendendosi a malapena utilizzabile nei giorni di deboli rovesci (per arrivare dove dovevo arrivare in tempo, e idealmente in abiti asciutti, mi ci vollero altri cinque minuti buoni).

A proposito dei costi degli ombrelli, poi, non si può trascurare che un fumatore precario – o un precario fumatore, la scelta qui m’affatica proprio – calcola entrate e uscite adottando come unità di misura un pacchetto di sigarette (da venti, l’unico possibile per consumatori devoti ed esperti).
Per esempio, un ombrellone da spiaggia di un tizio che si chiama Pierre Cardin costa almeno cinque pacchetti di Lucky Strike blu, pertanto può finire nella casa di un fumatore precario, o di un precario fumatore, solo se la famiglia, impietosita, glielo regala confidando che il miserabile decida di cominciare a ripararsi dalla pioggia. Allo stesso modo, un ombrello acquistato all’uscita dalla metro costa più di due pacchetti di Lucky Strike blu, pertanto risulta senza dubbio una spesa da ponderare.
Ma un ombrello che costa poco più di due pacchetti di Lucky Strike blu e dura sette minuti equivale esattamente a più di quaranta preziosissimi involtini di catrame (7 mg), nicotina (0,6 mg) e monossido di carbonio (8 mg) ittàti a fracicà sotto l’acqua. In tal modo, e in ultima analisi, l’ombrello giunge a rappresentare un inammissibile orpello, di cui un fumatore precario, o un precario fumatore, giudica irragionevole replicare l’acquisto.

Il peso netto della grazia, dopo Christian Raimo

Roma, dalle otto del mattino alle sette di sera di una giornata lavorativa, è una città dove io non voglio più stare. Però ci sto da quattro anni. Alle otto del mattino di una giornata lavorativa, in questo periodo, sto al binario 2 est della stazione Tiburtina. Sto ferma, in cima alle scale del corridoio sotterraneo che dal binario 2 est portano ai labirinti che portano all’ingresso della metro. Sto ferma, e aspetto il mio turno insieme ai compagni sconosciuti. Ci si muove a scaglioni, prima il gruppo in fondo alla scala, poi quello a metà, infine quello in cima. A me viene in mente quando all’uscita da scuola ci facevano mettere in fila, a coppie, mano nella mano. Prima uscivano i bambini della prima elementare, poi quelli della seconda, poi quelli della terza, infine quelli della quarta e della quinta.

I colleghi dell’università, quella dove lavoro in questo periodo, si lamentano dei compensi “esigui” e dei pagamenti “tardivi” e della “scarsa trasparenza sulla tassazione applicata”. In questo periodo, che poi è uguale ad altri, stiamo tenendo i corsi di italiano per gli studenti Erasmus senza aver ancora firmato il contratto. Qualcuno lancia l’idea di uno sciopero, qualcun altro di boicottare la riunione della prossima settimana – nelle riunioni dei docenti Erasmus si discute perlopiù dell’importanza di utilizzare in aula un lessico specialistico, per esempio il verbo “dedurre”.
Mentre cammino e mentre aspetto, sto tutto il tempo con la faccia sullo smartphone, che mi segnala venticinque e-mail dei colleghi ricevute in mezza giornata. “Dobbiamo essere uniti”, dicono i colleghi, che poi sono gli stessi di altri posti in cui ho lavorato in altri periodi in cui dovevamo essere uniti. Io penso che mi secca parecchio la posta elettronica, soprattutto quando si forma quella lunga catena di “RE: R: Re: RE: R: RE:: R: riunio…” e non si legge più l’oggetto. Poi, non so perché, mi viene in mente anche un fidanzato che avevo al liceo, che di cognome faceva Re.
A volte mi succede di non avere voglia di essere unita, e mi succede per lunghe settimane.

Mio padre è diventato nonno. Cioè, da quando il suo maltese di sette anni, dopo innumerevoli tentativi, è riuscito – io credo con l’aiuto decisivo del veterinario – a fecondare una cagnetta, mio padre è in preda a un entusiasmo beota simile a quello di chi diventa nonno – padre lo è già da diversi anni. Mi manda un sms alle dieci del mattino, mentre lo presumo a lavoro: “Ti ho messo su dropbox le foto dei figli di Niki”. Non rispondo, allora mi telefona la sera, “Hai visto le foto?”, “No, se non metti la cartella in condivisione con me non le vedrò mai”, “Ah. Quindi non basta che le carico su drobbòcse?”, “No, non basta. Devi fare scèir”, “Ah vabbè. Mo lo faccio. Tu guardale”. Guardo ventitré foto di cuccioli maltesi. In un paio ci sta pure mia madre. Ne tiene uno tra le mani, vicino al petto, e ha la testa girata da un lato, il collo teso e il mento rivolto alla spalla. La sua posa mi ricorda una vecchia foto in cui tiene me allo stesso modo. Allora tracanno un bicchiere di vino e me ne vado a dormire.

In questo periodo sto leggendo Il peso della grazia di Christian Raimo. Me ne accorgo perché durante il giorno, mentre sono ferma sulla banchina di Termini ad aspettare la metro, o mentre sto seduta sul treno Tivoli-Roma Tiburtina o su quello Roma Tiburtina-Tivoli, m’intristisco più del solito. Mi pare un fatto evidente. A pagina centottantasette lui scrive così: “Fuori fa una caldo che scivola sotto la pelle, una cappa piatta e avvolgente come una coperta termica. Che è successo? Mi rifaccio il mio chilometro a piedi. Il calore siringa la testa fino a farmela scoppiare. Moriremo così? Fra qualche anno, la maggior parte della gente accetterà questa come morte: le conseguenze di una temperatura non più adatta agli uomini”. Per il resto racconta, perlopiù come tutti, di una storia d’amore come tante (con una certa Fiora, che, chissa perché, m’immagino con la faccia di quella ragazza coi capelli scuri che, un po’ di tempo fa, stava nella pubblicità del cappuccino Nescafè, come si chiama? E, comunque, il personaggio di Flora mi sfugge). Racconta pure, perlopiù come tutti, di un lavoratore precario come tanti.
Io penso che al mondo non c’è più niente da scrivere, né da dire.

Forse, mi dico, è per questo motivo, cioè per il fatto che al mondo non c’è più niente da scrivere, né da dire, che un paio di settimane fa ho accettato di fare un gioco insieme a una mia amica, via e-mail. Scriviamo una “Lettera a quattro mani”: una sola parola ciascuno, nessun tema prestabilito, nessun progetto personale, nessuna informazione sulle intenzioni dell’altra. Nessun senso, forse. La parola, mi ha spiegato lei, può essere un nome, un aggettivo, un avverbio, un verbo, un articolo, una preposizione, una parola straniera, tutto, anche una parola che non esiste. L’unica regola del gioco è che la punteggiatura va messa da chi delle due vuole che la propria parola sia seguita da un segno di punteggiatura. Per il resto, dice, completa libertà.
Ha cominciato lei con “Adorata”. Io non avevo ancora iniziato a leggere il libro di Raimo, però ho scritto: “Grazia,”. “la”, ha rilanciato lei. “tua”, ho scritto io. “partenza”, ha continuato lei. “mi”, ho digitato io mentre stavo al Pertini insieme a Le Sanglier, che doveva fare una visita dal dietologo perché, dice, vuole buttare giù la trippa che lo fa intruppare quando andiamo a ballare il tango (ed è vero, intruppa).
Da allora questo gioco s’incastona negli interstizi delle mie giornate, fra un treno Tivoli-Roma Tiburtina e uno Roma Tiburtina-Tivoli, un’e-mail con oggetto “RE: R: Re: RE: R: RE: riunio…” e un’altra “RE: R: Re: RE: R: RE: boicott…”, facce di studenti Erasmus che vanno e vengono, soldi che non ci stanno, bollette da pagare, quattro pagine del Peso di Raimo che mi s’incuneano nello stomaco.
Ogni tanto mi arriva un’e-mail della mia amica (“RE: R: Re: RE: R: R: RE: Letter…”) con la sua nuova parola e allora è il mio turno. Scrivo perlopiù con lo smartphone, dove e quando mi capita. Sul treno al mattino presto, all’università prima di entrare in aula, in bagno quando la stitichezza mi dà tregua, per strada sotto la pioggia delle sei, se ho campo anche in metro, mentre mi tengo in equilibrio schiacciata tra avvocati di Barberini e barboni dell’Esquilino. A volte non ho idee, né sentimenti, nemmeno per una sola parola.

Siamo a:
[RE: R: Re: RE: R: RE: Re: R: Re: RE: R: Re: R: Lett...]
“Adorata Grazia,
la tua partenza mi illumina, confido nella nostra terribile sorte.
Quando il deserto dei rododendri ci trasformerà, saremo finalmente lievi. Benedette le mani di chi prega: “Urielé mio! Mandiscar jo ùpia rododàktulos venèi”, con indomite anime.
Ma non dimenticare l’accento né l’apostrofo.
Dobbiamo avere pronti gli scudi per difenderci dai morenti spiriti.
Il coraggio sarà l’inizio o la fine del dolore, mia”.

Tocca a me, ma non c’è più niente da scrivere, né da dire.
“mia”?

Il giorno dei blogger #2. Gente affidabile

“Ho sempre confidato nella bontà degli sconosciuti”
(in Pedro Almodóvar, Tutto su mia madre)*

Dicevo, già da un po’ di tempo avevo voglia di scrivere a modo mio, dunque in un modo noiosissimo e sincero, un post sul fenomeno dei blog, per nulla superato, solo già largamente discusso, che è diverso.
L’occasione è arrivata in modo inatteso e con un pretesto piuttosto marginale che, in parte, mi mette un po’ a disagio. Mi mette un po’ a disagio perché io sono una che partecipa raramente ai giochi di gruppo e quella che alle feste, quando ci va (perché “se non vieni sei la solita asociale del cazzo” e allora ogni tanto bisogna andarci per disorientare e disorientarsi un po’ su chi si è o non si è), sta vicino al buffet e si riempie la bocca di pizzette per ridurre a livelli sostenibili l’eventualità di interagire, ma anche perché, devo proprio dirlo, finora ho sempre trovato più pizzette gustose che invitati gradevoli. Chi mi conosce lo sa, e chi non mi conosce e legge con regolarità questo blog l’ha intuito. Ciascuno se n’è fatto una ragione e, se non se l’è fatta, non sarà arrivato fino a questo punto della lettura del post, perciò, a questo punto della lettura del post, siamo ormai tra intimi – amici in senso stretto e amici in senso blogger – e nessuno si stupirà se dico che l’idea di ricevere addirittura un premio, di qualunque natura e portata (fatta eccezione per quelli di natura monetaria, ma purtroppo questo non è ancora successo), m’interessa assai poco. Però è successo.

WonderDida, la briosa autrice di Bighi in Shanghai, nonché l’unico individuo della Blogosfera che abbia avuto in passato l’audacia di intervistare via e-mail il mio personaggio Le Sanglier, ritiene che questo sia un blog “affidabile” e ci ha tenuto a dirlo in un suo recente post. Ora, io sull’affidabilità avrei molto da dire, ma me ne terrò alla larga. Per questa volta decido di partecipare al gioco e di mangiare un paio di pizzette in meno, perché l’occasione mi pare buona e perché posso farlo restando a casa in tuta e ciabatte. Perciò ringrazio WonderDida per la sua stima, che, come lei sa già, è una stima reciprocamente alimentata, al di fuori di premi e catene di Sant’Antonio.
Da quanto ho capito, sono invitata a segnalare a mia volta, se mi va, cinque blog che mi piacciono (e pertanto “affidabili”, è chiaro). In realtà, ai blog che mi piacciono particolarmente (e pertanto “affidabilissimi”, è chiaro) ho già dedicato una sezione nel menu laterale di questo blog, Segnalibri web, dove c’è il link ad alcuni di quelli che considero i loro migliori post. Se però il conferimento del premio “Blog affidabile”, riconoscimento istituito da non ho capito bene chi, può servire a dare loro maggiore visibilità – ma si tratta di blog già piuttosto letti, per cui non credo che ne abbiano bisogno – lo faccio con entusiasmo.
Pur essendo blog piuttosto letti, la mia impressione è che non lo siano ancora abbastanza. La Blogosfera nasconde autori e autrici per i quali sarebbe da prendere in considerazione una nuova edizione de La notte dei blogger. Però mi scusi, Lipperini, Il giorno dei blogger sarebbe oggi più verosimile perché, per favore, certi puntigli sono importanti e quindi irrinunciabili: nel 2004 Lei scriveva: “è di notte che molti, moltissimi blog vengono aggiornati” (p. XII), ma nel 2012 molti, moltissimi blogger sono precari o disoccupati (o co.co.pro., cioè a volte sono precari e a volte sono disoccupati) e hanno molto, moltissimo tempo per scrivere di giorno.
La prefazione la scriverei volentieri io, se fosse possibile. M’impegnerei seriamente a cercare di elaborare una stronzata all’altezza della situazione.

Ecco dunque le mie cinque letture affidabili, cioè imprescindibili per chi ami la lettura di stronzate scritte bene, benissimo. In libreria o nel web, stanno tutte là in fondo, in basso a sinistra.

Aciribiceci, di O’ Reilly
Bighi in Shanghai, di WonderDida
Diecimila.me, di AA.VV.
In coma è meglio, di Astutillo Smeriglia e Emanuelesi
The Brain that Drained, di Flavia Gasperetti

Il blog Personalità confusa è stato escluso dalla selezione, per la sola ragione che il suo autore è stato pubblicato nella citata antologia einaudiana del 2004, perciò si è già trovato presumibilmente in un punto ben visibile della libreria, almeno per qualche tempo.

* [Aggiornamento: L'amica e collega, e punto di riferimento in terra britannica, Eleanor Andrews mi fa giustamente notare l'inesattezza della citazione iniziale dal film Tutto su mia madre, precisando che quella originale è da Tennessee Williams, A Streetcar Named Desire. Ho un debole per le precisazioni]

Il giorno dei blogger #1. Là in fondo, in basso a sinistra

Nel 2004 Loredana Lipperini ha scritto una prefazione a La notte dei blogger (Einaudi), un’antologia di racconti firmati da alcuni dei migliori blogger italiani che già da qualche anno popolavano la rete. Si trattava soprattutto di scrittori non (ancora) consacrati da una casa editrice, non battezzati da una pubblicazione cartacea di ampia, o comunque considerevole, diffusione. Perché, sostanzialmente e malgrado i profondi cambiamenti che la rete ha portato nell’editoria e nelle modalità di fruizione di testi, la linea di demarcazione tra uno scrivente e uno scrittore continua, mi pare, a essere il libro, quello di carta che trovi in libreria – in quale punto della libreria, in quali quantità di copie e con quale grado di visibilità per i lettori, dipende da molte cose e da alcune persone. Questo, cioè il fatto che uno scrivente approdi in libreria e finalmente diventa uno scrittore, non lo trovo affatto spiacevole, anzi: la carta ha un odore buonissimo, ogni casa editrice ha il suo, o meglio, i suoi, perché variano anche in base alle collane. Più spiacevole è, semmai, osservare che spesso molti validi blogger scrittori – o scrittori blogger, come si preferisce – restano confinati nei labirinti del web, mentre le librerie tendono ad affollarsi di stronzate scritte male, che sono molto peggio di una stronzata scritta bene, perché una stronzata scritta male ci impoverisce tutti e questo ci dovrebbe intristire (ma evidentemente non lo fa abbastanza), mentre una stronzata scritta bene ha qualche speranza in più di fertilizzare la terra e la Terra. Ma questa qui è una faccenda complessa e a me non piace dilungarmi (questo blog, caratterizzato da post sempre brevissimi e di piacevole lettura, ne è una prova evidente). Però mi sento di suggerire che le stronzate scritte malissimo, di solito, si trovano all’ingresso della libreria, o comunque collocati in punti ben visibili ai clienti.

Nella sua prefazione del 2004, una stronzata scritta benissimo, la Lipperini scriveva:

Poi arrivarono i blog. In quattro anni quelli italiani sono passati da poche centinaia a centinaia di migliaia, mille nuovi ogni mese, milioni di pagine web dove è possibile raccontarsi e leggere i racconti degli altri. […] Internet ha permesso cose importanti, per la letteratura: non soltanto poter leggere libri gratuitamente sulla rete, e non soltanto utilizzare la rete, come fanno molti editori di area anglosassone, per pubblicizzare volumi attraverso microspot pensati per il web. Questo è assolutamente il meno. La parte più interessante di quella che viene chiamata Click Lit è la creazione, e il consolidamento, di una realtà critica indipendente e molto più vasta da quella titolata. Basti pensare, ed era solo l’inizio, alle recensioni dei lettori che appaiono da anni sul sito di Amazon e che hanno reso anonimi navigatori più importanti e vezzeggiati di una penna accademica. I loro nomi non si ricordano. Ma è esattamente questo il punto: quella che si va clamorosamente affermando è una forza collettiva. Una capacità, da alcuni prevista, di condivisione. (pp. X-XII)

Sull’idea di forza collettiva non sono sempletamente d’accordo, perché il narcisismo trasudato da ogni blogger in piena regola – ma, pure la Lipperini lo ricorda altrove nella sua prefazione, il narcisismo è un fatto antico e ne è affetto chiunque (possiamo aggiungere che oggi è rilevabile in forme assai più moleste di quella dei blogger) – non mi pare compatibile con questa idea di collettività. Tuttavia è vera una cosa: i blogger ululano come cani e lupi. Detta così, me ne rendo conto, potrebbe suonare poco lusinghiero nei confronti dei blogger (o dei cani e dei lupi, dipende dai blogger, perché è vero pure che ci sono blogger e blogger). Voglio dire che l’ululato di cani e lupi è una modalità comunicativa condivisa, segnala la propria presenza su un territorio, riunisce, influenza, richiama, ognuno con la propria voce. Perlopiù non ci conosciamo di persona (e, spesso, è meglio così), ma ci leggiamo con un’assiduità che non accorderemmo nemmeno ai compagni di letto.
In questo senso, quella dei blogger è certamente una forza collettiva. Utile a chi e come, non l’ho ancora capito. Dipende, anche questo, dalla propria collocazione nel web. Che so, diciamo là in fondo, in basso a sinistra?

[continua]

Momenti di trascurabile infelicità #3

Affacciarmi sul balcone e vedere la mia macchina, Smeralda Deluxe, in uno stato deplorevole. Impiegare le energie a disposizione per commiserarla, invece che per lavarla.
Chiedermi perché l’ho voluta.

Amare un uomo che si addormenta davanti a La strada verso casa di Zhang Yimou. Sapere che lui dice la stessa cosa della donna che ama (la stessa che lo ama, immagino), riguardo ai film che le propone.

L’esistenza dell’attesa.
La consuetudine con la quale, in certe particolari attese, mi viene in mente il racconto di Kafka Davanti alla legge. Cioè, il fatto che mi venga in mente in un momento spiacevole, mentre leggere Kafka era spiacevole in un modo molto piacevole, come sentire in altre occasioni della vita, e per tutto l’anno successivo alla prima lettura de La metamorfosi, un dolore alla schiena ogni volta che vedevo delle piccole mele rosse. Pensare che le piccole mele rosse conficcate nella schiena, volendo – così si dice, “volendo”, e in effetti alcune persone mostrano di riuscire molto bene a volere quando il volere riguardi il baratto di una volontà ferrea con una vitrea – sono solo letteratura, invece l’attesa no.
La verità, della quale mi vergogno un po’ e per cui voglio punirmi confessandola, di aver confuso inspiegabilmente adesso, nella memoria, le piccole mele rosse con delle arance ed essere stata quindi costretta, non avendo con me la mia copia del libro, ad andare a verificare su internet.
(Più di tutto, attese comprese, il fatto di essere incappata in questo momento, mentre cercavo rapidamente l’informazione su internet, nella seguente domanda di un utente su Yahoo Answers, che trascrivo fedelmente: “Cne ‘La metamorfosi’ di Kafka lo scarafaggio quanto grande è? E’ di grandezza normale o è un mega scarafaggio? Se è di grandezza normale come si spiega la mela conficcatagli dal padre sulla schiena?….o il fatto che,quando la sorella vuole smantellargli la camera, lui ,arrabbiato, per farle capire che non vuole si piazza sopra il quadro fino a coprirlo interamente?? D’altra parte però se fosse un mega scarafaggio sarebbe surreale il fatto che riesca a farsi lunghe passeggiate sul soffitto e sulle pareti della sua stanza…. Uhm…. forse è una domanda stupida…..!“. Il fatto che l’utente abbia ricevuto risposta. Anzi, risposte, tra le quali una che, con ammirevole prudenza, suggeriva utilmente: “Non credo che questo libro vada preso proprio alla lettera”. L’idea che forse non ho capito di che cosa parlavano)

Il parmigiano sugli spaghetti allo scoglio, o sul risotto ai frutti di mare, e tutti quelli che invece ce lo mettono. Tutti, indistintamente.

Ricevere da un’amica la seguente richiesta, via sms: “Voglio il post su di me, una relazione attenta e dettagliata”. Non poter fare a meno di rispondere: “Ma mica si caca a comando” (il fatto che qualche volta mi viene da dire, o da scrivere, “caga” e non “caca”, sentendomi di conseguenza una dialettofona irragionevolmente ibrida e colpevole nei confronti della mia abruzzesità).
Ricevere dalla stessa amica, a distanza di poche settimane, la seguente osservazione, pronunciata alla fine di una serie di minuti trascorsi in silenzio a contemplare la console Malm dell’Ikea nella mia camera da letto: “Persino lei si è meritata un post “. Ascoltarla parlare con lucida precisione di molti miei post e di questo blog, avere la netta percezione che lei legge veramente quasi tutto quello che scrivo, e finire col sentirmi un po’ in colpa perché ho scritto un post sulla console Malm dell’Ikea e nemmeno uno interamente dedicato lei.
Considerare che neppure nell’attività dello scrivere, talvolta, ci si riesce a sottrarre alla richiesta di spiegazioni valide del perché uno fa una cosa piuttosto che un’altra.

Quando, mentre cammino per le strade di Roma, non trovo il posacenere apposito per spegnere la sigaretta. Essere costretta a camminare a lungo conservando il mozzicone in mano, aspettando di incontrare un posacenere lungo il marciapiede. Trovarmi nella condizione frequente – perché è infrequente trovare un posacenere in ogni zona di Roma – di scegliere tra ingoiare civilmente la mia sigaretta appena fumata, dopo averla masticata un po’, e buttarla incivilmente per terra, optare con una certa sicurezza per la seconda soluzione e, infine, mancare la mira e buttarmela involontariamente sui piedi. Il fatto di buttarmela involontariamente sui piedi solo quando è ancora accesa, e solo d’estate. Il fatto che io, d’estate, indosso solo sandali o ciabatte infradito.

Questa penosa estate. Non solo per le sigarette che mi spengo sui piedi.

[Altri momenti di trascurabile infelicità: #1, #2]

Un cappuccino senza cacao per Francesco Piccolo

In questi giorni nutro un solo desiderio. Cioè, oltre al desiderio di una costosa vacanza di due settimane in un posto molto lontano dove non sono mai stata, oltre a quello di una casa mia a Roma invece che di un appartamento in affitto a Tivoli Terme, oltre a quello di lavorare in maniera pressoché continuativa (e non coordinata) in uno o due posti invece che in maniera pressoché coordinata (e non continuativa) in cinque o sei, oltre a quello di eliminare dal mio campo visivo e uditivo un numero considerevole e sempre crescente di persone, oltre a quello di imparare a coltivare la terra e ritirarmi dal consorzio umano e dalle minuzie della quotidianità cittadina, nutro un solo desiderio: essere Francesco Piccolo. Cioè, essere io, ma scrivere come se fossi Francesco Piccolo.
Non essendo ciò possibile, mi aiuto a stare al mondo leggendo quello che scrive. È chiaro che non è la stessa cosa. Può darsi che sia anche meglio, non saprei. Uno di solito, a questo punto della conversazione, cioè il punto in cui il suo condotto uditivo viene stimolato da un inatteso o ingiustificato comparativo, interviene prontamente e dice “Non è meglio o peggio, è diverso”. E io mi incazzo perché, più in generale, con questa storia che una cosa non è migliore o peggiore di un’altra ma è diversa, vogliamo intorpidire il desiderio di quelli che non si accontentano. Chi si accontenta non gode per niente, si accontenta e basta.
Io non mi accontento. Però, nel frattempo, leggo. Leggo soprattutto Francesco Piccolo. Mi piace leggerlo al parco, qualunque parco di Roma, con una panchina per letto, la borsa per cuscino e il fogliame degli alberi per tetto.
Solo che, a un certo punto, un punto che arriva dopo un tempo che, conteggiate le ore di chiusura dei parchi, va da uno a tre giorni, il libro finisce. Allora ne comincio un altro, a metà tra la voracità e l’apprensione, un po’ come quando mangi un piatto che ti piace moltissimo ma che non può mai essere fatto ogni volta allo stesso modo e, perciò, non sai se sarà buono come quello che hai mangiato la prima volta che t’è piaciuto, oppure come quando prendi un’altra porzione di bucatini all’amatriciana e ti chiedi “Mi farà mica male?”. Insomma sai che, a un certo punto, devi smettere. Devi fare altre cose. Per esempio, alzarti dalla panchina e uscire dal parco prima che chiudano. Riprendere la metro A, imbottita di gente come un panino di prosciutto (quello che ti fai a casa da solo, altrimenti è una costosa metro A con una fettina striminzita e ciò, malgrado adesso il biglietto costi un euro e cinquanta e non più un euro, è raro).
Ecco, è questo che non m’è mai piaciuto, oltre ad accontentarmi: smettere di fare una cosa che mi piace. O continuare a farne una che non mi piace. O anche ostinarmi a farne una che non mi riesce, per esempio scrivere un post godibile in questi interminabili giorni di questa ingodibile estate.

Comunque, vorrei dire a Francesco Piccolo che qui vicino a casa mia – che non è casa mia, ma è un appartamento in affitto – c’è un bar dove, quando ordini un cappuccino, ti chiedono ancora se lo vuoi col cacao. Cioè, qui l’evoluzione della polvere di cacao nel cappuccino si trova ancora al suo secondo stadio e, nel caso specifico di questo bar, la barista non impugna nemmeno la saliera obesa di cacao mentre s’informa sulla tua preferenza: te lo chiede mentre è ancora intenta a prepararti il cappuccino e, ciò è senz’altro da rilevare, lo fa voltandosi lentamente verso di te addirittura con una gentilezza mista a un inspiegabile timore (mi domando: che Francesco Piccolo sia passato in questo bar?). Però non dice “cacao”, dice “cioccolato”: “Ci vuole un po’ di cioccolato?”. L’ho sperimentato personalmente questa mattina. Mi pare un dettaglio non di poco conto, per chi è solito fare qualche resistenza. O, perlomeno, per chi non ami il cacao, o il cioccolato, nel cappuccino. Se per caso un sabato, o una domenica mattina, Francesco Piccolo si trovasse a passare sulla via Tiburtina che collega Roma con Tivoli – sebbene, me ne rendo conto, dovrebbero esserci buone e valide ragioni per farlo, e io non saprei suggerirne neppure una, fatta eccezione per certe bellezze archeologiche delle quali, tuttavia, il Comune di Tivoli pare curarsi assai poco, per cui, in definitiva, dovrebbero esserci buone e valide ragioni del tutto personali che, presumibilmente, non si è ben disposti a dichiarare – e avesse voglia di un cappuccino a colazione, ecco, sarei felice di segnalargli un bar dove la sua giornata potrebbe cominciare libera da tensioni muscolari. Almeno da quelle legate all’inammissibile sopruso del cacao non richiesto nel cappuccino.

Yefumi

Nel periodo Edo, a seguito della rivolta di Shimabara terminata con il massacro dei cristiani e la cacciata dei missionari, venne introdotto in Giappone il rituale dello Yefumi per vietare l’accesso agli stranieri. A tale pratica dovevano sottoporsi i coloni europei che si recavano nell’arcipelago per ragioni diplomatiche e commerciali. A costoro veniva chiesto di calpestare il crocifisso, o un’immagine della Vergine. Chi si mostrasse riluttante a compiere il gesto, dichiarava in questo modo la sua cristianità e diveniva nemico.

La sera del 10 giugno dell’Anno Domini 2012, per le strade di un paese alla periferia di Roma noto per le sue acque termali e per l’olezzo sulfureo che stringe in ostinato abbraccio le narici dei suoi abitanti, passava la processione dietro al Corpus. Alle finestre di tutte le case, spalancate come bocche a ricevere l’ostia, stava la lingua giallognola di un lume acceso; dai balconi occhieggiava la porpora dei drappi, bordati di ricami dorati. S’affacciavano pure crocifissi, dipinti, fiori e piante.
Morelle Rouge e Le Sanglier stavano cenando con una frittata di patate e una melanzana arrostita. Le loro finestre erano socchiuse; sul balcone uno stendipanni carico di biancheria stesa ad asciugare.
Rincasando poco prima della cena, Le Sanglier aveva trovato il cancello del loro palazzo scardinato, il viale lastricato di vasi di sempreverdi che prima non c’erano mai stati, i condòmini riuniti sul ciglio della strada attorno a un tavolino coperto da un panno bianco, sul quale, perfettamente al centro, stava l’immagine sacra.
“Buonasera”, aveva detto col tono allegro e cordiale di tutti i giorni. “Buonasera”, avevano risposto i vicini col tono d’accusa di un giorno decisivo. Una di loro lo aveva tirato per una manica e, accennando con la testa al balcone dove stava lo stendipanni, aveva chiesto: “E come? Voi non lo mettete il telo?”. “Che telo?”, aveva chiesto lui, candido e un po’ confuso. “Eh, il telo!”, aveva risposto lei, indicando i panneggi dei drappi che sventolavano dalle ringhiere di tutti i balconi della via, eccetto uno. “Ah, no, noi le pulizie le abbiamo fatte oggi pomeriggio e i tappeti li abbiamo già sbattuti”. La signora si era ritratta in una smorfia di sdegno e incredulità, la stessa che le aveva sfigurato il volto quando, tempo addietro, aveva avuto la premura di citofonare a tutti i condòmini per ricordare, o far sapere a chi non lo sapesse, che quel giorno il prete sarebbe passato a benedire le case, e dai due pagani s’era sentita rispondere che no, grazie, noi siamo a posto così.
Morelle Rouge e Le Sanglier, mentre cenavano nella sera del 10 giugno dell’Anno Domini 2012, hanno abbassato il volume della radio che stavano ascoltando in cucina, per non disturbare le preghiere e i canti dei fedeli in processione. Questo avevano voluto farlo, perché sembrava loro una cosa buona. “Signore, quando non so accettare le pene della vita, aumenta la mia fede”, andavano dicendo in coro lungo la via, passando sotto i balconi drappeggiati e sotto il balcone con lo stendipanni, mentre loro in cucina chiacchieravano a bassa voce e non si davano pena di sapere quale fosse il migliore dei mondi possibili.

Il pomeriggio di quello stesso giorno, dopo aver sbattuto i tappeti e prima della processione, Morelle Rouge si era curiosamente imbattuta nella lettura di una certa pagina di un libro che, dopo la processione e prima di andare a dormire, ha voluto rileggere a modo suo:

Pangloss intanto lo tirava per la manica: “Amico mio,” gli diceva, “ciò che fate non è bene, voi venite meno alla ragione universale e scegliete male il momento.”
“Sangue di Giuda!” rispose l’altro, “io sono marinaio e sono nato a Batavia; ho calpestato quattro volte il crocefisso in quattro viaggi in Giappone; hai proprio trovato l’uomo giusto per la tua ragione universale!”
[Voltaire, Candido o l'ottimismo, traduzione e cura di Stella Gargantini, edizione Feltrinelli 2011, p. 28]

Scibbòlet

In quel tempo gli uomini di Galaad sconfissero quelli di Efraim e occuparono i guadi del Giordano, per impedire la fuga ai nemici sopravvissuti al sanguinoso combattimento.
Ma non si sapeva come riconoscerli. Quelli di Efraim, infatti, erano uomini e quelli di Galaad pure.
Quelli di Galaad allora si riunirono per decidere come individuare con sicurezza chi era diverso da loro. Considerarono l’evidenza della pelle, delle vesti, delle facce, ma ugualmente temevano di fallire.
Considerarono infine la lingua, e gli uomini dal multiforme ingegno trovarono l’inganno perfetto.
Chiunque tentava di passare il fiume veniva fermato e, se negava di essere uno di Efraim, allora gli uomini di Galaad gli chiedevano di pronunciare la parola scibbòlet, che in ebraico significa spiga, o grano, o spiga di grano, o fiume, o torrente, o ramoscello d’olivo, o chi l’ha mai capito. Tanto non importava il significato. Importava il nome, perché dire il nome è dire l’appartenenza. Quelli di Efraim parlavano un dialetto diverso e pronunciavano sibbòlet. Sapevano, ma non potevano dirla.
Così quelli di Galaad riconoscevano il nemico dal suo idioma, lo afferravano e lo sgozzavano nei guadi del Giordano. In quell’occasione furono uccisi quarantaduemila uomini di Efraim, perché non potevano dire scibbòlet.

Il 27 aprile 2011 alle ore 10.45 il giovane dottorando Sunil Sivalingam entrò in un ufficio postale di Roma con l’intenzione, il bisogno e il desiderio di chiedere informazioni sulla spedizione di un pacco celere.
Pronunciò la parola sèler. Sapeva, ma non poteva dirla.
L’impiegato sembrò dapprima infastidito. Sunil provò allora a comunicare in inglese, fiducioso nell’era globale. L’impiegato però rispose di non sapere l’inglese, e dicendo questo ci tenne a mostrarsi piuttosto seccato del fatto che Sunil non potesse dire celere. Sunil provò con le mani, fiducioso nella semantica dei gesti italiani. L’impiegato parve addirittura irritato, perché Sunil non usava le mani come un vero italiano. “Non hai un amico italiano? Torna qui con un amico italiano, così ti capisco!”.
Sunil invece tornò nella sua stanza, alla residenza dei dottorandi stranieri dell’università, e pianse a lungo. La sua insegnante di italiano gli disse “Torniamo insieme all’ufficio postale”, ma lui non volle più. Non fu perché non aveva ottenuto da solo le informazioni che voleva, ma perché non poteva dire celere e l’impiegato per questo si era arrabbiato, e a lui per la paura era sembrato di morire.

[*La storia di Galaad ed Efraim è narrata nel Libro dei Giudici 12, 5-6. Qui è stata riletta con qualche ammissibile libertà, ma i fatti andarono esattamente così e quarantaduemila uomini furono uccisi perché non potevano dire scibbòlet. Altrove si narrano anche la storia dei cìciri e quella del perejil, e sarà opportuno che qualcuno seguiti a raccontarle. Altrove si narrano certamente altre storie che non conosco, e sarà opportuno che qualcuno seguiti a raccontarle. La storia di Sunil Sivalingam non è narrata da nessuna parte, ma sembrava opportuno raccontarla lo stesso, perché i fatti andarono esattamente così e un uomo di Chennai pianse a lungo perché non poteva dire celere. Tutte queste storie, comunque le si voglia raccontare, sono storie degli uomini di Galaad e di Efraim, e sono storie di scibbòlet]

Momenti di trascurabile infelicità #2

Roma nei giorni feriali quando c’è lo sciopero dei mezzi pubblici.
L’autobus 492 e l’autobus 64.
Il treno regionale per Tivoli, e quello per Avezzano che ferma a Tivoli.

Un cartellone pubblicitario che sta sul tratto della via Tiburtina fra Setteville e Tivoli Terme, all’ingresso di un autolavaggio. Al centro del cartellone campeggia in primissimo piano la foto di un significativo culo femminile, morbidamente adagiato sul cofano di una macchina che si intravede appena sullo sfondo, e la proprietaria del culo si torce tutta per rivolgere uno sguardo non meno significativo agli automobilisti della Tiburtina. Ogni volta che ci passo davanti, io mi interrogo sulla semiotica della segnaletica e penso che in quell’autolavaggio ci finiscono anche i forestieri in cerca di un sexy shop, ne sono sicura. Che andrebbe benissimo, se il posto fosse un sexy shop e non un autolavaggio.

Quando sento dire o leggo “Un giovane professionista di trentasei anni” e mi viene da pensare che altrove, in Europa e nel mondo, un professionista di trentasei anni è un professionista di trentasei anni e che in Italia, invece, è un giovane professionista di trentasei anni. Cioè è ragionevole e anzi doverosa l’ipotesi che, anche se egli svolge la sua professione da sei, sette, otto, nove, dieci anni, la sua professionalità sia ancora incerta e tutta da dimostrare. Smetterà di essere giovane e diventerà un indiscutibile professionista, infatti, quando avrà cinquant’anni, il mutuo finalmente estinto, l’ulcera e la depressione. Allora si dirà all’unisono “un professionista di cinquant’anni”.

Quando leggo “entro e non oltre…”, per esempio in “La domanda va presentata entro e non oltre le ore 12 del 25 maggio”, e quando leggo che è “severamente vietato” fare qualcosa, e penso che tutto quello che vorrei dire in proposito l’ha già detto Gioele Dix tra il ventisettesimo e il trentesimo minuto della puntata numero 13 di Zelig Arcimboldi 2012, porcaccia la miseria.

Il cinque di ogni mese, perché entro e non oltre quella data devo pagare l’affitto.

Quando sento dire che quel film è un po’ “lento” e con questo si vorrebbe chiaramente intendere che è palloso, ma si dice “lento”.
Quando un o una conoscente si trova per la prima e presumibilmente unica volta in casa mia per qualche faccenda dovuta al caso, getta un’occhiata alla libreria e, a metà tra un sincero sbigottimento e una nota di malcelata compassione o diffidenza, dice: “Oddio, ma li hai letti tutti?”. A me questi tutti sembrano ignominiosamente insufficienti a suscitare una simile reazione, però comunque vorrei rispondere: “No, li tengo lì per lasciarti tranquillo e contento con la tua convinzione, cioè la convinzione che li tengo lì per farti vedere quanto sono acculturata e che ogni tanto ne leggo qualcuno perché non ho cose serie di cui occuparmi, che è quello che di solito si pensa della gente che tiene un po’ di libri in casa, e di solito lo pensano quelli che non leggono un cazzo, che poi sono gli stessi che, quando vanno a casa di qualcuno e vedono una libreria, gli chiedono se li ha letti tutti”. Invece sorrido e rispondo: “No, non tutti”, che è la verità, ma è una verità insincera, e dopo maledico la buona educazione, che ci ha resi garbatamente bugiardi, sui libri e su molto altro.

Non ricevere risposta alle e-mail scritte ai dipartimenti delle università con cui collaboro.
Non ricevere risposta alle e-mail scritte a uffici amministrativi.
Telefonare ai dipartimenti delle università con cui collaboro o a uffici amministrativi dai quali non ho ricevuto risposta via e-mail, e ricevere risposte scocciate da impiegati frustrati.

Quando vedo scritto “qual’è”, “un pò”, “perchè”, e a scriverlo è un parlante nativo altamente scolarizzato in contesti non informali. Quando sento cominciare un periodo ipotetico con “Se sarei…”, e a cominciarlo è un parlante nativo altamente scolarizzato in contesti non informali. Quando sento dire “la possibilità di poter…”, e a dirlo è un parlante nativo altamente scolarizzato in contesti non informali. Quando mi pare di rilevare una debole familiarità con le manovre sintattiche, e a manifestarla è un parlante nativo altamente scolarizzato in contesti non informali.
L’uso dei puntini di sospensione in numero maggiore di tre, e l’impressione che tale sovrabbondanza sia determinata da una scarsa fiducia nell’efficacia dei puntini di sospensione in numero di tre.

Quando entro dal tabaccaio, chiedo le mie solite Lucky Strike Blu Morbide e lui mi dice: “Le ho solo dure”, e io allora le compro dure, che costano trenta centesimi di più e mi piacciono di meno.
Restare senza sigarette al momento sbagliato.

Il 29 gennaio 2007.

L’ultima fetta della confezione di pane in cassetta, che è quella della parte terminale del filone e quindi non ha tutti e due i lati bianchi e non si tosta in modo uniforme. Di solito cerco di rifilarla a Le Sanglier e, se ci riesco, allora diventa un momento di trascurabile felicità perciò non vale più.