Sogno

Dino Buzzati, L'urlo (1967)

Dino Buzzati, L’urlo (1967)

 

Stanotte ho sognato mio fratello. Aveva gli anni che ha per davvero, adesso: venticinque, beato lui.
Stavamo seduti al tavolo di un bar, o di un ristorante, l’uno di fronte all’altra, e all’improvviso mi diceva: «Oh, guarda cosa ho imparato a fare». E subito cominciava ad allungarsi e stringersi in smorfie orribili, la faccia gli si deformava tutta: la fronte si dilatava e si contraeva, la bocca gli si spalancava in un urlo muto come in quel disegno là di Buzzati, che vedi una caverna rossa che quasi ci cadi dentro. Il bianco degli occhi gli si spandeva tanto da sembrare un uovo sodo, appena sgusciato. Pareva uno di quei fotomontaggi che alle volte, per davvero, adesso, mi manda sul telefonino per farmi ridere (come si chiama quell’effetto che distorce i lineamenti del viso? Mi serve questa parola, è importante: non la trovo). Però nel sogno era vero, e non faceva ridere per niente, io inorridivo e stavo per chiamare aiuto, ma non c’era nessuno intorno a noi, e comunque la voce non mi veniva. Era una visione insopportabile alla vista. Ma dopo, rapidamente in quella mutazione prodigiosa, cominciavo a riconoscere le sembianze di lui ragazzino, a ritroso: quindici anni, dieci anni, cinque anni, e poi eccolo, lo riconoscevo: tornato bambino, a tre anni, coi riccioli biondi e il viso di creatura fresca, liscia, lo sguardo curioso e colmo di fiducia, identico a una foto che ho nel portafoglio. Anzi: era proprio quello della foto che ho nel portafoglio. Bellissimo, come era per davvero allora, e come sono tutti i bambini. E mio fratello di tre anni adesso mi sorrideva, lì al tavolo di quel bar, o ristorante. Allora, finalmente, mi calmavo. Però aveva tre anni solo in faccia: tutto il resto era rimasto com’era, uguale a quando mi aveva detto oh, guarda cosa ho imparato a fare. Perciò era piccolo e grande nello stesso momento, sembrava che qualcuno gli avesse staccato la testa e ce ne avesse attaccata un’altra, quella coi riccioli biondi.
Poi, in pochi istanti, di nuovo la mutazione mostruosa, e le smorfie e l’urlo muto, e in un baleno tornava a com’è, agli anni che ha per davvero, adesso (venticinque, beato lui). Io restavo di nuovo senza parole, sbalordita, però – e questa era la parte più importante del sogno – anche un poco immalinconita, ad averlo rivisto bambino, reale, consistente davanti a me, quando eravamo piccoli e lui aveva tre anni e io dieci, e stavamo tutti bene, ma proprio bene. E, nel sogno, pensavo: beato lui che ha imparato a fare una cosa così, a riprendersi il tempo quando gli va, per gioco.

E poi mi sono svegliata.

(annotare, prima di dimenticare)

La seconda volta (pt. 1)

«Ndà se fa se sbaje!».
Così diceva sempre, e mentre lo diceva fissava negli occhi il suo interlocutore, scuoteva la testa e non era per dire no: quella sua testa pelata gli si avvitava sul collo come un trapano a scavare il muro, per assicurare dentro le spalle la sola verità sugli uomini, un fatto non discutibile, non rimediabile, come a dire ecco, signori miei, le cose stanno così e sarà il caso che vi mettiate l’anima in pace su questa faccenda: come si fa, si sbaglia. Qualunque cosa uno fa, la sbaglia e la sbaglia sempre, l’unica cosa che può fare quando la fa, è sbagliarla. Diceva questo nella sua lingua madre, così pure le barzellette, gli affanni e le bestemmie – il dialetto è buono per ridere, per piangere i morti, per bestemmiare i santi, e per dire la verità.
La faccia, quando diceva dell’errore inevitabile, era seria, altre volte invece sorrideva appena, e queste volte era una faccia più bella da guardare, ambasciatrice di sentenze più lievi da sopportare, per noi che le ascoltavamo.
Però, quando sorrideva, faceva il possibile per evitare di mostrare i denti, diceva che ce li aveva brutti, tutti storti, buttati lì a casaccio, e quando gli veniva da ridere molto si copriva la bocca con la mano, come per nascondere un colpo di tosse o un gorgoglìo che gli veniva dallo stomaco. In effetti, si intravedevano dei denti lunghi lunghi che dentro la bocca se ne stavano larghi alla rinfusa, tra l’uno e l’altro c’era abbastanza spazio da potersi mettere comodi perciò ciascuno se ne andava dove gli pareva. Sembravano i denti di un rastrello arrugginito.
Noi li amavamo. Noi eravamo mia madre ed io. Io gli volevo bene, ai denti di mio padre. Da giovane ce li aveva come i rebbi di quelle forchette che mio zio si divertiva a curvare quando veniva a mangiare da noi, per farci uno scherzo. Mia madre, sparecchiando la tavola, si ritrovava le forchette sbilenche fra le mani e a volte si metteva a ridere, altre volte, invece, si arrabbiava perché avevamo finito tutte le posate buone (un giorno mio zio, per variare il gioco ma anche perché erano finite tutte le forchette da storcere, tolse il quadrante a un orologio che lei teneva sul comò all’ingresso e al suo posto ci lasciò un biglietto con sopra scritto: “So’ andato dall’orefice. Me so’ rotto”).
I denti di mio padre biancheggiavano dietro la sua mano come mandorle sbucciate male, quando diceva «Ndà se fa se sbaje!» e scuoteva la testa, e non era per dire no. Qualche volta accadeva che alla frase avesse voglia di aggiungere un corollario, una sorta di appendice, ed era: «Li cuse se tenesse da fa’ sempre ddo vodd». Lo diceva soprattutto dopo un acquisto sbagliato – la macchina, il frigorifero nuovo, o quando raccontava a tutti i parenti di come avevano rifatto da capo la casa, che i muratori quel giorno là lo avevano consigliato male e vuoi l’inesperienza della prima volta, vuoi che lui di mestiere mica fa il muratore, vuoi che mica si nasce imparati?, insomma era stato tutto molto difficile e uno come fa sbaglia, alla fine però ce l’abbiamo fatta, sì sì, ma le cose si dovrebbero fare sempre due volte, almeno.
Io mi confondevo. Se l’errore era un fenomeno ineluttabile, il suggerimento che ne seguiva – le cose si dovrebbero fare sempre due volte – lasciava al contempo liberi di considerare l’ipotesi che, alla seconda volta, uno ci azzeccasse a fare le cose e che quindi non era sempre vero che come si fa si sbaglia, ma era vero che uno sbaglia la prima volta, perché è la prima volta, e mica si nasce imparati, ma dopo può fare un secondo tentativo e quello può andare anche a buon fine (la casa non si poteva rifare un’altra volta, della macchina mia madre aveva detto a mio padre «Svè, non mi scocciare, mo ci teniamo questa finché non ci lascia a piedi», ma il secondo frigorifero, quello era stato un buon acquisto). Allora, mi dicevo, se le cose stanno così, la seconda volta serve a cercare di rimediare alla prima.
Non feci in tempo a chiedere una conferma al mio ragionare. La nascita di mio fratello, sette anni dopo di me, mi precipitò in una confusione nuova di primogenita. Era gennaio e, in piedi davanti a quella seconda volta infagottata in una coperta di lana, mi inabissai in un orrore muto.

Stanno tutti bene

(Paesello, 22 giugno e vento che viene dal mare)

Siamo riuniti intorno al tavolo del soggiorno, io, Svevo, Maria, il fratello Houston e il cane. Sono tutti contenti del mio inatteso ritorno, addirittura il quarto dall’inizio di quest’anno, e ciascuno me lo dice a modo suo.
Maria e Houston vanno discutendo su non so che cosa, quasi certamente sull’esame di Ricerca operativa che lui avrà il mese prossimo, e per il quale sta studiando meticolosamente un giorno alla settimana (che bel nome, “ricerca operativa”, penso. Chissà di che parla. Lo chiedo a lui ma non me lo sa dire). Il cane boccheggia sul divano. Svevo mangia pomodori e mozzarelle, a Danzica, sguardo torvo rivolto al televisore.
Stanno tutti bene.
“Che la guardi a fare?”, lo tormenta Maria, “Tanto si sa chi vince”. Lui si fa ancora più torvo, rimane in silenzio per qualche istante e poi, continuando a fissare lo schermo, sentenzia con solennità sciamanica: “Lu pallò è rutunn’”. “In che senso?”, intervengo. Lo so in che senso, ma mi piace sentirlo rielaborare in abruzzese e a lui piace che io glielo chieda. “Nel senso che è rutunn’”, mi spiega più chiaramente. “Sì, ma che vuoi dire? È rotondo e quindi?”, insisto, non voglio perdermelo. “È rotondo e quindi ‘npù mai sapè”. Eccolo, il suo gol. Questo volevo sentire, perché se non lo sento almeno una volta nelle quarantotto ore del mio soggiorno, è come se al paesello non ci fossi venuta. Mio padre, a modo suo, è un agnostico e stasera si aggrappa ai suoi principi con particolare ostinazione. Lo stuzzico ancora un po’, “Va bene, ma qua non ci sono dubbi”. “E chi l’à ditt’? Npù mai sapè ‘nda s’ va r’ciummichenn’”, e con le braccia e le mani fa il gesto di rotolarsi.
Stanno tutti bene.
Comunque è un quattro a due. La Germania segna a ripetizione. La Grecia si sgonfia, il pareggio era una bolla speculativa e le tocca fare i conti con la realtà (così, il mattino dopo, ne avrebbe parlato un giornale). Mio padre non dice una parola al riguardo. Ha i gomiti piantati nel tavolo, il mento affondato in tutte e due le mani. Poi rompe il silenzio e dice: “Vuoi vedere le foto di quando eravate piccoli, che le ho passate tutte sul computer?”.

Mia madre sta imparando a usare internet. La sua collega di una vita va in pensione, ci sarà una festa d’addio, lei ha preparato un video per l’occasione. Le canzoni le ha trovate su YouTube. Mi fa vedere come ha imparato a salvare le ricerche fra i segnalibri, “qua dove sta la stelletta”.
“Ti va di imparare anche a salvarti una playlist su YouTube?”, le chiedo. Aspetto la reazione, che arriva quasi immediata, appena il tempo di processare il mio input. “E che è?”, domanda. “È come una cartella, dove ti ci metti tutti i video che ti piacciono e poi li trovi sempre lì”. Gli occhi verdi le si accendono come due abbaglianti nuovi di zecca. Cominciamo a creare un account su Google. Ci vuole un indirizzo e-mail. “È inutile, tanto poi non me lo ricordo, né quello né la password”. “Nemmeno se scegliamo delle parole particolari? Per esempio, adesso hai imparato a usare un po’ internet. Che ne dici di mariatecnologica, ti piace?”. Ride, “Vabbè”. Come password scegliamo il nome del cane e l’anno in cui è nato, una data importante quanto quelle della nascita mia e di mio fratello.
“Ok, fatto. Allora, ricapitoliamo: il tuo indirizzo e-mail è mariatecnologica, chiocciola e poi?”. Silenzio. Mi guarda un po’ intimidita, poi comincia a riciummicarsi tutta di risate. “Ma l’abbiamo visto trenta secondi fa…”, le dico simulando stupore e disappunto. Non provo né l’uno né l’altro, ma così lei si diverte ancora di più e può dirmi, come infatti mi dice, “E n’a m’arcord, k’ vù?”. Lo ripetiamo di nuovo, e infine creiamo il nostro canale su YouTube. Rimane davanti al computer fino a mezzanotte, lei che entro le dieci stramazza, e io penso che in effetti certi palloni sono rotondi.

Quando tutti se ne sono andati a letto, passeggio al buio sul balcone, con un bicchiere di passito per prendere sonno.
Giro intorno alla casa che Svevo e Maria hanno costruito un pezzo alla volta in trent’anni. Un lato dell’edificio si affaccia su un campo incolto. Sta lì da quando sono nata, a nessuno è mai venuta voglia di farne qualcos’altro, un campo coltivato, un campo da calcio, o anche solo un campo. Non vedo niente, non mi va di accendere la luce, mi piace stare al buio su questo balcone nelle notti d’estate. Poi pesto la merda del cane. Non accendo la luce nemmeno allora. La certezza di essere a casa, qualche volta, mi tranquillizza.
Riparto la domenica pomeriggio subito dopo pranzo, col fresco delle due. La sera, prima di Italia-Inghilterra, mio padre mi manda su DropBox duecentocinquanta megabyte di foto, quelle di quando eravamo tutti piccoli. Stavamo tutti bene.

Il ritorno a casa di Morelle #2. La lingua ritrovata

Sono arrivata ieri sera al paesello insieme a Nosferatu, anche lui di ritorno nella nostra terra natìa per il fine settimana. L’arrivo era previsto per le 21.10, o “21.12 se non mi funziona il telepass”. Siccome il telepass non ha funzionato, Nosferatu mi ha depositato davanti a Casa Bandini alle 21.12, con la mia valigetta rossa e la faccia emaciata, appena reduce dalle febbri virali e pronta alla consueta otite di chiusura.

Come prestabilito, al citofono mi ha risposto Houston, arrivato da Ancona prima di me. Pare che in quel momento Svevo, nella delicatissima fase digestiva della cena, fosse immerso nella soporifera oscurità del soggiorno, accoccolato sul divano insieme al Pupo, il cagnetto bianco e peloso, a guardare un film con Bruce Willis. Houston mi ha riferito inoltre che, al trillo infernale del campanello, cui fa tradizionalmente seguito l’impossessamento demoniaco del Pupo, Svevo ha guardato l’orologio e, senza cambiare posizione, ha borbottato infastidito: “E mmo chi cazz’ è?”. Maria, nostra complice nella sorpresa, si trovava opportunamente in bagno, perché le sarebbe venuto da ridere un momento prima del mio ingresso in casa.
Mi sono dunque introdotta nel soggiorno dando una sonora pacca all’interruttore della luce e, sovrastando la voce di Bruce Willis e al contempo l’ululato del Pupo, ho recitato una delle formule di saluto del codice Bandini: “Oh, eccheccazz’, manc’ vì ad aprì a fìjet’?” (“Orsù, per amor del cielo, non vieni nemmeno ad aprire la porta alla tua figliola?”).
Il mento di Svevo ha iniziato a molleggiare e così è rimasto per un po’. Poi gli occhi hanno guardato la consorte, sopraggiunta saltellando dal bagno per non perdersi la scena. Poi hanno guardato il secondogenito, mio fratello Houston, il quale torna regolarmente quasi ogni fine settimana al paesello ed è più di casa perciò, al contrario di me, non fa notizia. Poi gli occhi, appena appannati, hanno guardato di nuovo me e infine Svevo ha detto:
“Ma tu n’ stiv’ mal’?”
(“Figlia, mi avevano detto che eri malata, non è dunque così?”).

Questo sabato mattina, giorno del compleanno di Svevo, mi sveglio presto tra gli odori familiari del pollo in casseruola con i sottaceti, i quali sono tradizionalmente in grado di attraversare un lungo corridoio, un salone e tre porte in successione chiuse.
Trovo Maria in cucina, già intenta a fare la torta. Nella nebbia del sonno intravedo del mascarpone sul tavolo, e dei biscotti. “Tiramisù”, penso.
- Che torta fai?
- Lu ciskèik.
- E quando hai assaggiato un cheesecake?
- Un po’ di giorni fa. Una signora che conosco me ne ha portato un pezzo insieme alla ricetta. Qui però c’è scritto che si chiama “sbriciolata”. Ma tant’ è la stess’ cus’, cagn’ sol’ lu nom’.

I 401 colpi

Ho un fratello. Si chiama Houston.
Maschio bianco (non tutto, per via di quattro tatuaggi che lo colorano in varie parti del corpo perlopiù visibili in estate), 24 anni, altezza 180 cm, professione dichiarata: batterista in band emergente di genere alternative rock con due dischi all’attivo, professione risultante dall’ultima dichiarazione dei redditi dei coniugi Bandini, che lo hanno come figlio a carico: studente fuori corso di ingegneria informatica. Residente in terra abruzzese, studente fuori sede in terra marchigiana, musicista fuori di cotenna attivo fra il centro e il nord Italia.
Di lui ho solitamente una percezione visiva parziale, non olistica, al dettaglio: ne vedo soprattutto gli arti superiori, a una distanza di circa venti metri, quando si sollevano platealmente per virare sciabolate verso tamburi, piatti crash, piatti ride e piatti china. In quei momenti, Houston fa roteare in aria la sue bacchette a mo’ di lazo, prima di assestare la ritmica delle sue mazzate. Lo stile musicale di Houston, infatti, è improntato a una fedele lettura del termine “strumento a percussione”: lui percuote effettivamente il suo strumento, con un’inclinazione di polsi e un’intensità di colpi che, nel tempo, hanno sfondato molti dei singoli componenti del suo personale drumset.

Non intravedo gli arti di Houston da un paio di mesi. In quell’occasione stavano roteando sul palco dell’Init Club, un postaccio di Roma dove, al botteghino, ti stampano sul dorso della mano uno di quei timbri che non vanno via nemmeno con ripetuti lavaggi a base di alcool etilico denaturato e che cerchi inutilmente di nascondere quando vai a lavoro (che, nel mio caso, richiede spesso di mostrare il dorso della mano, mentre si sta scrivendo alla lavagna la coniugazione di un verbo).
Gli arti superiori di Houston, quella sera, fracassavano a colpi di bacchette un rullante, mentre al contempo gli arti inferiori prendevano a calci una cassa di marchio Tama. Di questi ultimi si presuppone la presenza in base ai gemiti della cassa martoriata.

Houston e io siamo cresciuti insieme per un po’ di anni. È stato il mio studente archetipico, nell’epoca in cui lui, ancora iscritto all’asilo, si lasciava docilmente guidare alla scoperta dell’alfabeto italiano da una sorella undicenne che veniva precocemente maturando il suo disgraziato amore per l’insegnamento.
Siamo andati avanti così, lui passando attraverso la sua infanzia, io la mia adolescenza.
La responsabilità del disturbo arrecato alla quiete pubblica, nella zona in cui Houston ha attrezzato la sua sala prove per esercitarsi alla batteria, è forse interamente mia.
Nell’epoca remota in cui io danneggiavo la migliore musica rockblues insieme ai miei amici Double e Nosferatu, infatti, Houston era un tenero bambino di circa nove anni, con i riccioli biondi, lo sguardo ingenuo e l’anima immacolata. Mi seguiva ovunque e aspettava con pazienza sbalorditiva che il batterista della nostra band, alla fine della serata, gli lasciasse una sua bacchetta in mano e gli permettesse di dare una randellata ai suoi tamburi mentre noi si smontava il palco.
C’è un vecchio filmino in cui viene inquadrato a sua insaputa mentre siede sulle scalinate laterali di un set all’aperto, durante un soundcheck: con i gomiti sulle ginocchia e il mento sprofondato nei palmi delle mani, guarda con occhi lucidi e trasognati in direzione della batteria. Poi si accorge di essere ripreso, si sente smascherato, arrossisce, apre la bocca in un largo sorriso e fa ciao con la manina. È un fotogramma impresso nella mia memoria, al quale sono intimamente legata. Tuttavia credo sia anche il fotogramma che oggi potrebbe incriminarmi.
Houston ha iniziato a popolare gli incubi notturni e diurni di nostro padre Svevo e di nostra madre Maria verso i tredici anni, quando ha cominciato a chiedere la sua batteria. Ragazzo dotato di indubbie capacità nell’arte dello sfinimento dell’avversario, ha ottenuto quanto chiedeva nel giro di pochi mesi. Da allora, le sue dita tamburellano su ogni superficie, anche nel sonno.
Nei miei anni di università, Houston ha vissuto la sua adolescenza selvaggia mentre Svevo e Maria la loro seconda stagione di genitori vittime del rock. In quegli anni, il tempo passato insieme ha iniziato a diradarsi, perché io ero già fuori casa. Tuttavia, quando facevo ritorno al paesello, andavamo da Nuvola a rinsaldare il nostro vincolo di sangue. Nuvola era il paninaro sulla variante della Statale 16: qui, al chilometro 391, sul confine tra Marche e Abruzzo segnato dal fiume Tronto, io e Houston ci siamo ingozzati di cheeseburger e patatine fritte rigorosamente dopo la mezzanotte, per circa tre o quattro anni.
Poi, in un momento imprecisato della sua prima gioventù e della mia prima età adulta, le nostre strade si sono separate. Non perché abbiamo avuto divergenze o scontri, ma così, senza un preciso evento scatenante, ciò che rende la cosa assai più sensata: insensata, infatti, sarebbe una rottura traumatica tra chi è in stato di fratellanza.

Houston e io, oggi, ci facciamo le feste come i cani fratelli quando si riconoscono con l’olfatto senza aver passato recentemente del tempo insieme.
Questa mattina è avvenuto il seguente contatto radio:

Houston: Qui Houston, mi ricevete? È bello riceverci di nuovo! Chiediamo aggiornamento su posizione, ora locale, velocità del vento e stato mentale… zzz zzz zzz… le trasmissioni subiscono disturbi a causa dell’elevata presenza di spiritualità negative nell’aria… attendiamo risposta… Houst.. zzz zzz zzz… Hous… zzz zzz zzz… mi sent… zzz… iiite?
Morelle: Houston! Qui forti disturbi di trasmissione dovuti a una tempesta di imprecazioni e spiritiche intemperie spirituali. Ricevete il nostro segnale dal Buco del Culo in cui ci siamo trasferiti? Houston, date coordinate spazio-temporali per prossimo avvistamento, zzz… zzz… zzz.
Houston: Ricevuto. Provvederò a comunicare nel più breve tempo possibile i dati per l’aggancio alla vostra posizione. ‘Sto fine settimana suono a Lanciano e il prossimo a Cesenatico, poi cerco di catapultarmi lì… zzz…zzz. Passo e chiudo.