Essere giovani, qui da noi in Italia

Entro nell’ufficio Programmi Internazionali, saluto.
Mi guardano subito indispettiti dalle scrivanie, non mi danno il tempo di continuare, “Oggi siamo chiusi” mi chiariscono, senza nascondere un tono scocciato. Riconosco presto la situazione, mi affretto prima che i loro sguardi tornino a depositarsi sui monitor dei computer, “Lo so. Ma ci siamo sentiti via e-mail e abbiamo concordato che sarei passata oggi a firmare i certificati per gli studenti Erasmus. Sono Rouge, Morelle Rouge”. Una di loro arrossisce un poco, di più s’impegna a trafiggere con gli occhi la collega che mi ha appena informato sulla loro disponibilità a ricevermi, dice a bassa voce: “È una degli insegnanti”. Si scusano all’unisono. “Non c’è problema, – dico sorridendo – so che non sembra”. Si distendono in una risata, mi fanno accomodare, mi portano i certificati da firmare e un vassoio di castagnole.

In effetti non sembra, mi dico mentre vado firmando i certificati che attestano la frequenza del corso di italiano per studenti Erasmus Incoming, il numero delle ore di presenza alle lezioni, il superamento dell’esame finale, il voto espresso in trentesimi e l’acquisizione di quattro crediti ECTS (“Dottoressa, prima di procedere alla firma dei certificati la prego di ricontrollare che abbiamo inserito correttamente tutti i dati che lei ci ha inviato”).
Eh no, non sembra, continuo a pensare tra me e me. Oggi, poi, non mi sono nemmeno pitturata la faccia, non ho una giacca, libri sotto il braccio, né la borsa da prof. Potrei più facilmente sembrare una studentessa moderatamente fuori corso, diciamo, per dire, un paio d’anni fuori corso. Inoltre, oggi provengo da una notte di cattivo sonno e da un’alba di disturbi intestinali, ho rinunciato al treno in arrivo al binario per correre a casa a sacramentare in bagno e ritornare mezz’ora dopo alla stazione a prendere il treno successivo, dove mi sono appisolata. Non mi tengo in piedi, avrei bisogno di un caffè, ma ho lo stomaco vuoto già corroso da due. Il risultato complessivo è visivamente discutibile. Dunque, suppongo, potrei ancora più facilmente sembrare una studentessa moderatamente fuori corso che abbia passato la notte a bere in giro.

Di essere scambiata per una studentessa dal personale amministrativo dell’università, dai colleghi, dai coordinatori dei corsi e, qualche volta, pure dagli studenti, mi è successo in passato con una frequenza che dipendeva indubbiamente dalla mia giovane età, quindi sempre, e mi succede al momento con una frequenza che dipende, in effetti, dalla mia attuale età, quindi quasi sempre, e continuerà a succedermi in futuro con una frequenza che dipenderà, credo, dall’età percepita in Italia, quindi ancora a lungo, o molto a lungo. Se in passato ciò mi lasciava infastidita perché mi vedevo attribuire gli anni che avevo, al momento ci provo un certo gusto perché mi vedo ridurre gli anni che ho. In futuro, non so; del futuro non me la sento di parlare. Del futuro non me la sento di parlare in nessun caso. Però so, e me la sento di dire, che essere studenti è una gran cosa. Dico questo, che essere studenti è una gran cosa, e mentre lo dico non penso all’età che generalmente e grosso modo uno ha quando è studente, ma penso all’intelligenza, all’intelligenza e al potere sovversivo che si può ancora sperare d’avere in mano allora, in quegli anni, e poi mai più.

L’equivoco più divertente, comunque, non è avvenuto oggi, mentre firmavo certificati e mangiavo castagnole all’ufficio Programmi Internazionali di un’università che mi sono guardata bene dal menzionare, cioè l’Università di Roma La Sapienza, ma in un’altra università di Roma che con altrettanta prudenza dovrei forse premurarmi di non rivelare, cioè quella di Tor Vergata.
Quest’altro è successo circa quattro anni fa, quindi in un momento, immagino, in cui avrei potuto più facilmente essere scambiata per una studentessa ancora in regola con il corso di studi.
Dovevo fare fotocopie. Dovevo farle in fretta, perché dieci minuti dopo sarebbe cominciata la lezione con gli studenti cinesi del programma Marco Polo. Perciò ho fatto quello che farebbe un insegnante che deve fare fotocopie per una lezione che comincia dieci minuti dopo: sono entrata nell’ufficio delle fotocopie. Questo ufficio qui, però, non consentiva l’uso della fotocopiatrice agli studenti e il personale amministrativo me lo ha fatto presente nello spazio di tempo (sette, otto secondi) necessario ad aprire la porta dell’ufficio, salutare tutti e fare i primi tre passi verso la fotocopiatrice. “Lo so. Ma il coordinamento mi ha fatto sapere che le fotocopie per il corso Marco Polo si fanno qui. Sono Rouge, Morelle Rouge”, ho detto.
Non sapevo ancora, allora, quante volte negli anni seguenti avrei recitato la formula, poi mandata a memoria, con le opportune variazioni secondo le necessità del caso. Per questa ragione lo ricordo adesso come l’equivoco più divertente, l’Archequìvoco dell’essere giovani, qui da noi in Italia.

Ho trentuno anni. Da quattro insegno italiano a studenti stranieri (quando è consentito, cioè saltuariamente) in corsi universitari e in corsi privati (uno alla volta, ma anche due o tre nello stesso periodo, dipende dal periodo), con contratti di collaborazione a progetto. Solitamente, a questo punto, cioè il punto in cui uno comincia a dire “Ho trentuno anni. Da quattro insegno italiano a studenti stranieri…”, dovrebbe arrivare la parte relativa al profilo formativo, ovvero la menata su quello che ha studiato all’università, i titoli che ha conseguito dopo la laurea, le pergamene e i diplomi e gli attestati che di anno in anno ha regalato ai parenti per Natale, in cornice a giorno.
Ma questo non è un curriculum, né la pagina di un profilo Linked In.
Questo è un post su un blog, e di blog ce ne sono tanti, e questo è un blog che non si occupa di temi relativi al lavoro, o non se ne occupa nei modi in cui se ne occupano i blog che si occupano di temi relativi al lavoro, e di blog che si occupano di temi relativi al lavoro ce ne sono tanti.
Questo è un blog che, come ben sanno quelli che hanno l’ardire di leggerlo abitualmente e pure quelli che hanno la sconsideratezza di leggerlo via smartphone, fa un po’ quel cazzo che gli pare. Però, ve l’assicuro, cerca di farlo il meglio possibile. Quindi, intuitivamente, a questo punto del post arriverà qualcos’altro.
La fine.

Modelli di interazione professionale tra glottopipponici. Fase Due

Università di Romaccazzo, ore 9.00.
Test d’ingresso degli studenti Erasmus.
I docenti di italiano L2, a seguito della tempestiva comunicazione ricevuta via e-mail dalla Segreteria amministrativa pochi minuti prima, si trovano riuniti al piano terra della Facoltà visibilmente frastornati, qualcuno in pigiama, qualcuno in mutande.
Ricevono disposizioni dal Coordinamento Didattico per avviare l’operazione.

- Umili servitori della Glottopipponica, è vostro compito preliminare verificare attentamente che i duecentocinquanta studenti qui presenti oggi siano muniti della documentazione necessaria all’ammissione in aula.
- Sissignore. E come dobbiamo verificarlo?
- Non fate domande idiote. Prendete quei due tavoli là e spostateli qua davanti alle porte dell’aula per impedire l’accesso incontrollato. Poi formate due file e chiedete a ognuno nome, cognome, documento di riconoscimento in corso di validità e, soprattutto, e-mail di conferma.
- Signore, che cos’è l’e-mail di conferma?
- Non fate domande idiote. Non avete esperienza di segreteria?
- Nossignore. La procedura concorsuale da Voi bandita ci ha ritenuti idonei all’esperienza di insegnamento dell’italiano L2 in ambito universitario.
- Questo significa allora che sapete anche essere flessibili. Dunque flettetevi. L’e-mail di conferma è l’e-mail dove c’è scritto che la registrazione al test d’ingresso è confermata. Se lo studente non è in possesso della suddetta e-mail, non può essere ammesso in aula a sostenere il test. Avete con voi fogli di carta?
- Nossignore. A cosa ci servono i fogli di carta, Signore?
- Non fate domande idiote. Vi servono ad annotare tutte le motivazioni per cui lo studente non è in possesso dell’e-mail di conferma. Caso Uno: ce l’ha, ma non l’ha stampata. Caso Due: ce l’aveva, l’aveva stampata ma poi l’ha persa venendo qui. Caso Due Bis: ce l’aveva, l’aveva stampata ma poi ci si è confezionato una canna per festeggiare il suo arrivo in Italia. Caso Tre: ce l’ha, ma è un’e-mail di conferma per il test d’ingresso di settembre che lo studente non si è presentato a sostenere perché non ancora arrivato in Italia. Caso Quattro: non ce l’ha perché non l’ha ricevuta. In caso di Caso Quattro, vanno annotate le ragioni per cui lo studente non ha ricevuto l’e-mail di conferma. Caso Quattro A: non l’ha ricevuta perché non si è mai registrato per sostenere il test d’ingresso. Caso Quattro B: non l’ha ricevuta perché noi ci siamo dimenticati di mandargliela. Caso Quattro C: non l’ha ricevuta perché non è uno studente Erasmus iscritto alla Nostra Illustre Università.
-’Sti Casi, Signore! Dobbiamo annotare tutto questo?
- Non fate domande idiote. Dovete annotare tutto questo rapidamente e con grafia chiara. Avete con voi carta sufficiente?
- Nossignore. Come abbiamo detto, siamo sprovvisti di fogli di carta. Pensavamo che ci fossero dei computer e delle persone responsabili di questa procedura.
- Voi non dovete pensare. Voi dovete essere flessibili. Dunque flettetevi. Eccovi due fogli di carta gentilmente prestati dalla Nostra Illustre Università. Cominciate. E ricorrete all’inglese per capirvi, ché quasi tutti gli studenti qui presenti oggi si sono precedentemente dichiarati principianti assoluti.
- Sissignore. Signore, non tutti gli studenti sono disponibili a comunicare con noi in inglese.
- Parlategli nelle loro lingue.
- Sissignore. Signore, nessuno di noi docenti parla sei lingue straniere.
- Alternatevi secondo le vostre competenze linguistiche.
- Sissignore. Signore, è difficile alternarci perché alcuni di noi sono ai tavoli per i controlli, altri a bloccare l’accesso forzato alle porte dell’aula I, altri ancora sono andati a cercare sedie in tutta la Facoltà perché l’aula I non è sufficiente ad accogliere i duecentocinquanta studenti previsti.
- Usate i gesti.
- Sissignore. Signore, non tutti gli studenti conoscono i gesti degli italiani.
- Usate il gesto internazionale.

- Signore, la duecentoventiquattresima studentessa è in lacrime perché…
- Non avete con voi fazzoletti di carta?
- Nossignore, ne siamo mortificati. La ragazza sostiene di avere la sua e-mail di conferma nella borsa dell’amica, centoquindicesima studentessa già ammessa in aula. Cosa dobbiamo fare?
- Non fate domande idiote. Fatevi mostrare l’e-mail sul suo smartphone.
- Signore, la ragazza non ha uno smartphone.
- Ditele di andare subito a comprarselo. E che faccia presto, ché siamo già in ritardo.
- Signore, la ragazza dice che non può andare a comprare uno smartphone.
- Rispondete col gesto internazionale.

***

Università di Romaccazzo, aula I, ore 16.00.
I duecentocinquanta studenti Erasmus hanno consegnato il test. I docenti hanno corretto e valutato i test, fatto una riunione e indicato le loro disponibilità di fascia oraria per stabilire il calendario dei ventiquattro corsi di italiano Erasmus che inizieranno la settimana successiva.
La dott.ssa Morelle Rouge si dichiara disponibile a svolgere il suo incarico di insegnamento tutte le mattine dal lunedì al venerdì, dalle ore 10.00 alle ore 13.00, ripetendo in diverse occasioni che non sarà invece disponibile al pomeriggio, in quanto impegnata con altri corsi in un’altra sede.

***

In una casa, ore 23.24.
La dott.ssa Morelle Rouge riceve sul suo cellulare il seguente sms:
“Ciao, al momento non ho aule per amdare incontro a tua fascia oraria. Mi puoi forse dare altre disponibilita’? Grazie e a presto. La Segreteria”.

Modelli di interazione professionale tra glottopipponici

Da: Segreteria amministrativa di Facoltà UniRomaccazzo (segreteria.uniromaccazzo.it)
Inviato: venerdì 28 settembre 2012 13:01:00
A: Morelle Rouge (morellerouge@yahoo.it)
Oggetto: Umili servitori, assumete la posizione!

Con la presente si convocano i primi 15 docenti della graduatoria relativa all’espletamento dei corsi di italiano L2 per i prossimi test degli studenti Erasmus che si svolgeranno tra pochi minuti in aula I della Facoltà. Come nelle tornate precedenti, l’assegnazione dei corsi è subordinata alla presenza/assistenza al test d’ingresso e alla correzione degli elaborati dopo la riunione che si terrà a fine test, indispensabile per l’affidamento dei corsi.
Si chiede cortese risposta entro i prossimi sessanta secondi, da inviare all’ufficio della Segreteria amministrativa di Facoltà, indicando la disponibilità all’assistenza ai test e allo svolgimento dei corsi per principianti o intermedi/avanzati o a entrambi.
In attesa di sollecito riscontro, in assenza del quale verrà messa a verbale la rinuncia all’incarico da parte del docente, si porgono cordiali saluti.

La Segreteria Amministrativa di Facoltà

***

Da: Morelle Rouge (morellerouge@yahoo.it)
Inviato: venerdì 28 settembre 2012 13:01:57
A: Segreteria amministrativa di Facoltà UniRomaccazzo (segreteria.uniromaccazzo.it)
Oggetto: RE: Egregi, posizione a 90 gradi assunta

Gent.mi,

in sollecita risposta alla Vostra e-mail, confermo la mia disponibilità a presentarmi in pigiama e con una fetta di pane tostato in bocca alla correzione dei test d’ingresso, giustamente determinante per l’affidamento dei prossimi corsi Erasmus ai docenti che vivono accampati nel pianerottolo dell’università aspettando null’altro che la Vostra tempestiva chiamata.

A dire il vero, ho da poco terminato un corso superintensivo, durante il quale ho tenuto sei ore di lezione al giorno dal lunedì al venerdì, quattro al mattino per il livello principiante e due al pomeriggio per il livello intermedio. Ma questo dato non è così rilevante quanto, invece, il fatto che ho già confermato la mia disponibilità per le ore di tutorato previsto per gli studenti che hanno frequentato il suddetto corso. Di conseguenza, è possibile che io mi presenti a svolgere l’incarico in oggetto in visibile stato confusionale. A ciò si aggiunge un inconveniente di natura privata, dunque di poco conto e per il quale, anzi, mi scuso; avendo avuto, infatti, la sciocca presunzione di ritenermi libera da impegni di lavoro imminenti, avevo programmato di sottopormi, a breve, a un rapido intervento chirurgico al setto nasale. Di conseguenza, è certo che mi presenterò a svolgere l’incarico in oggetto con il naso sfasciato, gli zigomi tumefatti, le vene imbottite di morfina e, presumibilmente, una voce poco didattica.

Se simili spiacevolissime eventualità non recano danno all’eccellenza della Vostra organizzazione didattica, sono lieta di rinnovare anche quest’anno la mia completa dedizione di umile servitrice della Glottopipponica.

Poiché ho digitato duecentosettantatré parole in cinquantasette secondi dal ricevimento della Vostra tempestiva e-mail, mi permetto di chiedere la Vostra disponibilità a concedermi un ritardo di tre secondi sull’ora d’inizio del test d’ingresso in aula I.

Cordiali e sempre umilissimi saluti,

Morelle Rouge

Per opportuna conoscenza e auspicabile divulgazione

Questo post è un intermezzo stonato. Sta qui in mezzo agli altri più riconoscibilmente morelliani per temi e per toni. Però ci sta bene lo stesso. Ci sta come un servigio che rendo, dedicando una porzione di questo blog, a me e a tanti colleghi di lavoro, quelli cari e, via, pure quelli meno cari, che sono molti di più.

Oggi mi va di dire due parole – si dice così, in genere, per riferirsi alla natura disimpegnata della divagazione, più che alla sua effettiva brevità – su cosa significa esattamente essere un docente di italiano come lingua straniera che collabora con i Centri Linguistici d’Ateneo, in Italia.
Costui è solitamente indicato nelle sedi opportune con la seguente dicitura: “esperto di italiano L2″.
Tu, italofono, comprensibilmente dirai forse: “Esperto?! Mah… L2 non lo so che significa, ma esperti di italiano lo siamo tutti: lo parliamo da quando siamo nati! Che ci vuole?”.
Se hai un po’ di pazienza, te lo dico tra un attimo, quello che ci vuole.
Oppure tu, italiano che nella vita fai o vorresti fare un altro lavoro, comprensibilmente dirai forse: “Ah, magari sarà complicato, però poi lavori dentro un’università, quindi che vuoi, scusa?”.
E io, forse meno comprensibilmente, ti risponderò che voglio un contratto di durata superiore a un mese e mezzo o due, che è la durata generalmente prevista di un contratto di collaborazione – non rinnovabile, perché a un contratto di collaborazione con una università pubblica in Italia si accede a seguito di un concorso e al concorso si accede a seguito dell’emanazione di un bando e il bando viene emanato se si rende necessario emanarlo e si rende necessario emanarlo se il personale interno dell’università non è sufficiente o non è autorizzato a coprire le esigenze contingenti – con i Centri Linguistici d’Ateneo, in Italia.
Siccome è possibile che io, con la mia sintassi fastidiosa, ti abbia distratto, voglio ripeterti l’informazione centrale: un mese e mezzo o due.
A questo punto tu, italofono o italiano, o italofono e italiano, ti figurerai forse tutto un altro tipo di situazione, e comprensibilmente penserai: “Allora, se l’università vi chiama solo per questi contrattini di un mese e mezzo o due, non ci vogliono chissà quali requisiti per fare ‘sto mestiere! Avevo ragione, siamo tutti esperti di italiano, che ci vuole? Una laurea forse, sì, be’? Ormai ce l’abbiamo tutti. Anzi, quasi quasi ci provo pure io, che sono italiano, ho una laurea in economia e so mettere i congiuntivi al posto giusto. Che poi, che lavoro è, insegnare la tua lingua madre a uno straniero? Io l’anno scorso, per arrotondare, quando uscivo dall’ufficio davo anche ripetizioni di italiano al rumeno che mi abita di fronte!” (variante raccolta nelle testimonianze: “… Io l’anno scorso, un po’ per passione e un po’ per necessità, davo ripetizioni di italiano alla filippina che veniva a farmi le pulizie in casa!”). Oppure, se sei un docente, della materia che preferisci, nella scuola statale italiana, dirai forse: “Potrei farlo anch’io, magari nei periodi in cui la scuola non mi fa lavorare. Io poi sono uno di quelli che hanno fatto la vecchia SSIS, per cui sono proprio abilitato all’insegnamento”.

Prenderò un bando di concorso a caso, dal mazzo che ho accumulato negli anni (quello cartaceo, ma, a ben vedere, non solo). Suppongo di non poter dire quale, ma fidati di me: sono tutti uguali e l’importante è che tu ti faccia un’idea, grazie alla quale tu possa eventualmente porti nuove domande, dopo. Ti dirò cosa ci vuole, per arrivare a firmare un contratto di collaborazione, della durata di un mese e mezzo o due, con un Centro Linguistico d’Ateneo, in Italia:

  • Laurea specialistica/magistrale ovvero di vecchio ordinamento in Lettere o in Lingue moderne (o Laurea in Filosofia, purché nel curriculum studiorum ci siano esami di Italianistica, Linguistica e Didattica delle lingue moderne). Punteggio per la valutazione comparativa dei titoli di studio: fino a 15 punti, determinati dal voto di laurea.
  • Formazione didattica e perfezionamento post-laurea nell’insegnamento dell’italiano come L2 (costituiranno titoli valutabili: Master universitario in Didattica dell’Italiano L2; Dottorato di ricerca pertinente; Diploma di Specializzazione in Didattica dell’Italiano come L2; certificazioni glottodidattiche; eventuale seconda laurea in Lingua e Cultura Italiana, o affine pertinente al profilo richiesto; corsi di formazione e/o aggiornamento in didattica dell’italiano come L2; …). Punteggio per la valutazione comparativa dei titoli di studio post laurea: fino a 10 punti.
  • Aver svolto attività didattica di italiano come L2 presso università italiane e straniere e/o Istituzioni accreditate in didattica dell’italiano come L2 (indicare esattamente il numero delle ore svolte per ogni singolo corso). Punteggio per la valutazione comparativa dei titoli di servizio: fino a 20 punti.
  • Eventuali pubblicazioni scientifiche nel settore pertinente. Punteggio per la valutazione comparativa dei titoli scientifici: fino a 5 punti.
  • Conoscenza documentata di almeno due lingue straniere.
  • Conoscenza dei principali programmi informatici.

Ti dirò ora che i suddetti requisiti, richiesti da una università in Italia per poter aspirare a firmare un contratto di collaborazione della durata di un mese e mezzo o due, corrispondono – e qui si aggiunge comunemente “grosso modo”, ma il fatto è che il modo in questione non è grosso – a quelli normalmente richiesti da una università straniera, poniamo britannica, per poter aspirare a firmare un contratto di collaborazione di durata mai inferiore a un anno o, spesso, un contratto di tre anni o, in certi casi nemmeno troppo rari, un contratto che si riferisce alla sua durata usando il seguente pretenzioso, scandaloso aggettivo:

PERMANENT

Ci si può interrogare sulle ragioni di una professionalità diversamente tarata a seconda che si viva qui o qua, lì o là, su o giù, ma difficilmente se ne verrebbe a capo.
Ci si può interrogare sui salari, ma difficilmente se ne verrebbe a capo.
Ci si può interrogare su cosa, esattamente, deve sapere e saper fare l’esperto di italiano L2, una volta che abbia avuto accesso a un contratto di collaborazione con una università in Italia, ma difficilmente se ne verrebbe a capo (tuttavia, si potrà suggerire che, spesso, tra le mansioni richieste vi è anche la disponibilità a fare fotocopie a proprie spese e a non essere troppo insistenti nella richiesta di rimborso).
Ci si può interrogare su un sacco di cose, ma difficilmente se ne verrebbe a capo (tuttavia, chi fosse interessato a interrogarsi lungamente insieme a me, potrà farlo scrivendomi via e-mail, perché questo non è un forum, è solo un blog, e non è nemmeno un blog specificamente dedicato al tema. I commenti della stessa natura divagatoria, però, saranno naturalmente ben accetti).

Infine, o a metà, o all’inizio, ci si può anche chiedere: “E chi se ne frega?”, e finalmente se ne verrebbe a capo: nessuno, ed è per questo che, quando possiamo, noi esperti di spaghetti e mandolino ce ne andiamo via dall’Italia.

Due o tre cose divertenti che vorrei fare

Sono al tavolo F37 della sala di Linguistica della Biblioteca Nazionale Centrale.
Quello che dovrei fare, cioè quello che mi sono proposta di fare prendendo la macchina fino alla metro B e poi la metro B fino a Castro Pretorio, entrando in biblioteca, compiendo la regolare sequenza di azioni che consentono l’accesso, esibizione della tessera-richiesta della chiave-deposito di oggetti personali nell’armadietto-riconoscimento magnetico della tessera (scaduta, e dunque da rinnovare per mezzo di un trascurabile prolungamento della sudetta sequenza), e sedendomi infine al tavolo F37 della sala di Linguistica della Biblioteca Nazionale Centrale in questo pomeriggio di aprile senza sole, è aprire il file di una supercazzola accademica sulla glottopipponica che ho rigurgitato di recente, ricacciarmela in bocca, darle una rimasticata e risputarla in circa ventimila battute, badando di attenermi a certe imprescindibili norme stilistiche per la redazione. Questo, il mio compitino di aprile.

Il fatto è che non ne ho voglia.
Spiegare brevemente e chiaramente perché non ne ho voglia mi richiede uno sforzo non inferiore a quello che comunemente richiede fare una cosa che non si ha voglia di fare.
D’altra parte, quand’anche mi sforzassi, non gioverebbe a nessuno.
Perciò, come spesso faccio quando l’umore è incarognito né più né meno di quello che oggi mi trova seduta qui, al tavolo F37 della sala di Linguistica della Biblioteca Nazionale Centrale, e di quello che già da qualche giorno mi abbrutisce, senza che in questi precisi giorni si possa nemmeno attribuirne la causa – come perlopiù si tende a fare – allo sconquasso ovarico che a cadenza mensile provoca o conferma l’incapacità di intendere e volere dell’essere femminino, penso a due o tre cose divertenti che vorrei fare.
Ma non le dico.
Ed ecco un post breve, o accettabilmente lungo.

Considerazioni sul pane tostato

Da qualche giorno passo diverse ore a leggere articoli nel web sul tema del precariato. Non è difficile trovarli, di questi tempi.
Io però leggo quelli scritti dal basso, cioè da chi è precario e sta a casa, e questi sono meno visibili nelle ricerche. È gente che spesso scrive bene, e con bene intendo con una pulizia artigiana di mezzi linguistici che richiede pazienza, forse anche perché c’è tutto il tempo di ragionarci sopra con calma, di limare, alleggerire, levigare, in modo da far apparire semplice e brioso un fatto complesso e penoso come la scrittura (ma, volendo, anche come il precariato e altre storie).

Per esempio stamattina ho letto questo su Doppiozero, scritto da Stefano Amato, un’indubbia autorità in materia di precariato, e di pane tostato. Dopo averlo letto ho pensato prima una cosa che ultimamente penso spesso quando leggo scritti che circolano nel web, e cioè che mi piacerebbe saper dire le cose come le dice certa gente. Poi ho pensato un’altra cosa, che non avevo ancora mai pensato, e cioè che io credevo di averle provate tutte, col pane tostato. Invece Amato mi ha aperto una strada: per ottenere fette di pane croccanti fuori e morbide dentro, bisogna settare il timer sul 3, accidenti a me! Come ho potuto non arrivarci? Possibile che, tra il 2 e il 4, non mi sia mai venuto in mente che forse il 3 era la soluzione?
Però l’Amato, quando parla di tutto quello che puoi mettere sul pane tostato, non mi cita la crema di marroni, e qui mi incazzo. Non che ne vada matta, ma ne va matto Le Sanglier, e tra precari si è solidali (in realtà no, non tra i precari del mestiere mio per esempio, ma la devo dire così perché viene meglio), figuriamoci tra precari che condividono letto e frigorifero. La crema di marroni deve stare nel frigorifero di un precario che si intenda di pane tostato.

Detto questo, però, con la lettura dell’articolo ho preso atto, ancora una volta, di non sapere chi sono e da che parte sto. Tra quelli che la mattina hanno quattro ore per fare colazione o tra quelli che hanno quattro minuti?
Il fatto è che la condizione del precario che conosco io agisce pesantemente sulla possibilità di divenire o meno un’autorità in materia di pane tostato, e me ne rammarico perché il pane tostato mi piace un sacco.
Amato dice che quelli che hanno un lavoro fisso riescono a malapena a bere un caffè la mattina perché altrimenti rischiano di beccare il traffico delle otto e mezza. Vero, verissimo. Io lo so perché capita anche a me, nei periodi in cui lavoro per tre persone. Perché il precariato mio funziona così: tu una mattina stai tostando le tue fette di pane e cercando di uscire dall’impasse “burro, marmellata, burro di arachidi, miele, nutella, ‘Elwood Blues’ (cioè pane tostato in bianco, come giustamente Amato ricorda), o crema di marroni?”. E mentre sei lì in pigiama davanti al frigorifero aperto, ricevi la chiamata. La mattina dopo, o il pomeriggio dopo (tanto tu sei sempre lì sul pane tostato), ne ricevi un’altra. Eventualmente, qualche giorno dopo, un’altra ancora. Questo succede perché, con una fetta di pane tostato sempre in bocca, avevi fatto in passato una nuova serie di domande di partecipazione alle nuove selezioni per l’affidamento di nuovi corsi di italiano nelle varie università e accademie di Roma (si rinnovano in tutto perché le graduatorie scadono, e scadono più velocemente del Pan Bauletto Mulino Bianco, e tu devi ripetere lo stesso concorso, con la stessa commissione, e rispondere alle stesse domande). Però non te ne ricordavi più. Lì per lì, siccome il pane non te lo regalano e tu vuoi continuare a poterlo comprare e tostare, accetti tutti gli incarichi che ti piombano addosso e quando ti chiedono di scrivere l’e-mail di formale accettazione o rinuncia, tu scrivi: “Accetto di tenere questo, quello e quell’altro corso, perché devo poter comprare il pane da tostare e lo voglio buono”.
A questo punto, per un certo periodo che può andare da pochi mesi a un anno, passi alla condizione di quelli che al mattino hanno quattro minuti per fare colazione e trenta secondi per andare al cesso. E sei fottuta. Sei fottuta perché smetti di tostare il pane ogni mattina e si sa che un’abilità va esercitata costantemente per ottenere il massimo risultato.
Perciò, quando gli incarichi finiscono, le graduatorie scadono e si torna ad un periodo di stallo, tu riapri la tua dispensa in cucina e trovi il tuo pane ammuffito. Tenti di rianimarlo, ma ormai non c’è più niente da fare. Allora vai al supermercato e ricompri le tue due, tre, quattro confezioni. E ricominci da capo con il tirocinio della perfetta tostatura e le sperimentazioni della farcitura. Sei di nuovo a un passo dal diventare un’autorità in materia, quand’ecco che la storia ricomincia.

Insomma non ho pace. Non ho pace perché almeno col pane tostato un po’ di sicurezza vorrei averla.

How often is often?

“E non hai pietà tu di me”
(Nanni Moretti in Bianca,
a uno studente durante una lezione di matematica)

“- È giusto, Professò?
- Giusto un cazzo!”
(Silvio Orlando a uno studente durante una lezione di italiano,
in Riccardo Milani, Auguri Professore)

“Vi amo, voi tutti che siete in quest’aula”
(ancora Nanni Moretti, in La messa è finita,
dove però al posto di “aula” si dice “bar”,
che secondo me fa lo stesso)

Cercando di mettere ordine tra le mie scartoffie di lavoro, ho rinvenuto una serie di appunti e materiali di un vecchio corso che ho tenuto più o meno un anno fa. Era un corso di livello A1, cioè per principianti, o beginners, se preferite la nomenclatura del gergo anglosassone. Gli studenti erano tutti dottorandi di un’università qui a Roma. C’erano in prevalenza cinesi e indiani, poi un pakistano, un russo, una turca, un macedone e una brasiliana – chi non fa questo lavoro non può immaginare le gocce di sudore freddo che t’imperlano la fronte prima di entrare in una classe di livello A1 dove il coordinamento didattico, per la solita mancanza di fondi e risorse, ha riunito una brasiliana, che può grosso modo già orientarsi nella catena di suoni che sente anche se ha appena iniziato a studiare l’italiano, insieme a degli orientali, che faticano solo a capire dove si trovano.
Mi sono imbattuta in un disegno e m’è tornata in mente una lezione sugli avverbi di frequenza.
Tra le molte possibilità, c’è una soluzione che si può adottare quando si vogliono far imparare gli avverbi di frequenza “sempre”, “di solito”, “spesso”, “qualche volta”, “raramente”, “mai”, dopo averli fatti osservare negli usi in contesto durante l’ascolto o la lettura di un brano. Diremo subito, per evitare dubbi eventuali, che l’uso dell’inglese come lingua veicolare in classe, o di qualunque altra lingua che non sia l’obiettivo, in questo caso l’italiano, è assolutamente bandito, salvo i casi in cui certe attività lo prevedano. Per gioco, istituisco sempre la regola della “multa” per tutti coloro che vi ricorrano durante la lezione: cinque euro per ogni parola detta in inglese, tre per ogni parola detta nella propria lingua a un compagno connazionale; è ovvio che si tratta di una multa immaginaria, altrimenti oggi potrei tranquillamente fare a meno di lavorare e vivere di eredità per il resto della vita.
La soluzione, dicevo, consiste in un disegno, semplice e immediato (o almeno io credevo che lo fosse e che lo fosse sempre, per tutti), che rappresenta il tempo su una linea orizzontale. Non è un’idea mia, l’ho presa da un libro che uso molto volentieri, e non è nemmeno ‘sta gran pensata. Subito sopra questa linea si disegna un sottile rettangolo, lungo quanto la linea, e lo si colora tutto se si vuole rappresentare l’idea di “sempre”. Sulla linea stessa, invece, si disegna una serie di puntini, a seconda degli altri avverbi che si vogliono visualizzare: tanti puntini a una distanza regolare l’uno dall’altro se l’avverbio è “di solito”, tanti puntini a una distanza casuale l’uno dall’altro per “spesso”, pochi puntini per “qualche volta”, pochissimi puntini per “raramente” e, infine, una linea senza puntini per “mai”. Non importa ovviamente (ma è davvero così ovvio?) quanti puntini si disegnano, è rilevante solo la relazione tra i puntini rispetto alla linea.
In genere funziona efficacemente, persino con gli americani. Gli americani, soprattutto i giovani universitari, sono infatti il banco di prova della chiarezza di una lezione di italiano: se la capiscono loro, la possono capire tutti. Vogliano perdonarmi tutti gli americani, competenti in italiano e non, e tutti i filoamericani, per quest’ultima affermazione all’apparenza irrispettosa, ma, esclusivamente per quanto riguarda l’apprendimento di una lingua straniera, ciò che affermo non è solo un’opinione: è un fatto provato dall’esperienza, mia e di tanti colleghi più anziani e più esperti di me. Tant’è che, nell’aula docenti dove al mattino ci si incontra e ci si scambiano notizie e idee, si è soliti valutare, ad esempio, la fattibilità di un test in base all’esito che questo ha avuto in precedenza con studenti americani: “Com’è questo test? Dici che lo posso dare ai cinesi dell’A2 o è troppo difficile?”, “No, vai tranquillo, è a prova di americano”, “Ah, perfetto, allora domani faccio fare questo”.
Quel giorno, però, il giochetto non funzionò. Cioè non funzionò con uno studente, il pakistano. Non avevo mai avuto pakistani in classe prima di quel corso.

Si chiamava Sulaiman, aveva ventisei anni e faceva un dottorato in matematica. Era quello che aveva accumulato più multe, si era iscritto al mio corso di italiano perché obbligato dalla sua scuola di dottorato, ma chiaramente non ne vedeva la necessità: comunicava tutto se stesso in pashtu e in un inglese che capivo poco. Sulaiman non aveva bisogno di fronzoli. In 90 ore di lezione avrà fatto non più di due degli esercizi regolarmente assegnati per lo studio individuale. Era un tipo piccoletto e sempre sorridente, mite, con gli occhi buoni e luminosi, particolarmente timido (ma anche la timidezza è una questione culturale, e ciò che ci pare timidezza potrebbe in realtà essere una forma di ossequio che si mostra in circostanze ritenute formali e in rapporti ritenuti gerarchici). Arrivava con uno zainetto sulle spalle e si sedeva sempre il più lontano possibile dalla lavagna. Ci stavamo molto simpatici, ma già dopo i primi giorni di lezione mi fu chiaro che con lui non ce l’avrei fatta, perciò il solo obiettivo che insieme ci si poteva dare era la buona tenuta di un atteggiamento di generale curiosità, essenziale per qualunque operazione.
Quel giorno, mentre ero intenta a disegnare i puntini, a un certo punto mi voltai e intravidi il suo sguardo fattosi vitreo e la sua manina che si sollevava in aria. “Sta per fare una domanda”, pensai – in una classe di lingua non si alza la mano per chiedere il permesso di parlare, si parla e basta, e si è tutti contenti che ciò avvenga, ma spesso gli studenti di tutte le età, soprattutto gli orientali meno occidentalizzati, fanno inizialmente fatica ad abituarsi a questa democrazia comunicativa, giudicandola irriverente nei confronti dell’insegnante, perciò alzano la mano per chiedere il diritto alla parola, come del resto credo si faccia ancora anche tra i banchi delle scuole italiane (prima ancora, tra i banchi delle scuole italiane, non si alzava nemmeno la mano, semplicemente si parlava “solo se interrogato”, ce lo ricorda Domenico Starnone).
Invece vidi il ditino di Sulaiman, l’indice, che tamburellava nell’aria da sinistra a destra, e gli occhi che si socchiudevano per mettere meglio a fuoco il mio disegno. “Forse da laggiù non vede bene”, ripensai. Cancellai e rifeci lo stesso disegno più grande, lussandomi la spalla a sfruttare tutta l’interminabile lavagna che percorreva la parete da un capo all’altro (sì, all’università tagliano tutto, però in alcune non badano a spese per le lavagne, purché il gesso o il pennarello te lo porti da casa).
Ma vidi Sulaiman ripetere il gesto. Capii allora che stava contando i puntini. Sulaiman stava contando i puntini, e li veniva via via trascrivendo sui suoi appunti. Non era da escludere che per lui i sette puntini che casualmente avevo disegnato stessero significando “spesso” e i due puntini “raramente”. Quindi non era da escludere nemmeno che io gli stessi dicendo che se compio un’azione sette volte, e solo sette, allora la faccio “spesso”, e così via. O forse voleva solo copiare fedelmente il mio disegno? Per innata meticolosità o per quell’eccesso di assennatezza tipico di quando, prudentemente, copi qualcosa senza averci capito una mazza, con la speranza di capirci qualcosa dopo?
Mi tenni composta e sorridente. Per uscire dal pasticcio in cui mi ero cacciata feci una serie di esempi ulteriori e, mentre gli altri erano a testa bassa sui loro appunti, rimasi ad aspettare di incrociare lo sguardo di Sulaiman e, quando ciò accadde, gli feci un sorriso più largo. Lui rispose al sorriso e annuì energicamente arrossendo un poco, per quanto sia possibile intravedere il rossore sulla carnagione scura di un pakistano a una distanza di qualche metro. Aveva capito questa volta? A giudicare dalle sue successive produzioni in italiano, mi dissi di sì. Però io, quel giorno, con quel disegno, dove avevo sbagliato? Avevo sbagliato? Se sì, quali informazioni culturali mi mancavano sul modo di rappresentare il tempo in Pakistan? Ho chiesto in giro ai colleghi, ma non ne abbiamo cavato nulla. O forse c’entravano qualcosa gli studi in matematica di Sulaiman? Non l’ho mai capito, e per questo il suo ditino in atto di contare è uno dei ricordi disgraziati più belli che ho.
Ho riproposto il disegno con i puntini altre volte in seguito, in altri corsi e ad altri studenti, e non mi è più capitato di vedere dita sollevate a contare, come non mi era mai capitato prima di Sulaiman, ma adesso, ogni volta che è ora di passare agli avverbi di frequenza, se decido di riutilizzare i puntini, sento una specie di eccitazione mentre sono alla lavagna a disegnare e, quando mi volto, vado alla ricerca di dita alzate, perché io quasi le vorrei vedere, quelle dita che contano. Le vorrei vedere e avrei la tentazione di chiedere: “Ma che minchia hai da contare?”.

Scott Lion DeVall (Facebook)

La meditazione del credente glottopipponico

Lunedì prossimo tornerò in terra senese per la presentazione della mia supercazzola accademica sulla glottopipponica.
La glottopipponica si occupa prevalentemente di trovare nuove teorie dell’apprendimento di una lingua straniera e nuove tecniche per il suo insegnamento, allo scopo di attirare nuovi discepoli disposti a rimanere tutta la vita in mutande in nome di un’idea. L’idea è che per imparare una lingua ci sia bisogno di un insegnante, possibilmente bravo. Se questa idea inizia a vacillare nella coscienza del discepolo, il discepolo avrà una vita faticosa, che del resto ha comunque, essendo rimasto in mutande all’atto di convertirsi alla fede divenendo un glottopipponico.
Non essendo una religione ad ampia diffusione, si potrebbe ipotizzare che non sia interessata da fenomeni di persecuzione dei suoi fedeli: sarebbe un’ipotesi errata, perché i fedeli glottopipponici, una volta divenuti insegnanti di lingue straniere, sono martiri votati alla flagellazione a colpi di Co.co.pro. Abbiamo del resto già trovato analogie tra la lo spirito della glottopipponica e gli orientamenti della fede religiosa, quando abbiamo parlato della Chiamata.
La glottopipponica, dicevamo, ha a che fare con certe teorie. Come tutte le teorie, si serve di una lingua gergale, perlopiù mutuata dalla lingua comune e reimpiegata con significati specifici. Una parola, per esempio, è “motivazione”, che mi dà sempre un sacco da pensare, però orientata all’insegnante, più che allo studente. Se vi è capitato di leggere City di Baricco – scrittore che mi convince raramente, come appunto nel caso isolato di City e pochi altri – vi tornerà forse in mente il Saggio sull’onestà intellettuale del Prof. Mondrian Kilroy riguardo alle teorie che gli uomini si inventano ogni giorno per passare il tempo su questa terra (se non lo avete presente, lo trovate al capitolo 22 di City). La glottopipponica non è che una di queste, e io ne ho abbracciato il credo, perché quando sono uscita dall’università con una laurea in lettere ero ancora entusiasta di dedicarmi all’inutile come il giorno dell’immatricolazione (vedi la “motivazione”, nelle sue manifestazioni più degenerate). Dunque ho perseverato negli anni successivi, attraverso le fasi della formazione post mortem - scusate, volevo dire post lauream – nonché della professione.

Trattandosi in questo caso di una pubblica presentazione, alcuni miei cari hanno prevedibilmente manifestato la loro volontà di essere presenti all’evento: la mia amica Nina, la quale però ha saputo che sarà trattenuta a Roma da altri impegni; Le Sanglier, il quale, per deformazione professionale, vorrebbe venire munito di macchina fotografica, registratore e taccuino, pur avendogli io spiegato che non si tratta di una conferenza stampa; Maria e Svevo: “Nui nce p’tem’ venì?”. Solo il mio amico Nosferatu, saggio ingegnere, si è limitato ad auguri d’incoraggiamento e a richieste di aggiornamento sull’esito.
Ho cercato perciò di informare i tre aspiranti accompagnatori sul fine scarsamente turistico della mia trasferta, ma resta indubbio che Siena sia una bella città. Quindi verranno tutti e tre e ciò, una volta terminata la discussione della supercazzola glottopipponica, mi porrà un problema perché a quel punto, che è un punto in cui si finisce in un’osteria toscana a ritemprarsi e gozzovigliare, non potrò sottrarmi alla gestione dei flussi di comunicazione a quattro, e i quattro in gioco saremo io, Le Sanglier, Svevo e Maria, la più consueta e tradizionale delle scene familiari, la sola che, per una lunga serie di complesse ragioni, può davvero ridurmi a uno straccio, più della glottopipponica, del precariato e di una vita in mutande.
In questi ultimi giorni, dunque, mi preparo e faccio meditazione come un padre gesuita i suoi esercizi spirituali.

Questa mattina ero al telefono con quelli di Siena mentre mi aggiravo per il Policlinico cercando di trovare l’uscita dopo una visita dall’otorino – sono rientrata a Roma ieri sera, le febbri sono state sedate, ma il mio setto nasale resta congenitamente ostruito e l’otorino, forse di origine svedese, ha deciso che è tutto da smontare e rimontare in pochi minuti, entro la fine dell’anno. Da Siena mi hanno fatto sapere che non sarà necessario il Power Point. “Benissimo”, ho risposto mentre sbagliavo l’ennesima uscita, ed era quello che realmente pensavo perché il Power Point mi disturba e andare a braccio, blaterando di una cosa che è chiara solo a me che l’ho scritta (e nemmeno sempre), mi piace un sacco. Soprattutto, mi disturba prepararlo in questi giorni di meditazione, nei quali il mio principale assillo non è la motivazione, non è il caso di studio da presentare, non è la glottopipponica tutta, ma è la cena con Svevo e Maria insieme a Le Sanglier.
Nello specifico, il mio assillo si concentra sulle seguenti domande:
- In quale idioma franco comunicheremo? Verrà in soccorso anche a noi la lingua gestuale degli italiani?
- Lo stomaco abruzzese di Svevo e Maria sopravviverà alla somministrazione dei pici all’aglione e della fiorentina, senza crisi di rigetto?
- Dopo cena, Svevo e Maria prenderanno subito la strada dell’hotel che hanno prenotato per la notte o si tratterranno per un drink con me e Le Sanglier, che abbiamo altri programmi digestivi?

Mi struggo (“… e mi tormento, oh Dio, vorrei morir! Babbo, pietà, pietà!”) e ho voglia di fare il Power Point.

La chiamata

Il mio è un lavoro essenzialmente stagionale, come quelli legati al turismo. Così sembrerebbe.
In effetti, secondo quanto alcuni miei cari sostengono, io sottovaluto con la miopia tipica di chi opera in ambiente accademico le evidenti relazioni tra il settore turistico e il settore formativo.
A partire dal mese di maggio fino a settembre inoltrato, infatti, orde di stranieri si riversano sotto il sole romano e desiderano andare in una trattoria per ordinare in italiano un piatto di tonnarelli cacio e pepe. Per questo si rivolgono spesso a scuole private di lingua dove insegnanti esperti in materia li rendano abili nel padroneggiare il nostro antico idioma. Già Dante, del resto, parlava di vivande conviviali.
Più ristretto, invece, risulta essere il pubblico di studenti universitari che vengono nel nostro bel Paese a studiarne la lingua. E dunque io sbaglio target, o sbaglio nel non estenderlo al profilo del turista in infradito e visiera.
Una mia collega un giorno mi disse: “Si sa, quando gli studenti non ci sono, stiamo a a casa a fare torte, no?”. No. Non si sa. E poi torte no, raramente mi vengono bene. Vado forte con i primi e i secondi, e anche con gli antipasti non me la cavo male.

Sono giorni, questi, di ricettari spaginati e dispense stipate di ingredienti.
Solo nell’ultima settimana ho impiattato etti di rigatoni alla carbonara, riso alla cantonese, spaetzle di spinaci, pollo alle mandorle, sfoglie ripiene, cous cous alle verdure, insalate di radicchio grana e noci in cestini di cavolo verza, per la gioia del Sanglier e degli amici che vengono a cena.
Sono giorni di uova sbattute e burro fuso, di peperoni affettati e carote sbucciate, di cipolle tritate e zenzero soffritto.
Nel tempo libero ripasso mentalmente la discussione della mia ultima supercazzola accademica sulla glottodidattica, o “glottopipponica” come preferisce chiamarla la collega che fa torte, che dovrò presentare prossimamente in terra senese. Rimando la preparazione del Power Point, che mi tedia, penso piuttosto a come fanno buoni a Siena i pici all’aglione e, nel frattempo, aspetto la chiamata.

La chiamata è un termine gergale variamente impiegato. Applicato alla glottopipponica, assume significati ancora poco noti.
Perché noi esperti glottopipponici abbiamo le nostre forme di devozione.
Digitando su Google “la chiamata” sono finita sul sito delle Adoratrici del Sangue di Cristo. Cliccando nel menu la voce “Vocazione” compare la “Chiamata”. In questa pagina si può leggere: “Essere Adoratrice del Sangue di Cristo non è un mestiere da imparare come fare l’insegnante, l’infermiera, l’operatrice sociale, ecc., ma significa rispondere a una chiamata divina che raggiunge in modi e tempi inaspettati”.
Oltre a rilevare la comune valenza assistenziale che gli autori del sito mostrano di assegnare alla terna dei mestieri menzionati, mi rendo conto di una parziale simmetria vocazionale tra Adoratrici e Glottopipponici, pur volendo accuratamente evitare la blasfemia. Come le prime, infatti, i secondi sono fedeli servitori, sebbene di organizzazioni meno influenti, e rispondono a una chiamata dall’alto che in effetti giunge in modi e in tempi inaspettati: può essere per telefono o per e-mail e in qualsiasi ora del dì feriale o nel week-end (non sono ancora note eventuali chiamate notturne, ma non me la sentirei di escluderle).
Quando arriva, il nunzio recita così:

“Ave idiota, pieno di disgrazia, il Precariato è con te.
Tu sarai miserrimo titolare del prossimo corso di lingua italiana per gli studenti del Programma X, che si svolgerà da x (data) a x (data), per un totale di n. ore x, presso la Facoltà X dell’Università X.
Adorerai il Quadro Comune Europeo di Riferimento per le Lingue, il Nostro Sillabo, nonché il Manuale che ti sarà dato. Potrai usarne altri, tutti quelli che vuoi, ma per le fotocopie ti arrangi perché qui ci hanno tolto anche i soldi per la carta.
Lavorerai molto anche a casa per inventarti lezioni entusiasmanti e starai sveglio la notte per correggere i test, perché tu sei fedele servitore della Glottopipponica e i servitori fedeli della Glottopipponica cercano di tirare fuori una buona lezione anche quando dormono o fanno sesso.
Verrai retribuito bene, ma alla rapida scadenza del co.co.pro. ti toglierai di mezzo e attenderai pazientemente nuove chiamate, perché tu sei fedele servitore e i fedeli servitori non sono degni di partecipare alla Nostra Mensa, ma di’ soltanto “Accetto” e sarai richiamato.
Nel frattempo, prega. Ora et labora. E tieniti sempre in forma con le sfoglie ripiene che, se ti va male, te le puoi sempre rivendere.”

[Un altro punto di vista sui servitori della Glottopipponica, detti anche "lavoratori della mestizia", in “Even teachers get the blues”, postato da O' Reilly nel suo vituperato blog "Aciribiceci"]