abruzzesi, Agnese, IL PARENTADO BRADO, LE AVVENTURE OSCURE, LE TRANSUMANZE GANZE

Agnese. Il segno della croce

«Tua nonna ha espresso un desiderio. – mi dice al telefono mia madre, sua figlia – Ha chiesto di essere accompagnata a San Pietro, per poterlo vedere coi suoi occhi una volta soltanto. Dice che non le è rimasto tanto tempo per farlo, che s’è stufata di farsi il segno della croce davanti alla televisione. Allora ho pensato: magari un sacrificio per tua nonna lo puoi fare, e per un sabato, o una domenica, fai finta che la roba di chiesa non ti crea problemi. Quando possiamo venire a Roma, che così a San Pietro ci porti tu?».
Ieri mattina, alle nove di sabato, mio padre, mia madre e mia nonna sono arrivati dall’Abruzzo con una borsa carica di venti enormi panini all’olio, imbottiti di prosciutto, stracchino, insalata e pomodoro («Ma cinque sono con la pancetta, l’ho presa fresca ieri!», specifica mia nonna tutta contenta). A me è tornata in mente quella pagina di John Fante in Full of life, quando il padre Svevo si porta sul treno una sacca con due pagnotte di pane casereccio, una forma di formaggio di capra, un salame intero (“lungo un piede“), e una gran quantità di mele e arance. Dovrei smetterla di farmi venire sempre in mente una pagina di John Fante quando la mia famiglia viene a trovarmi, penso, e un momento dopo che l’ho pensato, mio padre aggiunge: «E poi tua madre ha fatto pure la torta di mele, e io ho portato le arance, quelle buone».

Ieri mattina, dunque, ho fatto finta che la roba di chiesa non mi crea problemi, e nemmeno il traffico di Roma intorno a Via della Conciliazione, e le code, e le attese, e i gruppi di pellegrini coi cartelli sollevati per aria: “Comunità Il Cenacolo”, “Comunità di San Gabriele”, “I giovani di Rimini”, e quelle inquietanti ciabatte in stile francescano che indossano tutti i cattolici di ogni età ai primi caldi di stagione, ma pure d’inverno con le calze di lana, quando vanno ai raduni spirituali: ho portato mia nonna a San Pietro.
Agnese, così si chiama mia nonna, teneva bene in vista il suo medaglione sul petto vestito di nero, con l’immaginetta di mio nonno morto a trentacinque anni. Credo se ne separi solo per farsi la doccia e, se è così, lo fa soltanto per timore di sciuparlo. Mia nonna indossa lutto e medaglione da quarant’anni, indifferente a ogni cambio di stagione. Nella sua lunga vita di vedova che vive sola in un minuscolo appartamento, ha rinunciato al nero solo in alcune grandi occasioni – matrimoni dei figli, battesimi, comunioni e cresime dei nipoti, – dando l’impressione di sentirsi a disagio per l’audace cambio di colore, anzi direi in colpa, per tutto il tempo dei festeggiamenti. E comunque l’audace cambio di colore era sempre un blu notte che pareva quasi nero e, altre volte, un grigio scuro, di cui lei sembrava vergognarsi assai (infatti nelle foto di famiglia si nascondeva).
«Stamattina mi sono alzata alle cinque», mi sussurra nell’orecchio, eccitata come una bambina, e questa confessione me la fa mentre stiamo attraversando a piedi una strada, e ci dobbiamo pure sbrigare perché il verde per i pedoni dura sempre troppo poco, e soprattutto non tiene conto dell’emozione di una vecchia che non ha mai abbandonato il suo paese abruzzese di quattro anime, e che per la prima, e forse ultima volta nella sua vita, viene a San Pietro, con suo marito defunto appeso al collo. Allora io la prendo delicatamente sotto braccio e la porto in salvo, dall’altro lato della strada, prima che le macchine di tutta Roma ci travolgano davanti a quell’ammissione sussurrata piano: lei, che al paese suo attraversa la strada quando le pare e piace, non s’è nemmeno resa conto di essersi piantata in mezzo alla strisce pedonali, perfettamente equidistante da due file contrapposte di motori surriscaldati che attendono soltanto di poter passare sopra di noi. La macchina l’abbiamo parcheggiata in Via Boezio, a un paio di chilometri di distanza dalla nostra destinazione, dopo mezz’ora buona di circumnavigazioni: praticamente, per uno che si abitui a vivere a Roma, l’abbiamo lasciata sotto la finestra dove si affaccia il papa. “Che botta di culo pazzesca”, continuavo a pensare mentre raggiungevamo a piedi San Pietro. Lei invece, guardandosi indietro, ha esclamato incredula: «Oh Madre Mia Santissima! Ma dopo, tutta questa strada qua ce la dobbiamo rifare a piedi un’altra volta?». E io, se lei non fosse stata mia nonna, le avrei risposto “Sì, vuoi pregare a San Pietro? Allora cammina”. Invece no, mia nonna – mia nonna – si rigirava tra le mani piccole e nodose il suo medaglione, e io le ho detto: «Dopo magari tu resti tranquilla tranquilla là insieme a mamma e papà, e io vado a riprendere la macchina e cerco di avvicinarmi il più possibile», e ho imprecato in silenzio, per conto mio.

E all’improvviso mia nonna, davanti alla Pietà di Michelangelo. Io l’ho sempre vista solo nei libri di storia dell’arte, ma lei nemmeno quello. E mentre siamo accerchiate, strette, soffocate dalla folla di gente con le macchine fotografiche e i cellulari e gli ipad, lei, alta un soldo di cacio, piccola, incurvata, assediata, lei si fa il segno della croce davanti alla Pietà. Bellissime: mia nonna, e pure la madonna, e una pietà tutta femminile. Ripete il segno della croce a ogni stazione: statue, dipinti, affreschi, cappelle, crocifissi, altare, perfino i marmi di ciascuna colonna. Un segno della croce per ogni singola pietra della basilica, un mulinare operoso di mano destra dalla fronte al petto, dal petto alle spalle, e infine dalle spalle alla bocca, perché mia nonna il segno della croce lo completa sempre con un piccolo bacio.
La visita alla cupola non è possibile, ci dicono, e nemmeno alle tombe, da nessun’altra parte, e anzi tra dieci minuti dobbiamo andare via tutti, perché la chiesa tra dieci minuti verrà chiusa al pubblico: ci sono i preparativi per la messa che il papa celebrerà stasera alle sei, alla quale mia nonna non potrà partecipare perché a quell’ora sarà ripartita per tornare a casa. Allora dobbiamo uscire tutti, e in fretta. «Va bene. – mi dice mia nonna sorridendo, con quel tono di voce remissivo, paziente, mansueto, avvezzo alla rinuncia, che le sento da che ho memoria – Qualcosa ho visto prima che mi muoio».
E no, cazzo: ma come? Mia nonna si fa coraggio, si alza alle cinque del mattino, prepara i panini con la pancetta fresca, lascia la sua casa, il suo paese e ogni sua sicurezza, si mette in viaggio con la forza di una Giovanna d’Arco, viene a Roma, decisa a compiere il suo pellegrinaggio santo nella culla della cristianità insieme a suo marito appeso al collo, e voi, brutti stronzi, che fate? Le sbattete la porta in faccia?
Mi sento furiosa. Devo provare a inventarmi qualcosa.
«Senti. – le dico – Lo so che non è lo stesso, però, visto che abbiamo ancora un sacco di tempo, visto che ormai a Roma ci stai, ti va di andare in un’altra chiesa importantissima, una chiesa che una volta, in passato, per i cristiani era ancora più importante di San Pietro?». Si illumina. Allora affondo: «Andiamo a San Giovanni in Laterano, ti va?».
E siamo andati a San Giovanni in Laterano.

Ed è stato, daccapo, tutto un segno della croce. Poi, a un certo punto, mio padre ha proposto di prendere l’ipad con l’audioguida, uno ciascuno. Quando l’hanno messo in mano a mia nonna, una donna che non ha mai visto un ipad, le ho intercettato nel verde-azzurro acquoso degli occhi un lampo di terrore. Ci ha guardato intimidita, disorientata, aliena, e ogni muscolo della faccia rugosa ha detto chiaramente: «E questo mò che cazzo è?», e sono certa che lo avrebbe detto anche lei, con la sua voce, se mia nonna fosse abituata a certo linguaggio e a dire “cazzo”, e lo avrebbe detto benissimo: vero, tonante, possente, meglio di come lo dico io, che ne dico uno ogni tre parole, senza peso, senza valore. «Questa è una macchinetta – le ho sussurrato nell’orecchio – che ha una voce registrata dentro che ti spiega tutte le cose che stai vedendo qui, in questa bella chiesa. Tu col dito schiacci il numeretto e quella attacca a chiacchierare e ti racconta una storia bellissima. Per esempio, se tu stai davanti a questa statua qua, la macchinetta ti dice chi è il signore della statua, chi l’ha costruita e quando l’ha costruita. Così almeno tu puoi sapere sempre chi stai pregando». Lei ci ha pensato un po’ e poi ha detto, ma non del tutto convinta: «È giusto, sì. Che alle volte in chiesa mi inginocchio davanti a una pittura e mi faccio il segno della croce, e però non lo so chi sono tutte le persone nella pittura. Mò però io ‘sta macchinetta non lo so come si usa, mi aiuti tu?». E io l’ho aiutata, e le ho schiacciato tutti i numeretti, e abbiamo ascoltato insieme l’audioguida, io la mia e lei la sua. Lei però non guardava più le statue e le pitture che le stavano davanti, guardava l’ipad, che si teneva stretto in mano nonostante ci fosse una cordicella da potersi appendere al collo; forse aveva paura di farlo cadere per terra, allora io premurosa ho cercato di farle infilare la testa nella cordicella dell’ipad, ma lei mi ha fermato con un gesto della mano, che non era mai stato tanto secco e perentorio. Allora ho capito, io, povera idiota senza speranza, ho capito in ritardo: non se ne parla nemmeno, al collo soltanto suo marito. E le ho lasciato l’ipad tra le mani, mortificata dalla mia stupidità.

Non so quanto abbia compreso delle parole dell’audioguida, che erano parole di storia, di arte e di politica (sempre insieme, loro: una trinità indissolubile da che siamo al mondo, ma questo, per un credente come mia nonna, è del tutto irrilevante). Però ascoltava, mentre fissava l’ipad tra le mani invece di guardare quello che aveva davanti agli occhi mentre la voce registrata le spiegava. Mia madre si è avvicinata e ha cominciato a parlarle vicino all’orecchio, sopra le cuffie, per raccontarle mano a mano la stessa storia in un’altra lingua, semplificata, e certi passaggi li saltava. Lei l’ha lasciata fare per un paio di volte, poi si è stranita e a bassa voce ha detto a sua figlia con tono severo: «Ma ti vuoi stare zitta che stiamo in chiesa?». E subito dopo si è tolta le cuffie, dal lato sbagliato, si è incastrata per un momento nel filo che le collegava all’ipad, si è districata, ha messo l’ipad in mano a mio padre e gli ha detto: «Toh, riportaglielo. Non lo so come si spegne, si può riportare anche se sta ancora parlando?». E ha ricominciato a farsi il segno della croce davanti a qualunque cosa, senza sapere cosa, ed era di nuovo felice, e noi non le abbiamo dato più il tormento fino alla fine della visita.
Allora ho pensato, che bella fede, che bella religiosità, questa qua di mia nonna, quant’è forte, mia nonna, che per resistere alle pene della vita, e alle minuzie di ogni giorno, per essere felice, le occorrono solo un crocifisso, un santo e un’immagine della madonna, e chi se ne frega chi l’ha messo lì e perché sta lì, e statevi zitti, zitti e mosca, che stiamo in chiesa, ignoranti, in chiesa non si parla, se non per pregare.

Prima di andare via da San Giovanni in Laterano, uscendo, le faccio scegliere una cartolina da portarsi a casa, per ricordo. «Quale ti piace?», le chiedo. «Non lo so… Questa qua col crocifisso mi sembra la più bella, tu che dici?», mi consulta dubbiosa: è una decisione importantissima. Ce le guardiamo tutte, una per una, e infine sì, le dico, questa qua col crocifisso è senza dubbio – senza dubbio – la più bella, e gliela compro come un gelato. Lei se la porta alla bocca, la bacia, con l’altra mano si fa l’ultimo segno della croce della giornata, e poi si ficca la cartolina nella borsetta.
E torniamo a casa.

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Fratello Houston, IL PARENTADO BRADO, LE AVVENTURE OSCURE, LE NEVROSI SPASSOSE

Sogno

Dino Buzzati, L'urlo (1967)

Dino Buzzati, L’urlo (1967)

 

Stanotte ho sognato mio fratello. Aveva gli anni che ha per davvero, adesso: venticinque, beato lui.
Stavamo seduti al tavolo di un bar, o di un ristorante, l’uno di fronte all’altra, e all’improvviso mi diceva: «Oh, guarda cosa ho imparato a fare». E subito cominciava ad allungarsi e stringersi in smorfie orribili, la faccia gli si deformava tutta: la fronte si dilatava e si contraeva, la bocca gli si spalancava in un urlo muto come in quel disegno là di Buzzati, che vedi una caverna rossa che quasi ci cadi dentro. Il bianco degli occhi gli si spandeva tanto da sembrare un uovo sodo, appena sgusciato. Pareva uno di quei fotomontaggi che alle volte, per davvero, adesso, mi manda sul telefonino per farmi ridere (come si chiama quell’effetto che distorce i lineamenti del viso? Mi serve questa parola, è importante: non la trovo). Però nel sogno era vero, e non faceva ridere per niente, io inorridivo e stavo per chiamare aiuto, ma non c’era nessuno intorno a noi, e comunque la voce non mi veniva. Era una visione insopportabile alla vista. Ma dopo, rapidamente in quella mutazione prodigiosa, cominciavo a riconoscere le sembianze di lui ragazzino, a ritroso: quindici anni, dieci anni, cinque anni, e poi eccolo, lo riconoscevo: tornato bambino, a tre anni, coi riccioli biondi e il viso di creatura fresca, liscia, lo sguardo curioso e colmo di fiducia, identico a una foto che ho nel portafoglio. Anzi: era proprio quello della foto che ho nel portafoglio. Bellissimo, come era per davvero allora, e come sono tutti i bambini. E mio fratello di tre anni adesso mi sorrideva, lì al tavolo di quel bar, o ristorante. Allora, finalmente, mi calmavo. Però aveva tre anni solo in faccia: tutto il resto era rimasto com’era, uguale a quando mi aveva detto oh, guarda cosa ho imparato a fare. Perciò era piccolo e grande nello stesso momento, sembrava che qualcuno gli avesse staccato la testa e ce ne avesse attaccata un’altra, quella coi riccioli biondi.
Poi, in pochi istanti, di nuovo la mutazione mostruosa, e le smorfie e l’urlo muto, e in un baleno tornava a com’è, agli anni che ha per davvero, adesso (venticinque, beato lui). Io restavo di nuovo senza parole, sbalordita, però – e questa era la parte più importante del sogno – anche un poco immalinconita, ad averlo rivisto bambino, reale, consistente davanti a me, quando eravamo piccoli e lui aveva tre anni e io dieci, e stavamo tutti bene, ma proprio bene. E, nel sogno, pensavo: beato lui che ha imparato a fare una cosa così, a riprendersi il tempo quando gli va, per gioco.

E poi mi sono svegliata.

(annotare, prima di dimenticare)

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bungee jumping alternativo, città, degenze, la colazione del precario

At the window

Edward Hopper, At the window (1940)

 

Vivi al primo piano di un palazzo dove, al piano terra, c’è un negozio di tolettatura per cani. Si chiama La Casa dei Cuccioli. Ignorarne il nome passandoci davanti è pressoché impossibile a tutti i vedenti, perché l’insegna di questo negozio consiste in diciassette spropositati caratteri scatolati, verniciati di verde acido e tenuti insieme da una ingombrante struttura metallica fissata al balcone di un appartamento al primo piano.
Il tuo.

Vivere in un appartamento che sta sopra un negozio di tolettatura per cani non è un fatto privo di rilevanza per chi ci vive, come invece potrebbe sembrare a chi non ci vive. Tu lo sai bene, perché ci vivi. Se il negozio di tolettatura per cani, poi, si chiama La Casa dei Cuccioli, e se l’insegna del negozio identifica immediatamente a una distanza di circa ottocento metri il balcone di casa tua, allora gli altri fatti non privi di rilevanza nella tua esistenza, per esempio, che so, il fatto di avere un lavoro precario e pochi soldi, e il fatto di abitare nel tratto più squallido della Tiburtina alla periferia di Roma, potrebbero finire col sembrarti, alle volte, delle tessere di un grande, emblematico mosaico, o i dettagli impliciti di un dipinto, dove il negozio di tolettatura per cani è là in basso, forse un poco sulla sinistra, e tu stai lì, al centro del dipinto come un coglione esplicito, affacciato al tuo balcone, mentre fumi una sigaretta. Riesci a vederti? Se non fosse per quella grossa, madornale insegna verde acido sotto di te, a pochi centimetri dalla sigaretta che tieni nella mano, sembreresti un quadro di Hopper. In effetti, mentre fumi lentamente la tua sigaretta e osservi le finestre illuminate dell’edificio di fronte casa tua, che poi è l’albergo dello stabilimento termale responsabile di averti alterato l’olfatto a colpi di esalazioni sulfuree, ti chiedi se a qualche cliente dell’albergo venga in mente un quadro di Hopper, quando ti fissa dall’altro lato della strada.

Anche i clienti dell’albergo di fronte casa, infatti, si affacciano alla finestra della loro camera. Sono perlopiù facce di uomini e donne ancora giovani – quelle meno giovani, supponi, stanno alle terme, al piano di sotto dell’albergo, a fare le inalazioni – e si vedono soprattutto d’estate. Anche loro, incorniciati da infissi di colore bianco e acquamarina, sembrano un quadro di Hopper, ma un altro, non quello che assomiglia a te e al tuo balcone.
Si affacciano, appoggiano i gomiti sul davanzale, accendono una sigaretta come te, la fumano lentamente. Loro, però, sono lì di passaggio. Hanno appena completato un ciclo di trattamenti per la pelle o, come più spesso ti piace immaginare, hanno da poco finito di fare l’amore, con una persona anche lei di passaggio. Qualche volta il piacere dell’immaginazione ti viene sottratto, perché accade di intravedere davvero una donna mezza nuda dietro la tenda, e allora ti devi inventare una storia con altri dettagli che non vedi (chi è la donna mezza nuda? Un’amante, sì, certo, ma che tipo di amante? Come ama?).

I vostri sguardi si incontrano. Succede mentre, dal piano di sotto del tuo palazzo, si levano disperati i guaiti dei cani della Casa dei Cuccioli. Pare che li stiano scannando, invece li stanno lavando, asciugando, tosando, profumando, infiocchettando (ma tu, in alcuni momenti, che sono momenti alla fine di una giornata in cui non hai fatto altro che ascoltarli piagnucolare per un bagno caldo, tu nutri segretamente il desiderio che quei cuccioli bastardi li scannino il prima possibile). Vi guardate, tu e il cliente dell’albergo di fronte casa, e ti scopri a cercare di coglierti attraverso i suoi occhi, mentre fumate la vostra sigaretta in silenzio. Vi guardate, e pensi che non devi fare certo una bella impressione, curvo sopra quell’insegna appesa al tuo balcone, La Casa dei Cuccioli, in mezzo ai guaiti dei cani che provengono dal piano terra del tuo palazzo. “Io qua ci vivo. E lei? Lei che ci fa da queste parti, oltre alle cure termali?”. Così vorresti dirgli, urlando per cercare di sovrastare i latrati, ma non sei tipo da rivolgere una domanda così intima, per giunta urlando, a una persona sconosciuta che s’affaccia alla finestra di una camera d’albergo.

Ti è sempre piaciuto guardare dietro le finestre delle case. Piace un po’ a tutti. Tavole preparate per la cena, luci, soggiorni, librerie – le librerie soprattutto, e la sagoma di persone e di persone che tengono in braccio un gatto. D’estate, o in primavera, ti piace di più perché le finestre sono aperte, e alle immagini si accompagnano i suoni, a mo’ di sottotitolo: acciottolìi di piatti in cucina, tv e radio accese, voci di gente che litiga, gente che canta, gente che ride, gente che piange, gente che bestemmia. Ti piace da quando sei bambino e non hai ancora capito perché, visto che a casa tua si litigava, si cantava, si rideva, si piangeva e si bestemmiava come nelle case degli altri.

Rientri in casa, ti prepari un caffè. Adesso osservi l’edificio dell’albergo attraverso il giallo girasole delle tende nel tuo soggiorno. Infine torni alle tue occupazioni. Rileggi quello che hai scritto e scopri con un certo stupore di esserti declinata al maschile per tutto il tempo, come se non fossi tu l’imbecille sul balcone sopra la Casa dei Cuccioli, ma uno qualunque (non hai più voglia di pensarci, perciò decidi che di questa stramberia è senz’altro responsabile la lingua in cui scrivi, che tende a declinare il soggetto al maschile se accanto gli sta una donna, o se il soggetto vuole restarsene indefinito e riguardare tutti gli individui).
Finalmente pensi che non sei buona a raccontare le cose in seconda persona, e che però avevi proprio tanta voglia, diresti addirittura bisogno, di vederti dall’altro lato della strada.

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I FIDANZATI DISGRAZIATI, LE AVVENTURE OSCURE, Le Sanglier, tango argentino

Om Shanti. La pace del perineo

Da quando io e Le Sanglier, a seguito della sua proposta, abbiamo cominciato a frequentare regolarmente e con grande impegno una scuola di tango argentino, sei o sette mesi fa, e da quando il targo argentino è sopraggiunto con inattesa e inaudita violenza a devastare a passo di milonga la mia tranquillità, o quel che ne restava, lui, quel mio mite mammifero da compagnia che al mattino presto ballava e cantava in pigiama al centro del soggiorno, con l’elastico dei pantaloni allentato, sulle note di “Io sono allegro perché sono un cretino”, ha deciso di attuare un radicale rinnovamento del suo stile di vita.
Del mio, pure.

Dopo i primi mesi di tango, ci eravamo resi conto di essere entrati in un vortice di relazioni sociali – due parole, queste, che mi turbano sempre non poco – il quale ruota, prevedibilmente, intorno all’interesse comune per il ballo. Non solo, però, per il tango, ma anche per la chacarera, la salsa, la zumba e pure la danza classica: molti dei nostri compagni, infatti, erano sì principianti come noi nel tango, ma, a differenza di noi, esperti e appassionati di altri balli, delle cui interferenze positive parevano beneficiare nell’esperienza di apprendimento del tango, non foss’altro che per una familiarità già matura con il movimento del proprio corpo in musica.
Le Sanglier, che è un entusiasta, ha cominciato a entusiasmarsi.
Rilevato senza eccessivo sforzo d’osservazione che lo spessore del suo addome non era compatibile con il suo entusiasmo, ha stabilito preliminarmente di mettersi a dieta.
Dopo i primi tre mesi di colazioni e spuntini a base di merda crusca e di sguardi carichi di astio verso di me e i miei cornetti al cioccolato, si è comprato una bilancia allo scopo di monitorare i suoi progressi con frequenza quotidiana, invece di andare a pesarsi a casa dei suoi una volta al mese, come usava fare per ridurre al minimo la frustrazione. Alla dieta ha affiancato un serrato programma di esercizi di ginnastica, svolti con ferrea determinazione in casa, sul tappeto al centro del soggiorno, che hanno progressivamente sostituito le magistrali interpretazioni di “Io sono allegro perché sono un cretino” – solo l’elastico allentato dei pantaloni del pigiama è stato conservato, probabilmente allo scopo di garantire continuità fra tradizione e innovazione.
Per settimane, e poi mesi, abbiamo minuziosamente registrato le variazioni di peso, esultando incontenibilmente per due etti in meno e, più spesso, addolorandoci inconsolabilmente per due chili in più, finché il peso è parso assestarsi sul valore di settantasette chili e cinquecento grammi (cinquecento, amore mio bellissimo, non trecento come tu vorresti che scrivessi).
Io ero sì un po’ spazientita dai calcoli, tuttavia si sa che l’annebbiamento amoroso è anche partecipazione alla vita dell’amato, perciò partecipavo e, mentre lui trangugiava mestamente le sue pappe ipocaloriche, io gli tenevo compagnia ingoiandomi rapidamente bignè alla crema e premurandomi di mangiare anche i suoi (così partecipando, speravo inoltre che la sua improvvisa meticolosità finisse con l’estendersi ad altre attività per me irrinunciabili quali, ad esempio, la raccolta differenziata dei calzini – quelli sporchi nel cesto della biancheria, quelli puliti nei cassetti, che non è un fatto così ovvio come può sembrare).

Un giorno, però, Le Sanglier ha detto: “Il tango è bellissimo, il tango per me è mille volte più bello della salsa, e io voglio ballare soprattutto tango, però un po’ di salsa ci darà la scioltezza che ci manca, che ne dici?”. Lottando con la tentazione di somministrargli sedativi a sua insaputa, mi sono avvalsa dell’arma potentissima del nostro precariato, “Non abbiamo soldi per iscriverci a un altro corso, – ho detto – magari più in là”.
Più in là Le Sanglier ha detto: “La salsa me la guardo un po’ sui tutorial di You Tube, almeno il passo base. Perché non ci iscriviamo a un corso di yoga? Ne ho scoperto uno vicino casa, è pure economico! Lo yoga aiuta il rilassamento muscolare”. A quel punto tutte le mie perplessità, gli interrogativi pazientemente stoccati in questi mesi di partecipazione, si sono coagulati in un embolo cerebrale dal quale solo un sincero atto linguistico avrebbe potuto mettermi in salvo evitandomi un ictus sicuro, ed era chiaro che l’atto linguistico sarebbe stato un quesito, semplice, onesto, assai intimo e perciò appassionatissimo, ma irrimediabilmente poco sorvegliato nella cura della sua formulazione: “Ma io e te non si chiava abbastanza?”. “No, vanno benissimo quanto e come. – ha risposto lui con agio – È che ci tengo proprio a sentirmi in forma, un po’ più bellino. Tu non lo puoi capire ‘sto fatto qua perché stai in forma e bellina da quando sei nata, pure se ti mangi quattro bignè alla crema ogni mattina. Eddài, aiutami, ho bisogno della tua collaborazione”.

Io ho collaborato, ma adesso non me la sento di ripensare alla mia lezione introduttiva di yoga.
Mi limiterò a dire che le esalazioni di incenso mi stordiscono e che non mi flettevo ad abbracciare le mie caviglie da quando ho dodici anni e che il mio corpo ha provveduto a ricordarmelo sussultando e scricchiolando e gemendo e bestemmiando divinità impronunciabili, e che io ne ho avuto pena profondissima per circa un’ora e mezza, durante la quale l’insegnante ci ha ripetutamente invitato a rilassare il perineo e dopo la quale, tornando a casa, Le Sanglier ha detto: “Io ho capito dove sta più o meno il mio perineo solo quando mi è scappata una scorreggia dall’orifizio anale. Mica si sarà sentita?”.

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La sala d’attesa

Post prima un po’ allegro e dopo un po’ triste
(“Dop’ lu ride se ne ve sempr’ lu piagne”, detto abruzzese)
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Abbiamo questa stanzetta, a casa. Saranno sì e no sedici metri quadrati.
Prima che venissi ad abitare qui dove abito adesso, in casa ci stava solo Le Sanglier. Cioè, ci stavano Le Sanglier e tutte le sue cose. Di tutte le sue cose, quelle di cui non sapeva che fare, quelle di cui aspettava di capire che fare e quelle che non gli servivano tutti i giorni, stavano dentro questa stanzetta. C’era anche una specie di branda che lasciava pensare, pur vagamente, a un letto per dormire, perciò la stanzetta si chiamava “cameretta”. Si chiamava così anche se non ci dormiva nessuno: Le Sanglier, infatti, dormiva nella camera da letto propriamente detta e adeguatamente utilizzata, su quello che verrebbe definito senza dubbio da chiunque un letto e, per la precisione, un letto a due piazze.
Nessuno, insomma, dormiva nella cameretta. Nella cerchia di amici di Le Sanglier si vociferava che la cameretta nascondesse i resti di sua nonna, da lui fatta sparire allo scopo di ereditarne l’appartamento. In effetti, a giudicare dallo stato dell’ambiente, si sarebbe detto che il campo era aperto ad ogni ipotesi.
Quando sono venuta qui, ad abitare con Le Sanglier, Le Sanglier ha detto: “Sgomberiamo la cameretta” e io ho pensato che volesse darmela in affitto e che forse non avevo ben capito questa faccenda della nostra convivenza, ma subito dopo ha detto: “Ci facciamo uno studio”. Così ha portato via la specie di branda e qualche altro oggetto che non sono riuscita a identificare, io ci ho portato la mia scrivania e un pezzo della mia libreria – gli altri pezzi li abbiamo messi nel soggiorno, lui ha liberato la sua scrivania di tutto quello che prima ci stava sopra e ci ha messo quello che secondo lui sta sopra la scrivania di uno studio, quindi ci ha rimesso tutto quello che prima ci stava sopra, ma in posizioni diverse. Infine ha detto tutto contento: “Ecco, abbiamo pure uno studio!”.
Ora, io le idee su cosa si fa in uno studio le ho sempre meno chiare, però sono contenta di avere uno studio. Adesso che la stanza non è più una cameretta ma uno studio, alle volte io e Le Sanglier ci sbagliamo a chiamarla. Per esempio, lui dice: “Sta piovendo. Mi aiuti a spostare lo stendino dal balcone alla cameretta?”, oppure, se lo stendino sta già nella stanza, “C’è mica spazio per mettere l’altro stendino nella cameretta, che devo fare un’altra lavatrice?”. Io dico: “Dove sta la mia valigia rossa?”, lui risponde: “L’ho messa nello studio, dietro la porta”, oppure: “Sta sopra l’armadio nello studio, fai attenzione a quando la tiri giù che ci stanno un sacco di altre cose”. Le altre cose sono: la valigia sua, due scatoloni miei, dei grossi fogli di cartoncino colorato arrotolati e avvolti nella plastica che uso in classe con gli studenti, le scatole vuote della stampante, dei nostri portatili, del frullatore, del tostapane e dell’apparecchio per l’aerosol – perché le scatole possono sempre servire.
Altre volte io dico: “I documenti te li ho messi nello studio”, lui dice: “Le scarpe da tango te le ho messe nella cameretta”. Qualche volta litighiamo pure, io dico: “Senti, qua è ora che ci decidiamo che minchia è ‘sta stanza”, lui dice: “Lo dobbiamo decidere proprio mò?”.

La stanza risente della nostra confusione sulla sua identità, pare che ci stia dentro una sofferenza.
A tutti gli effetti, ho pensato ieri, è una sala d’attesa (nelle sale d’attesa, in fondo, non si soffre un po’?). Per questo motivo, ma in un modo che non ho ancora capito con chiarezza, è la stanza più importante della casa: lì ci stanno tutte le cose che aspettano di trovare posto, e qualche volta ci vado pure io, a ragionare e aspettare di capire mentre fumo una sigaretta, e allora la stanza diventa anche un pensatoio. Sto lì, e mentre fumo in piedi al centro del pensatoio osservo i miei libri, quelli che per comodità chiamo “libri di lavoro”, diversi dai “libri miei”, che invece sono perlopiù romanzi, quasi tutti tascabili, e stanno nella libreria in soggiorno (da questa parte gli americani – John Fante, però, in uno spazio solo suo, da quest’altra parte gli italiani contemporanei, e così via). I libri di lavoro li ho messi lì, nello studio, nel periodo in cui stavamo trasformando la cameretta in uno studio. Sono manuali di italiano per stranieri – “Un giorno in Italia”, “Espresso”, “Percorso Italia”, “Campus Italia”, “Contatto”, “Domani”, “Chiaro!”, e altri nomi cretini così, grammatiche, raccoglitori pieni di dispense, e poi ci stanno anche altri libri che servono a me per imparare, per esempio “Sillabo di italiano per stranieri”, “Immigrazione. Dossier Statistico 2011″, “Insegnare italiano a stranieri”, “Italiano come lingua seconda”, “Vedere per capire e parlare”, “Quadro comune europeo di riferimento per le lingue”, e altri nomi cretini così. Tutta roba, tanta, acquistata negli anni, che se me la rivendessi ci camperei per qualche mese buono. Invece non me la rivendo, la tengo lì ad aspettare, nei periodi in cui non lavoro.
Poi c’è anche un quadretto, una cornice a giorno da tre euro dentro cui ho messo un piccolo poster preso qualche anno fa al Goethe Institut, quando avevo cominciato a studiare il tedesco perché avevo avuto tanti studenti tedeschi e volevo iniziarmi alla loro lingua, come pegno d’amore: c’è il disegno di un uomo e una donna che si baciano, sopra di loro c’è scritto: “Conoscere più lingue avvicina i popoli”, e sotto di loro: “E le persone”. Non l’ho appeso al muro perché l’unica parete disponibile della stanza si rifiuta di farsi trafiggere dai chiodi: tu dai una martellata decisa, studiata, e il chiodo incontra una resistenza dietro il muro, che non si capisce cos’è, tu rimani col martello in mano, a fissare il chiodo tutto storto e la parete ostile, e senti una specie di dolorosa impotenza, una qualche verità che appare definitiva e, per questo, insopportabile.

Ho pensato, finché non riesco ad appendere questo quadretto di poco conto, che per me è tanto importante, questa stanza sarà sempre una sala d’attesa, dove ci mettiamo le cose che non sappiamo dove mettere e le cose che aspettano di trovare posto, e dove io vengo a fumare una sigaretta e ragionare, e pure a sragionare, mentre aspetto di capire che fare di certe cose mie, dei libri di lavoro, e del quadretto, soprattutto del quadretto, e della sua importanza.

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Essere giovani, qui da noi in Italia

Entro nell’ufficio Programmi Internazionali, saluto.
Mi guardano subito indispettiti dalle scrivanie, non mi danno il tempo di continuare, “Oggi siamo chiusi” mi chiariscono, senza nascondere un tono scocciato. Riconosco presto la situazione, mi affretto prima che i loro sguardi tornino a depositarsi sui monitor dei computer, “Lo so. Ma ci siamo sentiti via e-mail e abbiamo concordato che sarei passata oggi a firmare i certificati per gli studenti Erasmus. Sono Rouge, Morelle Rouge”. Una di loro arrossisce un poco, di più s’impegna a trafiggere con gli occhi la collega che mi ha appena informato sulla loro disponibilità a ricevermi, dice a bassa voce: “È una degli insegnanti”. Si scusano all’unisono. “Non c’è problema, – dico sorridendo – so che non sembra”. Si distendono in una risata, mi fanno accomodare, mi portano i certificati da firmare e un vassoio di castagnole.

In effetti non sembra, mi dico mentre vado firmando i certificati che attestano la frequenza del corso di italiano per studenti Erasmus Incoming, il numero delle ore di presenza alle lezioni, il superamento dell’esame finale, il voto espresso in trentesimi e l’acquisizione di quattro crediti ECTS (“Dottoressa, prima di procedere alla firma dei certificati la prego di ricontrollare che abbiamo inserito correttamente tutti i dati che lei ci ha inviato”).
Eh no, non sembra, continuo a pensare tra me e me. Oggi, poi, non mi sono nemmeno pitturata la faccia, non ho una giacca, libri sotto il braccio, né la borsa da prof. Potrei più facilmente sembrare una studentessa moderatamente fuori corso, diciamo, per dire, un paio d’anni fuori corso. Inoltre, oggi provengo da una notte di cattivo sonno e da un’alba di disturbi intestinali, ho rinunciato al treno in arrivo al binario per correre a casa a sacramentare in bagno e ritornare mezz’ora dopo alla stazione a prendere il treno successivo, dove mi sono appisolata. Non mi tengo in piedi, avrei bisogno di un caffè, ma ho lo stomaco vuoto già corroso da due. Il risultato complessivo è visivamente discutibile. Dunque, suppongo, potrei ancora più facilmente sembrare una studentessa moderatamente fuori corso che abbia passato la notte a bere in giro.

Di essere scambiata per una studentessa dal personale amministrativo dell’università, dai colleghi, dai coordinatori dei corsi e, qualche volta, pure dagli studenti, mi è successo in passato con una frequenza che dipendeva indubbiamente dalla mia giovane età, quindi sempre, e mi succede al momento con una frequenza che dipende, in effetti, dalla mia attuale età, quindi quasi sempre, e continuerà a succedermi in futuro con una frequenza che dipenderà, credo, dall’età percepita in Italia, quindi ancora a lungo, o molto a lungo. Se in passato ciò mi lasciava infastidita perché mi vedevo attribuire gli anni che avevo, al momento ci provo un certo gusto perché mi vedo ridurre gli anni che ho. In futuro, non so; del futuro non me la sento di parlare. Del futuro non me la sento di parlare in nessun caso. Però so, e me la sento di dire, che essere studenti è una gran cosa. Dico questo, che essere studenti è una gran cosa, e mentre lo dico non penso all’età che generalmente e grosso modo uno ha quando è studente, ma penso all’intelligenza, all’intelligenza e al potere sovversivo che si può ancora sperare d’avere in mano allora, in quegli anni, e poi mai più.

L’equivoco più divertente, comunque, non è avvenuto oggi, mentre firmavo certificati e mangiavo castagnole all’ufficio Programmi Internazionali di un’università che mi sono guardata bene dal menzionare, cioè l’Università di Roma La Sapienza, ma in un’altra università di Roma che con altrettanta prudenza dovrei forse premurarmi di non rivelare, cioè quella di Tor Vergata.
Quest’altro è successo circa quattro anni fa, quindi in un momento, immagino, in cui avrei potuto più facilmente essere scambiata per una studentessa ancora in regola con il corso di studi.
Dovevo fare fotocopie. Dovevo farle in fretta, perché dieci minuti dopo sarebbe cominciata la lezione con gli studenti cinesi del programma Marco Polo. Perciò ho fatto quello che farebbe un insegnante che deve fare fotocopie per una lezione che comincia dieci minuti dopo: sono entrata nell’ufficio delle fotocopie. Questo ufficio qui, però, non consentiva l’uso della fotocopiatrice agli studenti e il personale amministrativo me lo ha fatto presente nello spazio di tempo (sette, otto secondi) necessario ad aprire la porta dell’ufficio, salutare tutti e fare i primi tre passi verso la fotocopiatrice. “Lo so. Ma il coordinamento mi ha fatto sapere che le fotocopie per il corso Marco Polo si fanno qui. Sono Rouge, Morelle Rouge”, ho detto.
Non sapevo ancora, allora, quante volte negli anni seguenti avrei recitato la formula, poi mandata a memoria, con le opportune variazioni secondo le necessità del caso. Per questa ragione lo ricordo adesso come l’equivoco più divertente, l’Archequìvoco dell’essere giovani, qui da noi in Italia.

Ho trentuno anni. Da quattro insegno italiano a studenti stranieri (quando è consentito, cioè saltuariamente) in corsi universitari e in corsi privati (uno alla volta, ma anche due o tre nello stesso periodo, dipende dal periodo), con contratti di collaborazione a progetto. Solitamente, a questo punto, cioè il punto in cui uno comincia a dire “Ho trentuno anni. Da quattro insegno italiano a studenti stranieri…”, dovrebbe arrivare la parte relativa al profilo formativo, ovvero la menata su quello che ha studiato all’università, i titoli che ha conseguito dopo la laurea, le pergamene e i diplomi e gli attestati che di anno in anno ha regalato ai parenti per Natale, in cornice a giorno.
Ma questo non è un curriculum, né la pagina di un profilo Linked In.
Questo è un post su un blog, e di blog ce ne sono tanti, e questo è un blog che non si occupa di temi relativi al lavoro, o non se ne occupa nei modi in cui se ne occupano i blog che si occupano di temi relativi al lavoro, e di blog che si occupano di temi relativi al lavoro ce ne sono tanti.
Questo è un blog che, come ben sanno quelli che hanno l’ardire di leggerlo abitualmente e pure quelli che hanno la sconsideratezza di leggerlo via smartphone, fa un po’ quel cazzo che gli pare. Però, ve l’assicuro, cerca di farlo il meglio possibile. Quindi, intuitivamente, a questo punto del post arriverà qualcos’altro.
La fine.

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“Il giorno in cui l’anima mi sgattaiolò dal naso”. Prefazione

Sta scritto: “In principio era la parola!”
Qui già m’impunto. Chi mi aiuta a proseguire?
No, porre così in alto la parola
non posso. Devo tradurre in altro modo,
se mi darà lo spirito la giusta ispirazione.”
(Goethe, Faust I, 1224-1228)*

Cari lettori di Tornasole,

quello che sto per compiere verrà senz’altro ritenuto un atto di crudeltà e inammissibile ingiustizia. Potrebbe esserlo. Tuttavia si tratta di un male che, per ragioni qui inspiegabili e comunque sempre incomprensibili all’umano sentire, ritengo necessario.

Di recente, ricorrendo a ogni mezzo a mia disposizione, ho fatto in modo di avvicinare la signora Morelle Rouge, autrice del blog che da circa un anno Voi, lettori d’indubbia intelligenza ma di scarso gusto, leggete nella cosiddetta Rete, covo d’ogni immaginabile e inimmaginabile nefandezza umana.
Avrete certamente notato che negli ultimi tempi l’autrice non accenna a pubblicare i suoi scritti. Qualcuno di voi, lo so per certo, si è interrogato sulle ragioni di una tale prolungata assenza.
Ebbene, quest’oggi mi sono illecitamente appropriato dei dati necessari ad accedere al suo blog (non è stata un’operazione per me complicata: l’infelice non è in grado di memorizzare un numero di password superiore a tre, e tre sono le password da lei abitualmente utilizzate per l’accesso al blog, alla posta elettronica, ai social network e tutti gli altri siti web ai quali è iscritta, nonché al suo conto postale e bancario. È stato perciò sufficiente essere abili conoscitori della natura di Morelle Rouge, cioè essere me, per sapere tutto ciò che si può sapere di lei).

In queste gelide settimane d’inverno, la sciagurata non ha pace. In uno degli innumerevoli cedimenti della sua già ridotta lucidità, assai più strazianti di quelli che un tempo la inducevano a scrivere grosso modo con regolarità, la poveretta ha voluto mettermi al corrente di un avvenimento inquietante di cui si è ritrovata suo malgrado protagonista circa un mese fa, facendomi infine promettere e giurare più e più volte che mai un tal segreto sarebbe uscito dalla stanza nella quale in quel momento ci trovavamo (un modesto soggiorno arredato con vecchi mobili della nonna e mobili seminuovi acquistati al Reparto Occasioni di Ikea, non certo ingentilito dalla presenza del suo celebre compagno, Le Sanglier, il quale nel frattempo ciabattava con fare indifferente intorno a noi, muovendosi nell’aria pregna dei due spicchi d’aglio che lo stesso aveva lasciato a soffriggere lentamente in cucina, all’ora di pranzo).
La sventurata temeva, sopra ogni altra cosa, che quanto mi andava rivelando potesse divenire materia di racconto, trafugato e licenziato poscia sotto il suo rispettabile nome.
Tuttavia io, essere notoriamente perfido e spregevole di cui pur la misera ingenua continua a ignorare l’aberrante bestialità, non ho potuto tenere fede alla mia promessa, e al giuramento solenne che la sciocca m’impose al cospetto di una copia malridotta di “Fame”, di Knut Hamsun, ch’ella delirando afferrò a caso dalla sua libreria. Del resto, miei cari Signori e mie carissime Signore, non si comprende perché mai ci si aspetti ch’io sia meno volubile di voi umani, né perché quell’idiota mi fece giurare con la mano su un libro, né perché dovrei sapere chi cazzo è Knut Hamsun.
Così, dopo essermi congedato dalla mia malcapitata, promettendole di non far parola con nessuno su quanto le mie orecchie avevano udito, mi sono affrettato sui miei piedi caprini a rintanarmi nel mio studio maleodorante, dove ho cominciato anzi a mettere per iscritto, uno scritto veritiero e grossolano, cioè confezionato in tal guisa che potesse facilmente sembrare opera sua, la storia che avevo appena ascoltato, alla quale ho dato il titolo provvisorio Il giorno in cui l’anima mi sgattaiolò dal naso.

Mosso da ferino desiderio di far torto all’autrice di Tornasole e di esporla al vilipendio dei lettori e al ludibrio della sorte, vi annuncio dunque di essere prossimo a pubblicare in questo blog quanto ella, preda di indicibile angoscia, mi confessò quel giorno.

A.

[* Johann Wolfgang Goethe, Faust. Urfaust, traduzione di Andrea Casalegno, Garzanti 2002, p. 91]

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I giorni del gabbiano Salvatore

Dal letto numero 22 della Clinica Otorinolaringoiatrica del Policlinico Umberto I di Roma si vede la facciata della Clinica delle Malattie nervose e mentali.
Questo, però, solo se guardo verso la finestra alla mia destra. Se guardo davanti a me vedo il letto numero 21, occupato da una signora con un buco al centro della gola. “Signò, dobbiamo rifare un interventino”, le stava dicendo uno specializzando ieri mattina quando sono arrivata, “Togliamo solo un altro pezzetto. Sarebbe ‘n peccato perde la voce per non toglie n’artro pezzetto, no?”. La signora ha sibilato qualcosa che non s’è capito bene, “… tti mostri”, o “… ‘cci vostri”. Se guardo alla mia sinistra, invece, vedo la signora del letto numero 23. “Sono Gigliola. Nodulo alla parotide. Piacere!”, s’è presentata subito cordiale, stringendomi la mano. “Sono Morelle”, ho risposto, “Deviazione del setto nasale. Ce l’ho da quando sono nata però ci ho fatto caso solo adesso. Piacere mio”. Se guardo di nuovo davanti a me, ma verso l’angolo, vedo il letto numero 20. Quello che ha la signora non lo so perché non può parlare, e stanno in silenzio pure gli infermieri che ogni tanto vengono a darle un’occhiata e a pulirle il catarro che continua a buttare fuori (la mattina dopo scoprirò che la signora si chiama Silvana, ha un tumore alla lingua e si serve di un foglio di carta e di una penna per mandare affanculo tutti i medici. Però, noterò successivamente, a volte usa anche le braccia e le mani a questo scopo, e mi pare molto più efficace).

Io guardo fuori dalla finestra, e mi sento di ottimo umore.
Come io possa, alla fine di questo 2012 che è stato tanto difficile (dicono che potrebbe essere l’ultimo, e negli ultimi mesi mi sono sorpresa a sperare che abbiano ragione), venire a ritrovare il buonumore dentro un ospedale – perdipiù, il Policlinico Umberto I di Roma – non mi è del tutto oscuro: sento chiaramente di confidare nell’anestesia per ottenere qualche ora di annichilimento della ragione, e nelle droghe che mi somministreranno dopo, a scopo analgesico, per avere infine due giorni buoni.
L’università, nella figura della coordinatrice Clotilde, mi scrive raffiche di sms per sapere come va “a livello personale”. Io ho l’impressione che l’interesse sia più quello di sapere se dovranno scomodare altri colleghi per elaborare al mio posto tutte le prove dell’esame finale del corso e, in effetti, le cose potrebbero andare così, quindi glielo scrivo e ottengo finalmente il mio scopo, cioè il suo silenzio.
Quando un problema di salute non è serio come quello della signora Silvana, quando uno deve sottoporsi a “un interventino rapido rapido”, un ricovero in ospedale può, per alcuni, equivalere a un’opportunità. Una vacanza, una pausa da una serie di giornate di cui non si vede la fine, un’esperienza riposante, liberatoria. Incredibilmente, una sospensione dal dolore nel luogo che per eccellenza ne raccoglie e ammassa. Così succede a me, e lascio che la meschinità del sentimento mi riempia a fondo i polmoni.
Scendo al pianoterra e mi compro tre, quattro confezioni di biscotti al cioccolato, torno al letto 22, dispongo sul mio comodino il Diario d’inverno di Paul Auster, il computer, l’ipod, il cellulare silenzioso, mi rimbocco con cura le coperte, mi metto comoda.
Guardo fuori dalla finestra, e mi sento di ottimo umore.

È in questo stato di docile e piena disponibilità alla degenza che ho fatto conoscenza con Salvatore. Viene ad appollaiarsi spesso sul davanzale della finestra, da quando la signora Gigliola ha preso a rimpinzarlo di biscotti. La figlia della signora al 21 gli rifila pure i pranzi scotti dell’ospedale e alla mamma ci dà la cioccolata, dice che la tiene allegra. Perciò Salvatore si presenta alla finestra e batte col becco sul vetro ogni quindici, venti minuti. È un gabbiano, credo, e ha proprio la faccia di un Salvatore. La sua apertura alare è perfetta e, se sto davanti alla finestra, mi viene incontro in picchiata che pare voglia sfondare il vetro, e in effetti io indietreggio di qualche passo mentre lo vedo farsi sempre più grande, perché – dio! -  avanza a una velocità impressionante e sembra che non abbia intenzione o capacità di arrestarsi, si sfracellerà contro la finestra, o sfracellerà la finestra stessa finendomi addosso, vetri e tutto. Invece Salvatore si ferma sul davanzale un secondo prima, col becco a mezzo centimetro dal vetro. Io mi riavvicino, lui rimane dov’è, apre e chiude a ripetizione gli occhi. Restiamo così a lungo. Adesso solo il vetro di una finestra del Policlinico Umberto I ci separa.
Io, che sono nata al mare, non l’avevo mai visto un gabbiano così da vicino. Di trovarmelo davanti in una stanza d’ospedale, alla fine di un anno terribile, non me l’aspettavo.
Gli scatto una serie di foto con il cellulare. Non so bene perché, ma di questo gabbiano, al quale ho dato il nome di Salvatore, mi voglio ricordare. Scrivo pure un Dialogo tra una degente del Policlinico e il gabbiano Salvatore, avventurandomi a elaborare sull’uso della ragione, poi lo rileggo, vedo con chiarezza che lo stile dell’operetta non è roba mia, e lo cancello. Gli appunti sul gabbiano Salvatore, quelli restano.

Passeggio per il corridoio grigio (non è grigio perché è triste, è proprio di colore grigio e basta, e non ci vedo niente di triste, non più triste delle pareti bianche di casa mia). Di fronte a una statua della Madonna attorniata da fiori e vasi di piante c’è una sala d’attesa con un televisore e, su un foglio attaccato alla porta, hanno scritto con un pennarello nero: NON SPEGNERE IL TELEVISORE. Mi pare di percepire, da una cavità dello stomaco, le ragioni profonde di una richiesta così espressa, che sembra un ordine, un comandamento solenne, e invece secondo me è una supplica.
La meta principale delle mie passeggiate è il piccolo balcone che mi sono impegnata a scovare in fondo al corridoio, appena sono arrivata. Ci stanno due bicchieri di plastica colmi di sigarette spente dai medici, dagli infermieri, dai pazienti e dai visitatori. Ci metto pure le mie, già mi sento a mio agio.

Alla sera la signora del 21 vomita l’anima sul suo letto, la signora Silvana si caca addosso, la signora Gigliola mi chiede se voglio un po’ di pizza. Io cortesemente rifiuto, ma solo perché, dopo la cena servita in ospedale, ho appena mangiato mezza confezione di biscotti al cioccolato.
Mi gratto un po’ la testa. Ogni tanto guardo pure la signora Silvana, che non dice più niente. Prima delle dieci cado in un sonno sordo, senza sogni, senza colpe, ottuso, piacevole e profondissimo.

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Il diavolo e la pazienza

C’è un trionfo di serotonina
dove termina il dolore
(Ivano Fossati, L’angelo e la pazienza, rivisto e corretto)

Volevo scrivere delle rosticcerie, delle tavole calde, dei ristoranti, delle pizzerie e dei caffè di Roma nella pausa pranzo di un lavoratore co.co.pro.
Volevo scrivere, per esempio, di come i luoghi frequentati da un lavoratore co.co.pro. nella sua pausa pranzo, se ce l’ha, non siano mai gli stessi durante l’anno. Volevo dunque scrivere qualcosa sulle ragioni dell’espunzione dell’avverbio “abitualmente” tra “luoghi” e “frequentati”. Volevo perciò scrivere dell’abitudine, avevo tanto da dire sull’abitudine, su come – dicono – ci si abitui a tutto, ma veri scrittori l’hanno già fatto sapientemente, e non c’è più niente da scrivere, né da dire, e anche questo, cioè che non c’è più niente da scrivere né da dire, l’avevo già scritto.
Volevo scrivere, pure, di come il lavoratore co.co.pro. che presti il suo servizio in qualità di “esperto di Qualcosa” in tre o più posti durante l’anno sia capace di realizzare un’accuratissima mappatura dei luoghi di ristorazione presenti nella città dove va collezionando il maggior numero di contratti.
Volevo provare a fare il ritratto dei clienti (“abituali”? Non saprei dirlo) di tutti i posti in cui un lavoratore co.co.pro. trangugia colazioni e pranzi durante l’anno.
Volevo scrivere, insomma, un post ilare, brioso, eventualmente brillante.
Volevo scriverlo, ma non lo farò, credo, perché quello che mi viene da scrivere in proposito è pari a quello che mi viene da dire ogni due o tre mesi dell’anno quando, nella pausa pranzo alla tavola calda Volpini di fronte alla fermata della metro B Policlinico, o nella pausa pranzo alla caffetteria Il Baretto di Piazza San Bernardo, o nella pausa pranzo in una paninoteca di Garbatella, o nella pausa pranzo in un bar della stazione Anagnina, il barista mi sorride e mi dice “Come mai di nuovo da queste parti? Non t’ho più visto”: niente.
A ben vedere, quasi niente. Posso dire, infatti, che i cornetti al pistacchio di Volpini sanno un po’ di cartone, o di quello che immagino sia il sapore del cartone, e che la rucola dentro i tramezzini del Baretto lascia pensare alle alghe che si vedono in riva al mare dalle parti mie. In compenso, però, le fettuccine al salmone del primo e il caffè del secondo sono lodevoli.

Volevo scrivere, poi, dei traslochi. Qui, però, mi è mancato un paragone, e un po’ di coraggio. Mi sono venute in mente certe poesie della Szymborska che volevo rileggere, ma non avevo a portata di mano i libri, perché stanno già imballati negli scatoloni per detersivi Nelsen e Dash, accatastati all’ingresso delle stanze a mo’ di fermaporte, vicino ai sacchi della spazzatura da buttare.

Volevo scrivere una lettera a mio padre.
Poiché nemmeno questo mi riusciva, volevo allora spedirgli una copia delle poesie di Sbarbaro, e mettere un segnalibro nella pagina famosa dove scrive

Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t’amerei.

ma non me la sento. E comunque Svevo Bandini non legge poesie.

Volevo anche andare al mare, a mangiare le cozze. O in Finlandia, a spalare la neve.
Volevo fermare qualcuno per strada, o mettermi a parlare con uno sconosciuto sul treno regionale delle 8.04 per Roma Tiburtina (arriverà con un ritardo previsto di dieci minuti), e chiedergli:
“Non pare anche a te che le estati siano sempre più calde e gli inverni sempre più freddi?”.

Invece ho fatto un’altra cosa.

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La “principianza”

Da poco più di un mese io e Le Sanglier abbiamo cominciato a ballare il tango.
Frequentiamo assiduamente le lezioni per principianti assoluti del mercoledì sera dalle otto alle nove e mezza, andiamo tutte le domeniche alla pratica serale delle sette e mezza, io vado pure alle lezioni aggiuntive di tecnica femminile del sabato pomeriggio.
Nella borsa che mi porto in giro per Roma il mercoledì, insieme ai libri, alle fotocopie, al registro, all’agenda, alle forbici, alle pedine e ai dadi – tutta roba che mi serve a lavoro durante il giorno – ci stanno pure un paio di scarpe color argento con il tacco simile a un rompighiaccio, una confezione di cerotti trasparenti Amuchina, un cambio di vestiti e un deodorante anti-traspirante. Il mercoledì infatti, dopo il lavoro, prendo la metro A fino a Termini e poi la B fino a Basilica di San Paolo, vado a scuola, mi cambio, m’incerotto i mignoli già coperti di vesciche, salgo sulle scarpe color argento e divento principiante assoluta.
A me piace un sacco, essere principiante assoluta. Mi piaceva un paio di anni fa, quando mi sono iscritta a un corso di tedesco al Goethe-Institut (per principianti assoluti, per l’appunto), e mi piace adesso che mi sono iscritta a una scuola di tango.
Non trovo faticoso essere principianti. È riposante, è liberatorio essere principianti. Lo era meno allora, credo, per la mia insegnante di tedesco e lo è meno adesso, ne sono certa, per la mia insegnante di tango (ma – mi dico con illuminante chiarezza e l’animo satollo di fatica alla fine della giornata, mentre percorro il corridoio dagli spogliatoi alla sala da ballo – questi adesso sono cazzi suoi: io voglio essere una principiante, io devo partire dal principio, io a questo principiamento ho diritto, io questo stato di principianza me lo godo tutto, io sono la principessa delle principianti, io ho bisogno di sprincipiare tutti i passi più semplici per capirli, perché io non ho capito, scusa, non ho capito come devo appoggiare il peso della mia gamba sinistra dopo averla incrociata con la mia gamba destra, me lo puoi ripetere, per favore?).
Il diritto indiscusso all’errore, lo spazio franco della mia azione sgravata dalla responsabilità dell’esperienza, mi mette addosso un che di irragionevole eccitazione.

La prima cosa che io, principiante assoluta, ho amato subito del tango è il silenzio. E, se uno ama il silenzio ma non ama i monasteri, il tango può essere una valida soluzione. C’è la musica, sì, quindi non c’è completo silenzio, ma c’è un fondamentale, provvidenziale silenzio di voci: non ci si parla nel tango, né mentre si balla, né quando si decide di ballare insieme. Non ci si rivolge la parola, non si sa nulla della persona con cui si sta ballando quasi incollati dal busto in su – chi è, che lavoro fa, che studi ha fatto, dove vive, come vive, in cosa crede, cosa pensa, cosa le piace, cosa non le piace. Si può al massimo intuire che nel tango è un principiante assoluto, o un falso principiante, o un intermedio, o un avanzato, o un nativo, cioè forse argentino. A lato di questa intuizione, che arriva a seguito di uno stimolo totalmente fisico, si può eventualmente fare un’ipotesi anche su come la persona si muove nel mondo, quindi su come comunica. Per esempio, come fa l’amore. Avviene così che, abdicando con ritrovato e insperato sollievo a ogni contraddittorio e inaffidabile accessorio verbale, si sa tutto quello che si deve sapere di una persona.

Il cabeceo, ci spiega un giorno l’insegnante, è il cenno con la testa che l’uomo, dopo la mirada della sala, rivolge ritualmente alla donna prescelta per invitarla a ballare (ce lo mostra: un leggero scatto del capo all’indietro che mi fa pensare a un rifiuto siciliano, ma senza schiocco di lingua. Oppure una leggera inclinazione del capo in avanti, che può voler dire tante cose). Nient’altro. Questo però, ci ricorda subito dopo, si fa perlopiù nelle milinghe di Buenos Aires. Qui in Italia, e soprattutto nei momenti di pratica, che sono momenti di studio per tutti i ballerini di ogni livello, l’uomo può rivolgersi alla donna anche verbalmente, consuetudine che sarebbe inammissibile nelle milonghe vere e proprie (io mi scopro a pensare che in effetti certe tradizioni andrebbero conservate ovunque). La donna, dal canto suo, segnala agli uomini la sua disponibilità a ballare, e quindi a essere eventualmente invitata, con il linguaggio del corpo, che dalla sedia è interamente proteso verso la pista, occhi vigili, pronti a cogliere il cenno d’intesa. Qui mi sorge il primo dubbio idiota della principiante assoluta: e se non ci capiamo? Cioè, metti che lui ha un tic, che ogni tanto gli scatta la testa, e io lo prendo per un cabeceo? Oppure: e se mi invita con un’inequivocabile richiesta verbale e però io, seduta con gli occhi casualmente rivolti alla pista, non voglio ballare ma sono solo in un misero stato confusionale? “Generalmente non si rifiuta un tango, almeno non il primo, ma si può farlo in maniera cortese”, dice l’insegnante.

La mia prima domenica di pratica serale non so dove guardare. Qui ci sono tutti i corsisti della scuola: principianti assoluti (pochissimi), falsi principianti (pochi), intermedi (moltissimi), avanzati (molti), nativi, cioè forse argentini (alcuni). Ballo con Le Sanglier, principiante assoluto come me. Mi pesta i piedi un numero di volte che basterebbe a decidere di cambiarci le scarpe e andare via, ma non andiamo via. Io voglio guardare, soprattutto guardare. Lo invito dunque a invitare altre donne e mi faccio da parte per osservare in pace il movimento dei ballerini in pista, ma devo stare attenta a non imbattermi in un cabeceo. Finisce che ricevo, uno dopo l’altro nell’arco della serata, tre cabecei e quattro richieste verbali. Cinque dei sette inviti complessivi provengono da ballerini intermedi, avanzati e nativi, cioè forse argentini – li ho già osservati ballare, allibita. “Sono principiante, principiante assoluta”, dichiaro con un po’ di esitazione e un po’ di fierezza insieme, mentre prendo la prima mano gentile che mi viene incontro. All’altro angolo della pista ormai affollata scorgo Le Sanglier che, visibilmente preoccupato, avanza con una certa titubanza tra coppie che sfoggiano passi precisi ed eleganti: lui va trascinando davanti a sé una donna come un carrello della spesa, mezzo sguardo alla ricerca disperata di una traiettoria libera. I miei occhi incrociano uno dei suoi, a lui viene un po’ da ridere e mi fa un cabeceo, poi riporta l’occhio mobile sulla pista, mentre continua a tenere l’altro fisso sul suo carrello, forse nel timore di lanciarlo contro una vetrata della sala. Lo strabismo che gliene consegue è notevole, io ho un rigurgito di ilarità che finisce sulla spalla del mio ballerino, il quale però non se ne accorge perché è concentrato a guidarmi con salda presa tanguera. Poi, all’improvviso, il mio ballerino mette un piede in mezzo ai miei e io non capisco come dovrei reagire  (dalle mie parti, quando eravamo piccoli, questo gesto si chiamava “cianghètt’” e aveva il mero scopo di far rovinare a terra il malcapitato), dunque infrango tutte le leggi del tango e, con quella che spero sia la più aggraziata delle mie facce da culo, gli rivolgo la parola e glielo chiedo. Lui mi dice a bassa voce: “Scavalcami”. Io ho un mancamento e per un attimo vorrei chiedere: “In che senso?”, ma chiedo: “Eh?”. Lui ripete: “Scavalcami”. A questo punto abbiamo parlato abbastanza e sento che devo letteralmente passargli sopra con la mia gamba. Lo faccio e, mentre lo faccio, acquisisco con il corpo un’informazione nuova che non dovrò più chiedere in seguito, e così facendo mi pare di avvertire una specie di nostalgia preventiva, una rivelazione del momento in cui non sarò più una principiante. Allora ci si aspetterà che io sappia cosa fare; lo spazio libero della mia azione confusa e irresponsabile si assottiglierà ancora.
A quel punto, penso, se mi restano altri soldi da buttare mi iscriverò anche a un corso di arabo. Oppure continuerò, come faccio ora di tanto in tanto, a cacciarmi dalla tasca e tenere un po’ in mano il ricordo di un giorno già lontano, quando una persona a cui ho voluto molto bene mi disse: “Voglio tornà bambino” e io gli risposi cantando “Supercalifragilistichespiralidoso”.

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