Di lato

Stavamo guardando un film in televisione, uno scelto a caso. È riposante guardare un film scelto a caso, la sera (sospendere la volontà, il pensiero, le convinzioni, le preferenze, le speranze. Stare inebetiti, scordarsi).
In una scena c’era un regista, parlava di un film che avrebbe voluto fare una volta, diceva che era stato il sogno della sua vita, che per tanto tempo non aveva pensato ad altro in ogni momento del giorno, che adesso, invece, s’era ridotto a girare qualunque cosa, anche quella fiction televisiva in venti puntate ambientata in un ospedale – lo diceva con una quieta rassegnazione nella voce. Però, affermava il regista, quel film mai realizzato era stato proprio un desiderio grande.

Allora lui, in quel momento, mentre l’attore in televisione raccontava di questo desiderio, ha cambiato posizione sul divano, si è aggiustato sui cuscini. Io, che gli stavo seduta vicino, l’ho guardato. Stava fissando il pavimento. Poi si è girato verso di me e mi ha detto: “Sai, mi sono accorto che io non ce l’ho più un desiderio di quel tipo, come quello lì… cioè, un progetto di lavoro che voglio realizzare, una cosa che sto lì e ci penso tutti i giorni e ci rimango sveglio la notte, che anche se non viene bene o anche se non ce la faccio a raggiungerla, comunque la inseguo, ci corro dietro. Un desiderio, insomma. È un po’ che non mi capita”. Si è aggiustato un’altra volta sui cuscini, come se non riuscisse a trovare un posto comodo. Io ho osservato il pavimento, nel punto dove lo stava osservando lui. Ho detto: “Nemmeno io ce l’ho più”. Siamo rimasti per qualche minuto a fissare il pavimento tutti e due.
Avevamo fatto la stessa considerazione, per questo abbiamo ricominciato a guardare in silenzio il film: perché non ci potevamo aiutare.

Dopo ci siamo guardati un altro film, scelto ancora con quel torpore che alle volte fa bene, un poco intontiti, un poco assenti, come quando uno dice che fa una cosa “tanto per” (a volte mi viene la voglia, o una tentazione, di trovare un verbo nuovo a reggere quella preposizione a metà tra il fine e la causa, un verbo che non sia “farla”). Raccontava, questo film, di un uomo in giacca e cravatta, un assicuratore mi pare, a cui una banda di teppisti ammazza tutta la famiglia, uno dopo l’altro, e lui diventa come quelli che gli hanno ammazzato la famiglia, cioè comincia ad ammazzare pure lui tutta la banda, uno dopo l’altro, per vendetta. Il film si riassume così: prima l’uomo perde la famiglia, poi il sorriso, poi il senno, poi la giacca e la cravatta, poi il lavoro e la casa, poi la libertà, infine la dignità. O forse la dignità la perde prima, dopo aver perso la famiglia, oppure se la perde tra il senno e la giacca, o forse la dignità stava proprio in principio, non lo so, non l’ho capito bene. Qualunque sia l’ordine delle perdite, comunque, il capo della banda che gli ha fatto perdere tutto se lo conserva da ammazzare per ultimo. Dopo una lunga lotta, si ritrovano fianco a fianco seduti su una panca, tutti e due ricoperti di sangue e con l’ultimo fiato a disposizione. L’uomo che ha perso tutto gli chiede: “Sei pronto?”. Il capo della banda gli dice: “Guàrdati. Adesso sembri uno di noi”.
A me è venuta in mente la storia di Giobbe raccontata da Joseph Roth nel romanzo (“Romanzo di un uomo semplice” è il resto del titolo). Mi è venuta in mente come mi vengono in mente le cose quando sto davanti a un fatto e dovrei, suppongo, pensarne cose pertinenti, più appropriate al fatto, rimanendogli di fronte, e invece le penso in un altro modo: di lato.

Di lato, mentre continuavo a guardare il film sull’uomo che aveva perso tutto, pensavo pure che quella cosa che avevamo detto prima sull’assenza di desideri, a trentun’anni a testa, era immorale. Allora, alla fine del film (l’uomo che aveva perso tutto viene arrestato mentre sta guardando un vecchio filmino della sua famiglia, quando stavano tutti insieme allegri), gliel’ho detto, a lui che si era appena aggiustato sui cuscini un’altra volta. Proprio così gli ho detto: “È immorale”, senza spiegargli che mi riferivo a quello che avevamo detto due ore prima, mentre guardavamo quell’altro film del regista che aveva avuto un desiderio grande. Lui ha annuito e poi siamo andati a dormire.

At the window

Edward Hopper, At the window (1940)

 

Vivi al primo piano di un palazzo dove, al piano terra, c’è un negozio di tolettatura per cani. Si chiama La Casa dei Cuccioli. Ignorarne il nome passandoci davanti è pressoché impossibile a tutti i vedenti, perché l’insegna di questo negozio consiste in diciassette spropositati caratteri scatolati, verniciati di verde acido e tenuti insieme da una ingombrante struttura metallica fissata al balcone di un appartamento al primo piano.
Il tuo.

Vivere in un appartamento che sta sopra un negozio di tolettatura per cani non è un fatto privo di rilevanza per chi ci vive, come invece potrebbe sembrare a chi non ci vive. Tu lo sai bene, perché ci vivi. Se il negozio di tolettatura per cani, poi, si chiama La Casa dei Cuccioli, e se l’insegna del negozio identifica immediatamente a una distanza di circa ottocento metri il balcone di casa tua, allora gli altri fatti non privi di rilevanza nella tua esistenza, per esempio, che so, il fatto di avere un lavoro precario e pochi soldi, e il fatto di abitare nel tratto più squallido della Tiburtina alla periferia di Roma, potrebbero finire col sembrarti, alle volte, delle tessere di un grande, emblematico mosaico, o i dettagli impliciti di un dipinto, dove il negozio di tolettatura per cani è là in basso, forse un poco sulla sinistra, e tu stai lì, al centro del dipinto come un coglione esplicito, affacciato al tuo balcone, mentre fumi una sigaretta. Riesci a vederti? Se non fosse per quella grossa, madornale insegna verde acido sotto di te, a pochi centimetri dalla sigaretta che tieni nella mano, sembreresti un quadro di Hopper. In effetti, mentre fumi lentamente la tua sigaretta e osservi le finestre illuminate dell’edificio di fronte casa tua, che poi è l’albergo dello stabilimento termale responsabile di averti alterato l’olfatto a colpi di esalazioni sulfuree, ti chiedi se a qualche cliente dell’albergo venga in mente un quadro di Hopper, quando ti fissa dall’altro lato della strada.

Anche i clienti dell’albergo di fronte casa, infatti, si affacciano alla finestra della loro camera. Sono perlopiù facce di uomini e donne ancora giovani – quelle meno giovani, supponi, stanno alle terme, al piano di sotto dell’albergo, a fare le inalazioni – e si vedono soprattutto d’estate. Anche loro, incorniciati da infissi di colore bianco e acquamarina, sembrano un quadro di Hopper, ma un altro, non quello che assomiglia a te e al tuo balcone.
Si affacciano, appoggiano i gomiti sul davanzale, accendono una sigaretta come te, la fumano lentamente. Loro, però, sono lì di passaggio. Hanno appena completato un ciclo di trattamenti per la pelle o, come più spesso ti piace immaginare, hanno da poco finito di fare l’amore, con una persona anche lei di passaggio. Qualche volta il piacere dell’immaginazione ti viene sottratto, perché accade di intravedere davvero una donna mezza nuda dietro la tenda, e allora ti devi inventare una storia con altri dettagli che non vedi (chi è la donna mezza nuda? Un’amante, sì, certo, ma che tipo di amante? Come ama?).

I vostri sguardi si incontrano. Succede mentre, dal piano di sotto del tuo palazzo, si levano disperati i guaiti dei cani della Casa dei Cuccioli. Pare che li stiano scannando, invece li stanno lavando, asciugando, tosando, profumando, infiocchettando (ma tu, in alcuni momenti, che sono momenti alla fine di una giornata in cui non hai fatto altro che ascoltarli piagnucolare per un bagno caldo, tu nutri segretamente il desiderio che quei cuccioli bastardi li scannino il prima possibile). Vi guardate, tu e il cliente dell’albergo di fronte casa, e ti scopri a cercare di coglierti attraverso i suoi occhi, mentre fumate la vostra sigaretta in silenzio. Vi guardate, e pensi che non devi fare certo una bella impressione, curvo sopra quell’insegna appesa al tuo balcone, La Casa dei Cuccioli, in mezzo ai guaiti dei cani che provengono dal piano terra del tuo palazzo. “Io qua ci vivo. E lei? Lei che ci fa da queste parti, oltre alle cure termali?”. Così vorresti dirgli, urlando per cercare di sovrastare i latrati, ma non sei tipo da rivolgere una domanda così intima, per giunta urlando, a una persona sconosciuta che s’affaccia alla finestra di una camera d’albergo.

Ti è sempre piaciuto guardare dietro le finestre delle case. Piace un po’ a tutti. Tavole preparate per la cena, luci, soggiorni, librerie – le librerie soprattutto, e la sagoma di persone e di persone che tengono in braccio un gatto. D’estate, o in primavera, ti piace di più perché le finestre sono aperte, e alle immagini si accompagnano i suoni, a mo’ di sottotitolo: acciottolìi di piatti in cucina, tv e radio accese, voci di gente che litiga, gente che canta, gente che ride, gente che piange, gente che bestemmia. Ti piace da quando sei bambino e non hai ancora capito perché, visto che a casa tua si litigava, si cantava, si rideva, si piangeva e si bestemmiava come nelle case degli altri.

Rientri in casa, ti prepari un caffè. Adesso osservi l’edificio dell’albergo attraverso il giallo girasole delle tende nel tuo soggiorno. Infine torni alle tue occupazioni. Rileggi quello che hai scritto e scopri con un certo stupore di esserti declinata al maschile per tutto il tempo, come se non fossi tu l’imbecille sul balcone sopra la Casa dei Cuccioli, ma uno qualunque (non hai più voglia di pensarci, perciò decidi che di questa stramberia è senz’altro responsabile la lingua in cui scrivi, che tende a declinare il soggetto al maschile se accanto gli sta una donna, o se il soggetto vuole restarsene indefinito e riguardare tutti gli individui).
Finalmente pensi che non sei buona a raccontare le cose in seconda persona, e che però avevi proprio tanta voglia, diresti addirittura bisogno, di vederti dall’altro lato della strada.

La sala d’attesa

Post prima un po’ allegro e dopo un po’ triste
(“Dop’ lu ride se ne ve sempr’ lu piagne”, detto abruzzese)
.

Abbiamo questa stanzetta, a casa. Saranno sì e no sedici metri quadrati.
Prima che venissi ad abitare qui dove abito adesso, in casa ci stava solo Le Sanglier. Cioè, ci stavano Le Sanglier e tutte le sue cose. Di tutte le sue cose, quelle di cui non sapeva che fare, quelle di cui aspettava di capire che fare e quelle che non gli servivano tutti i giorni, stavano dentro questa stanzetta. C’era anche una specie di branda che lasciava pensare, pur vagamente, a un letto per dormire, perciò la stanzetta si chiamava “cameretta”. Si chiamava così anche se non ci dormiva nessuno: Le Sanglier, infatti, dormiva nella camera da letto propriamente detta e adeguatamente utilizzata, su quello che verrebbe definito senza dubbio da chiunque un letto e, per la precisione, un letto a due piazze.
Nessuno, insomma, dormiva nella cameretta. Nella cerchia di amici di Le Sanglier si vociferava che la cameretta nascondesse i resti di sua nonna, da lui fatta sparire allo scopo di ereditarne l’appartamento. In effetti, a giudicare dallo stato dell’ambiente, si sarebbe detto che il campo era aperto ad ogni ipotesi.
Quando sono venuta qui, ad abitare con Le Sanglier, Le Sanglier ha detto: “Sgomberiamo la cameretta” e io ho pensato che volesse darmela in affitto e che forse non avevo ben capito questa faccenda della nostra convivenza, ma subito dopo ha detto: “Ci facciamo uno studio”. Così ha portato via la specie di branda e qualche altro oggetto che non sono riuscita a identificare, io ci ho portato la mia scrivania e un pezzo della mia libreria – gli altri pezzi li abbiamo messi nel soggiorno, lui ha liberato la sua scrivania di tutto quello che prima ci stava sopra e ci ha messo quello che secondo lui sta sopra la scrivania di uno studio, quindi ci ha rimesso tutto quello che prima ci stava sopra, ma in posizioni diverse. Infine ha detto tutto contento: “Ecco, abbiamo pure uno studio!”.
Ora, io le idee su cosa si fa in uno studio le ho sempre meno chiare, però sono contenta di avere uno studio. Adesso che la stanza non è più una cameretta ma uno studio, alle volte io e Le Sanglier ci sbagliamo a chiamarla. Per esempio, lui dice: “Sta piovendo. Mi aiuti a spostare lo stendino dal balcone alla cameretta?”, oppure, se lo stendino sta già nella stanza, “C’è mica spazio per mettere l’altro stendino nella cameretta, che devo fare un’altra lavatrice?”. Io dico: “Dove sta la mia valigia rossa?”, lui risponde: “L’ho messa nello studio, dietro la porta”, oppure: “Sta sopra l’armadio nello studio, fai attenzione a quando la tiri giù che ci stanno un sacco di altre cose”. Le altre cose sono: la valigia sua, due scatoloni miei, dei grossi fogli di cartoncino colorato arrotolati e avvolti nella plastica che uso in classe con gli studenti, le scatole vuote della stampante, dei nostri portatili, del frullatore, del tostapane e dell’apparecchio per l’aerosol – perché le scatole possono sempre servire.
Altre volte io dico: “I documenti te li ho messi nello studio”, lui dice: “Le scarpe da tango te le ho messe nella cameretta”. Qualche volta litighiamo pure, io dico: “Senti, qua è ora che ci decidiamo che minchia è ‘sta stanza”, lui dice: “Lo dobbiamo decidere proprio mò?”.

La stanza risente della nostra confusione sulla sua identità, pare che ci stia dentro una sofferenza.
A tutti gli effetti, ho pensato ieri, è una sala d’attesa (nelle sale d’attesa, in fondo, non si soffre un po’?). Per questo motivo, ma in un modo che non ho ancora capito con chiarezza, è la stanza più importante della casa: lì ci stanno tutte le cose che aspettano di trovare posto, e qualche volta ci vado pure io, a ragionare e aspettare di capire mentre fumo una sigaretta, e allora la stanza diventa anche un pensatoio. Sto lì, e mentre fumo in piedi al centro del pensatoio osservo i miei libri, quelli che per comodità chiamo “libri di lavoro”, diversi dai “libri miei”, che invece sono perlopiù romanzi, quasi tutti tascabili, e stanno nella libreria in soggiorno (da questa parte gli americani – John Fante, però, in uno spazio solo suo, da quest’altra parte gli italiani contemporanei, e così via). I libri di lavoro li ho messi lì, nello studio, nel periodo in cui stavamo trasformando la cameretta in uno studio. Sono manuali di italiano per stranieri – “Un giorno in Italia”, “Espresso”, “Percorso Italia”, “Campus Italia”, “Contatto”, “Domani”, “Chiaro!”, e altri nomi cretini così, grammatiche, raccoglitori pieni di dispense, e poi ci stanno anche altri libri che servono a me per imparare, per esempio “Sillabo di italiano per stranieri”, “Immigrazione. Dossier Statistico 2011″, “Insegnare italiano a stranieri”, “Italiano come lingua seconda”, “Vedere per capire e parlare”, “Quadro comune europeo di riferimento per le lingue”, e altri nomi cretini così. Tutta roba, tanta, acquistata negli anni, che se me la rivendessi ci camperei per qualche mese buono. Invece non me la rivendo, la tengo lì ad aspettare, nei periodi in cui non lavoro.
Poi c’è anche un quadretto, una cornice a giorno da tre euro dentro cui ho messo un piccolo poster preso qualche anno fa al Goethe Institut, quando avevo cominciato a studiare il tedesco perché avevo avuto tanti studenti tedeschi e volevo iniziarmi alla loro lingua, come pegno d’amore: c’è il disegno di un uomo e una donna che si baciano, sopra di loro c’è scritto: “Conoscere più lingue avvicina i popoli”, e sotto di loro: “E le persone”. Non l’ho appeso al muro perché l’unica parete disponibile della stanza si rifiuta di farsi trafiggere dai chiodi: tu dai una martellata decisa, studiata, e il chiodo incontra una resistenza dietro il muro, che non si capisce cos’è, tu rimani col martello in mano, a fissare il chiodo tutto storto e la parete ostile, e senti una specie di dolorosa impotenza, una qualche verità che appare definitiva e, per questo, insopportabile.

Ho pensato, finché non riesco ad appendere questo quadretto di poco conto, che per me è tanto importante, questa stanza sarà sempre una sala d’attesa, dove ci mettiamo le cose che non sappiamo dove mettere e le cose che aspettano di trovare posto, e dove io vengo a fumare una sigaretta e ragionare, e pure a sragionare, mentre aspetto di capire che fare di certe cose mie, dei libri di lavoro, e del quadretto, soprattutto del quadretto, e della sua importanza.

Notturno n. 1 in si bemolle minore

Ci stanno certi certi giorni in cui uno che ascolta i notturni di Chopin si ritrova a pensare che i notturni di Chopin non dovrebbero essere stati mai scritti. In testa glielo dovevano spaccare il pianoforte, a Chopin.
Ci stanno certi giorni che uno, lo stesso che ascolta i notturni di Chopin, guarda fuori dalla finestra e pensa che, a furia di guardare fuori dalla finestra, gli sembra di vedere sempre lo stesso albergo della stazione termale di fronte casa e invece magari, nel frattempo, ci hanno costruito, che so, una libreria (però forse più un negozio di ferramenta), e lui non se n’è accorto.
Ci stanno certi giorni, pure, in cui una lavatrice non dovrebbe includere, tutti da sola, dodici programmi di lavaggio, Misti XL, Cotone, Sintetici, Delicati, Lana/A mano, Bianchi, Colori chiari, Scuri/Nero, EcoCotton, AcquaEco, Rapido 15′, Sport, e le opzioni combinabili di Centrifuga, Risciacquo & Centrifuga, Tasto Colorati 15°, Tasto Rapido, Tasto Livello di sporco e Tasto Antipiega. Ché uno certi giorni si confonde, non ce la fa, passa mezzo pomeriggio a combinare il Tasto Rapido con il programma Colori chiari, o a chiedersi “Ma chiari quanto?”, o a bestemmiare i santi quando il programma Colori chiari finisce e la camicia viola chiaro non era poi tanto chiara, o a valutare il livello di sporco dei vestiti per usare il Tasto Livello di sporco (come si valuta il livello di sporco? Se il pigiama non è macchiato ma puzza di cipolla soffritta, che livello si dovrebbe mettere, uno, due o tre?). Certi giorni le lavatrici non dovrebbero averle mai inventate, ci dovrebbero stare solo il mastello di legno e l’anfora d’acqua da portare a casa sopra la testa, così ci pensa la fatica, la fatica e la schiena che si spezza, a raddrizzare i pensieri storti. Non dovrebbero aver inventato nemmeno il microonde, ché uno spreca gli anni migliori a domandarsi se questo piatto di ceramica ci potrà andare o no nel microonde, e questa terrina, e questa plastica qui è quella adatta al microonde?
Ci stanno certi giorni – e sono strani assai – in cui uno si sdraia un momento, così, per appisolarsi, e sogna il gatto che aveva da bambino, e il gatto nel sogno lo scortica vivo, però da grandi (lui e il gatto).

Questi giorni qui sono pure quelli in cui uno sente una specie di tristezza, o addirittura di rassegnazione, e dice: “Non è cosa per me, questa cosa qua”, e questa cosa qua è un progetto, un desiderio cretino – la gente ne ha tanti, di progetti e desideri cretini; la gente ci campa, coi progetti e i desideri cretini, e sono questi progetti e questi desideri cretini, penso, che ci fanno sopravvivere ai notturni di Chopin nei giorni in cui i notturni di Chopin non dovrebbero essere stati mai scritti, alle lavatrici con dodici programmi di lavaggio e ai piatti che si spaccano nel microonde.

Però, pensavo poi, che fregatura, che fregatura grande, aver intuito l’inganno che sta dietro a un gioco di prestigio, e doverselo sorbire lo stesso (altro non si può fare), aspettare sempre fino alla fine di ogni spettacolo, e sforzarsi anche di simulare stupore, che nei giorni buoni uno magari ce la fa, ma non in certi altri giorni, quelli in cui i notturni di Chopin non dovrebbero essere stati mai scritti.

Essere giovani, qui da noi in Italia

Entro nell’ufficio Programmi Internazionali, saluto.
Mi guardano subito indispettiti dalle scrivanie, non mi danno il tempo di continuare, “Oggi siamo chiusi” mi chiariscono, senza nascondere un tono scocciato. Riconosco presto la situazione, mi affretto prima che i loro sguardi tornino a depositarsi sui monitor dei computer, “Lo so. Ma ci siamo sentiti via e-mail e abbiamo concordato che sarei passata oggi a firmare i certificati per gli studenti Erasmus. Sono Rouge, Morelle Rouge”. Una di loro arrossisce un poco, di più s’impegna a trafiggere con gli occhi la collega che mi ha appena informato sulla loro disponibilità a ricevermi, dice a bassa voce: “È una degli insegnanti”. Si scusano all’unisono. “Non c’è problema, – dico sorridendo – so che non sembra”. Si distendono in una risata, mi fanno accomodare, mi portano i certificati da firmare e un vassoio di castagnole.

In effetti non sembra, mi dico mentre vado firmando i certificati che attestano la frequenza del corso di italiano per studenti Erasmus Incoming, il numero delle ore di presenza alle lezioni, il superamento dell’esame finale, il voto espresso in trentesimi e l’acquisizione di quattro crediti ECTS (“Dottoressa, prima di procedere alla firma dei certificati la prego di ricontrollare che abbiamo inserito correttamente tutti i dati che lei ci ha inviato”).
Eh no, non sembra, continuo a pensare tra me e me. Oggi, poi, non mi sono nemmeno pitturata la faccia, non ho una giacca, libri sotto il braccio, né la borsa da prof. Potrei più facilmente sembrare una studentessa moderatamente fuori corso, diciamo, per dire, un paio d’anni fuori corso. Inoltre, oggi provengo da una notte di cattivo sonno e da un’alba di disturbi intestinali, ho rinunciato al treno in arrivo al binario per correre a casa a sacramentare in bagno e ritornare mezz’ora dopo alla stazione a prendere il treno successivo, dove mi sono appisolata. Non mi tengo in piedi, avrei bisogno di un caffè, ma ho lo stomaco vuoto già corroso da due. Il risultato complessivo è visivamente discutibile. Dunque, suppongo, potrei ancora più facilmente sembrare una studentessa moderatamente fuori corso che abbia passato la notte a bere in giro.

Di essere scambiata per una studentessa dal personale amministrativo dell’università, dai colleghi, dai coordinatori dei corsi e, qualche volta, pure dagli studenti, mi è successo in passato con una frequenza che dipendeva indubbiamente dalla mia giovane età, quindi sempre, e mi succede al momento con una frequenza che dipende, in effetti, dalla mia attuale età, quindi quasi sempre, e continuerà a succedermi in futuro con una frequenza che dipenderà, credo, dall’età percepita in Italia, quindi ancora a lungo, o molto a lungo. Se in passato ciò mi lasciava infastidita perché mi vedevo attribuire gli anni che avevo, al momento ci provo un certo gusto perché mi vedo ridurre gli anni che ho. In futuro, non so; del futuro non me la sento di parlare. Del futuro non me la sento di parlare in nessun caso. Però so, e me la sento di dire, che essere studenti è una gran cosa. Dico questo, che essere studenti è una gran cosa, e mentre lo dico non penso all’età che generalmente e grosso modo uno ha quando è studente, ma penso all’intelligenza, all’intelligenza e al potere sovversivo che si può ancora sperare d’avere in mano allora, in quegli anni, e poi mai più.

L’equivoco più divertente, comunque, non è avvenuto oggi, mentre firmavo certificati e mangiavo castagnole all’ufficio Programmi Internazionali di un’università che mi sono guardata bene dal menzionare, cioè l’Università di Roma La Sapienza, ma in un’altra università di Roma che con altrettanta prudenza dovrei forse premurarmi di non rivelare, cioè quella di Tor Vergata.
Quest’altro è successo circa quattro anni fa, quindi in un momento, immagino, in cui avrei potuto più facilmente essere scambiata per una studentessa ancora in regola con il corso di studi.
Dovevo fare fotocopie. Dovevo farle in fretta, perché dieci minuti dopo sarebbe cominciata la lezione con gli studenti cinesi del programma Marco Polo. Perciò ho fatto quello che farebbe un insegnante che deve fare fotocopie per una lezione che comincia dieci minuti dopo: sono entrata nell’ufficio delle fotocopie. Questo ufficio qui, però, non consentiva l’uso della fotocopiatrice agli studenti e il personale amministrativo me lo ha fatto presente nello spazio di tempo (sette, otto secondi) necessario ad aprire la porta dell’ufficio, salutare tutti e fare i primi tre passi verso la fotocopiatrice. “Lo so. Ma il coordinamento mi ha fatto sapere che le fotocopie per il corso Marco Polo si fanno qui. Sono Rouge, Morelle Rouge”, ho detto.
Non sapevo ancora, allora, quante volte negli anni seguenti avrei recitato la formula, poi mandata a memoria, con le opportune variazioni secondo le necessità del caso. Per questa ragione lo ricordo adesso come l’equivoco più divertente, l’Archequìvoco dell’essere giovani, qui da noi in Italia.

Ho trentuno anni. Da quattro insegno italiano a studenti stranieri (quando è consentito, cioè saltuariamente) in corsi universitari e in corsi privati (uno alla volta, ma anche due o tre nello stesso periodo, dipende dal periodo), con contratti di collaborazione a progetto. Solitamente, a questo punto, cioè il punto in cui uno comincia a dire “Ho trentuno anni. Da quattro insegno italiano a studenti stranieri…”, dovrebbe arrivare la parte relativa al profilo formativo, ovvero la menata su quello che ha studiato all’università, i titoli che ha conseguito dopo la laurea, le pergamene e i diplomi e gli attestati che di anno in anno ha regalato ai parenti per Natale, in cornice a giorno.
Ma questo non è un curriculum, né la pagina di un profilo Linked In.
Questo è un post su un blog, e di blog ce ne sono tanti, e questo è un blog che non si occupa di temi relativi al lavoro, o non se ne occupa nei modi in cui se ne occupano i blog che si occupano di temi relativi al lavoro, e di blog che si occupano di temi relativi al lavoro ce ne sono tanti.
Questo è un blog che, come ben sanno quelli che hanno l’ardire di leggerlo abitualmente e pure quelli che hanno la sconsideratezza di leggerlo via smartphone, fa un po’ quel cazzo che gli pare. Però, ve l’assicuro, cerca di farlo il meglio possibile. Quindi, intuitivamente, a questo punto del post arriverà qualcos’altro.
La fine.

Lettere dalla corsia n. 6

Da: andr@vipmail.hu
Inviato: mercoledì 14 novembre 2012  21:57:39
A: morellerouge@yahoo.it

Cara Morelle,
Il mio test d’italiano è finito e sono contento perché tutto è andato bene. Nella parte sul computer c’erano esercizi molto semplici e alla maggior parte non c’erano grandi difficoltà. In alcuni casi ero in dubbio perché c’erano espressioni italiane che non ho mai sentito. Ma penso che queste non appartengano al livello B1. Ho avuto un po’ di paura della parte orale, ma questa non era così difficile, perché ho potuto parlare facilmente e anche l’esaminatrice era molto spontanea. La parte orale mi sembrava più facile della parte sul computer.
Vorrei ringraziarti tutto che tu hai fatto per insegnarmi la lingua italiana. Ti sono grato per tutte le lezioni, per le canzoni bellissime (sono sempre felice quando le ascolto), per tutto il tempo che abbiamo passato insieme. Per tutto ciò io posso dire un grande GRAZIE.
Con affetto,
A.

***

Da: phil@gmx.de
Inviato: venerdì 16 novembre 2012  19:04:39
A: morellerouge@yahoo.it

Cara Morelle,
la lotta è finita e tutto è andato bene. Ambedue, la parte scritta e orale, non erano troppo difficili. Non lo dico molto spesso, ma oggi sono veramente contento…
Di nuovo grazie per il tuo impegno, la tua indulgenza e la tua pazienza che tutti insieme sembrano essere illimitati.
Non so, quando ci incontreremo di nuovo, ma fino ad allora ti auguro ogni bene!
Tanti cari saluti e un buon weekend!
P.

***

Da: mat@gmx.de
Inviato: sabato 17 novembre 2012  15:24:34
A: morellerouge@yahoo.it

Cara Morelle,
Qualche giorno dopo l’esame voglio ringraziarti un altra volta.
Anche se non sono veramente contenta con il parte orale (perchè nella mia nervosità ho evitato di usare verbi nei tempi differenti) spero di avere superato.
Lavorare con te e partecipare al tuo entusiasmo per la lingua è stato un piacere per me!
Spero di rivederti presto e ti auguro una buona domenica!
M.

***

Cari studenti che mi avete scritto e ai quali ho già risposto privatamente, uno per uno,
Cari studenti che mi scriverete e ai quali risponderò privatamente, uno per uno,
Cari studenti che mi scrivete ancora dopo tanto tempo, dalla Germania, dalla Cina, dalla Danimarca, dagli Stati Uniti, da dove state tutti,

oggi non vi scrive la vostra insegnante di italiano.
Non vi scrive nemmeno l’autrice del blog Tornasole, che non conoscete.
Oggi vi scrive una persona un po’ stanca che, sul treno, mentre va all’università a fare lezione con nuovi studenti, legge annunci di lavoro come commessa, baby-sitter, centralinista, operatrice di call center e donna delle pulizie.
Volevo dirvi alcune cose (“ma perché tu dici ‘volevo’? Adesso non vuoi più?”… Sì, lo voglio ancora, ma spesso diciamo “volevo” per dire “vorrei”, perché la lingua è viva e la lingua usa così, però adesso è venuto il dubbio anche a me su questo fatto).
Volevo dirvi che, quando ho ricevuto l’e-mail di A., stavo in macchina sulla Tiburtina. Tornavo dalla mia lezione serale di tango alla quale Le Sanglier mi aveva trascinato, dopo avermi sollevato di peso dal letto dove mi andava di restare a dormire e dopo avermi imposto di darmi una ripulita. Non avevo voglia, infatti, di andare alla lezione serale di tango e non avevo voglia nemmeno di correggere una ventina di testi dei miei studenti di questo periodo (li avrei corretti in stato di angoscia la mattina dopo, un’ora prima di entrare in aula). Non avevo voglia perché, certe volte, uno non ha più voglia di fare le cose. Comunque, ero andata alla lezione di tango. E stavo in macchina sulla Tiburtina, quando ho letto l’e-mail di A. sul cellulare. Allora m’è venuto un po’ da piangere. Non saprei spiegarvi bene il motivo, però credo che c’entri qualcosa il fatto che in questi mesi sto pensando di cambiare lavoro.
Oh, non è perché non mi piacete più.

È che la settimana scorsa, o forse due settimane fa, o due mesi fa, non mi ricordo più, è successo un fatto assai strano. Avevo sette ore di lezione in due posti diversi e al mattino, quando sono andata a comprare il biglietto del treno Bagni di Tivoli -Roma Tiburtina, che costa due euro e dieci, mi sono accorta che avevo un euro e venti in tasca. Sì, perché questo mese l’abbonamento ai mezzi non l’ho fatto e perché le università ci pagano alla fine dei corsi, o qualche mese dopo la fine (però, quando arrivano i bonifici da due tre quattro università tutti insieme, vado a cena fuori e mi compro un sacco di roba, perché quando ce li ho, i soldi, li butto via in preda a un’incontenibile ebbrezza, ché tanto il futuro era ieri. Quindi vado pure a lezione di tango, voglio morire da tanguera, perdio!). Insomma, non so com’è successo, ma stavo lì, per strada, e avevo il treno alle 8.04 ed erano le 7.45 e non avevo soldi per andare a lavorare. Allora sono corsa a casa e ho svuotato tutte le tasche di tutti i pantaloni, i miei e quelli del mio compagno, le borse, i cassetti, e ho messo insieme sette euro di monete. Così ho potuto prendere il treno per andare a lavoro, e anche quello per tornare a casa la sera.
Poi c’è stata una frattura. Uno specchio che si rompe all’improvviso, un quadro che cade dopo tanti anni, una corda che si spezza. Una cosa che fa crac, o crash, o bang, o bum.
E ho comprato due giornali per annunci di lavoro.
Non lo so come si sta alla cassa di un negozio, però – ho pensato – forse lo posso imparare. Forse lo posso fare part time, quando non sto in aula. O lo posso pure fare sempre.

Sapete, c’è un momento molto preciso del nostro tempo insieme in classe in cui avviene un prodigio. Dal giorno in cui iniziate ad articolare i vostri primi suoni in italiano, e poi le vostre parole insicure, con la faccia chiazzata di imbarazzo e la voce rotta, io vi amo. M’innamoro sempre, delle parole vostre. In esse sta la richiesta di diritto alla cittadinanza dentro la mia lingua, terra sconosciuta. M’innamoro, anche, quando vi invito a fare ipotesi sul significato del titolo di un fatto di cronaca riportato sul giornale: “Ragazza trovata morta in riva al lago. È giallo”, e qualcuno di voi si gratta la testa un po’ perplesso e dice “Forse ‘è giallo’ signifìca chi la faccia di la ragaza morta ha diventata gialla?” e qualcun altro ribatte “Me sembra un titolo un po’ morboso por un giornale”, e ci stiamo su un quarto d’ora buono, a capire perché in Italia il delitto è giallo, la cronaca è nera, oppure rosa.
Qualche volta vi odio anche, eh. Il mal di cuore mi fate venire voi, e quando esco dalla classe mi fumo una sigaretta a stomaco vuoto e bestemmio i santi.

Quest’amore nostro è una spiacevole trappola. Ho tre capelli incanutiti e il cuore gonfio e però, sapete, nel nostro Paese a noi di trenta e quarant’anni ci chiamano “giovani” ed è vietato lamentarci se non riusciamo a campare con un lavoro che ci piace, ci dicono che siamo schizzinosi, che dovremmo essere pratici, o accontentarci di quello che capita.
Ecco perché, quando ho letto l’e-mail di A. mentre stavo in macchina sulla Tiburtina, e poi quando ho letto quella di P. e quella di M., ma pure quando ho letto quella di K., di I., di G., di Z., di J., ho pianto come una bambina confusa. Perché voi non potete, non potete venire a distrarmi in questo modo, adesso che io ho bisogno di concentrazione per mollare. Voi non potete lasciarmi con il sospetto insopportabile che io sappia fare quello che non voglio più fare. Voi mi dovete scrivere: “Cara Morelle, Professoressa Morelle, dottoressa Morelle Rouge, adesso che non devo più vedere la tua sorridente faccia di cazzo posso finalmente dirti che le tue lezioni mi hanno fatto cacare, che i tuoi corsi sono una palla al culo, e che se prima l’Italia e gli italiani mi facevano schifo, adesso di più”. Così mi dovete scrivere, e io mi tranquillizzo, mi rassicuro che voi avete imparato un po’ di italiano utile e che quest’amore che io ho per voi mi fa morire. Così, così solo avrei meno paura di fare la cosa sbagliata, meno nostalgia dei giorni passati ad amarvi e a maledirvi.

Ecco, questo volevo dirvi. Se non avete capito tutto, non è un problema, ormai lo sapete che non è importante capire tutte le parole, ma solo il senso generale. Adesso leggete un’altra volta e cercate nel testo i verbi al passato prossimo e all’imperfetto. Qual è la differenza d’uso? Fate un’ipotesi. Voi continuate, continuate.

Morelle

Il diavolo e la pazienza

C’è un trionfo di serotonina
dove termina il dolore
(Ivano Fossati, L’angelo e la pazienza, rivisto e corretto)

Volevo scrivere delle rosticcerie, delle tavole calde, dei ristoranti, delle pizzerie e dei caffè di Roma nella pausa pranzo di un lavoratore co.co.pro.
Volevo scrivere, per esempio, di come i luoghi frequentati da un lavoratore co.co.pro. nella sua pausa pranzo, se ce l’ha, non siano mai gli stessi durante l’anno. Volevo dunque scrivere qualcosa sulle ragioni dell’espunzione dell’avverbio “abitualmente” tra “luoghi” e “frequentati”. Volevo perciò scrivere dell’abitudine, avevo tanto da dire sull’abitudine, su come – dicono – ci si abitui a tutto, ma veri scrittori l’hanno già fatto sapientemente, e non c’è più niente da scrivere, né da dire, e anche questo, cioè che non c’è più niente da scrivere né da dire, l’avevo già scritto.
Volevo scrivere, pure, di come il lavoratore co.co.pro. che presti il suo servizio in qualità di “esperto di Qualcosa” in tre o più posti durante l’anno sia capace di realizzare un’accuratissima mappatura dei luoghi di ristorazione presenti nella città dove va collezionando il maggior numero di contratti.
Volevo provare a fare il ritratto dei clienti (“abituali”? Non saprei dirlo) di tutti i posti in cui un lavoratore co.co.pro. trangugia colazioni e pranzi durante l’anno.
Volevo scrivere, insomma, un post ilare, brioso, eventualmente brillante.
Volevo scriverlo, ma non lo farò, credo, perché quello che mi viene da scrivere in proposito è pari a quello che mi viene da dire ogni due o tre mesi dell’anno quando, nella pausa pranzo alla tavola calda Volpini di fronte alla fermata della metro B Policlinico, o nella pausa pranzo alla caffetteria Il Baretto di Piazza San Bernardo, o nella pausa pranzo in una paninoteca di Garbatella, o nella pausa pranzo in un bar della stazione Anagnina, il barista mi sorride e mi dice “Come mai di nuovo da queste parti? Non t’ho più visto”: niente.
A ben vedere, quasi niente. Posso dire, infatti, che i cornetti al pistacchio di Volpini sanno un po’ di cartone, o di quello che immagino sia il sapore del cartone, e che la rucola dentro i tramezzini del Baretto lascia pensare alle alghe che si vedono in riva al mare dalle parti mie. In compenso, però, le fettuccine al salmone del primo e il caffè del secondo sono lodevoli.

Volevo scrivere, poi, dei traslochi. Qui, però, mi è mancato un paragone, e un po’ di coraggio. Mi sono venute in mente certe poesie della Szymborska che volevo rileggere, ma non avevo a portata di mano i libri, perché stanno già imballati negli scatoloni per detersivi Nelsen e Dash, accatastati all’ingresso delle stanze a mo’ di fermaporte, vicino ai sacchi della spazzatura da buttare.

Volevo scrivere una lettera a mio padre.
Poiché nemmeno questo mi riusciva, volevo allora spedirgli una copia delle poesie di Sbarbaro, e mettere un segnalibro nella pagina famosa dove scrive

Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t’amerei.

ma non me la sento. E comunque Svevo Bandini non legge poesie.

Volevo anche andare al mare, a mangiare le cozze. O in Finlandia, a spalare la neve.
Volevo fermare qualcuno per strada, o mettermi a parlare con uno sconosciuto sul treno regionale delle 8.04 per Roma Tiburtina (arriverà con un ritardo previsto di dieci minuti), e chiedergli:
“Non pare anche a te che le estati siano sempre più calde e gli inverni sempre più freddi?”.

Invece ho fatto un’altra cosa.

Modelli di interazione professionale tra glottopipponici. Fase Due

Università di Romaccazzo, ore 9.00.
Test d’ingresso degli studenti Erasmus.
I docenti di italiano L2, a seguito della tempestiva comunicazione ricevuta via e-mail dalla Segreteria amministrativa pochi minuti prima, si trovano riuniti al piano terra della Facoltà visibilmente frastornati, qualcuno in pigiama, qualcuno in mutande.
Ricevono disposizioni dal Coordinamento Didattico per avviare l’operazione.

- Umili servitori della Glottopipponica, è vostro compito preliminare verificare attentamente che i duecentocinquanta studenti qui presenti oggi siano muniti della documentazione necessaria all’ammissione in aula.
- Sissignore. E come dobbiamo verificarlo?
- Non fate domande idiote. Prendete quei due tavoli là e spostateli qua davanti alle porte dell’aula per impedire l’accesso incontrollato. Poi formate due file e chiedete a ognuno nome, cognome, documento di riconoscimento in corso di validità e, soprattutto, e-mail di conferma.
- Signore, che cos’è l’e-mail di conferma?
- Non fate domande idiote. Non avete esperienza di segreteria?
- Nossignore. La procedura concorsuale da Voi bandita ci ha ritenuti idonei all’esperienza di insegnamento dell’italiano L2 in ambito universitario.
- Questo significa allora che sapete anche essere flessibili. Dunque flettetevi. L’e-mail di conferma è l’e-mail dove c’è scritto che la registrazione al test d’ingresso è confermata. Se lo studente non è in possesso della suddetta e-mail, non può essere ammesso in aula a sostenere il test. Avete con voi fogli di carta?
- Nossignore. A cosa ci servono i fogli di carta, Signore?
- Non fate domande idiote. Vi servono ad annotare tutte le motivazioni per cui lo studente non è in possesso dell’e-mail di conferma. Caso Uno: ce l’ha, ma non l’ha stampata. Caso Due: ce l’aveva, l’aveva stampata ma poi l’ha persa venendo qui. Caso Due Bis: ce l’aveva, l’aveva stampata ma poi ci si è confezionato una canna per festeggiare il suo arrivo in Italia. Caso Tre: ce l’ha, ma è un’e-mail di conferma per il test d’ingresso di settembre che lo studente non si è presentato a sostenere perché non ancora arrivato in Italia. Caso Quattro: non ce l’ha perché non l’ha ricevuta. In caso di Caso Quattro, vanno annotate le ragioni per cui lo studente non ha ricevuto l’e-mail di conferma. Caso Quattro A: non l’ha ricevuta perché non si è mai registrato per sostenere il test d’ingresso. Caso Quattro B: non l’ha ricevuta perché noi ci siamo dimenticati di mandargliela. Caso Quattro C: non l’ha ricevuta perché non è uno studente Erasmus iscritto alla Nostra Illustre Università.
-’Sti Casi, Signore! Dobbiamo annotare tutto questo?
- Non fate domande idiote. Dovete annotare tutto questo rapidamente e con grafia chiara. Avete con voi carta sufficiente?
- Nossignore. Come abbiamo detto, siamo sprovvisti di fogli di carta. Pensavamo che ci fossero dei computer e delle persone responsabili di questa procedura.
- Voi non dovete pensare. Voi dovete essere flessibili. Dunque flettetevi. Eccovi due fogli di carta gentilmente prestati dalla Nostra Illustre Università. Cominciate. E ricorrete all’inglese per capirvi, ché quasi tutti gli studenti qui presenti oggi si sono precedentemente dichiarati principianti assoluti.
- Sissignore. Signore, non tutti gli studenti sono disponibili a comunicare con noi in inglese.
- Parlategli nelle loro lingue.
- Sissignore. Signore, nessuno di noi docenti parla sei lingue straniere.
- Alternatevi secondo le vostre competenze linguistiche.
- Sissignore. Signore, è difficile alternarci perché alcuni di noi sono ai tavoli per i controlli, altri a bloccare l’accesso forzato alle porte dell’aula I, altri ancora sono andati a cercare sedie in tutta la Facoltà perché l’aula I non è sufficiente ad accogliere i duecentocinquanta studenti previsti.
- Usate i gesti.
- Sissignore. Signore, non tutti gli studenti conoscono i gesti degli italiani.
- Usate il gesto internazionale.

- Signore, la duecentoventiquattresima studentessa è in lacrime perché…
- Non avete con voi fazzoletti di carta?
- Nossignore, ne siamo mortificati. La ragazza sostiene di avere la sua e-mail di conferma nella borsa dell’amica, centoquindicesima studentessa già ammessa in aula. Cosa dobbiamo fare?
- Non fate domande idiote. Fatevi mostrare l’e-mail sul suo smartphone.
- Signore, la ragazza non ha uno smartphone.
- Ditele di andare subito a comprarselo. E che faccia presto, ché siamo già in ritardo.
- Signore, la ragazza dice che non può andare a comprare uno smartphone.
- Rispondete col gesto internazionale.

***

Università di Romaccazzo, aula I, ore 16.00.
I duecentocinquanta studenti Erasmus hanno consegnato il test. I docenti hanno corretto e valutato i test, fatto una riunione e indicato le loro disponibilità di fascia oraria per stabilire il calendario dei ventiquattro corsi di italiano Erasmus che inizieranno la settimana successiva.
La dott.ssa Morelle Rouge si dichiara disponibile a svolgere il suo incarico di insegnamento tutte le mattine dal lunedì al venerdì, dalle ore 10.00 alle ore 13.00, ripetendo in diverse occasioni che non sarà invece disponibile al pomeriggio, in quanto impegnata con altri corsi in un’altra sede.

***

In una casa, ore 23.24.
La dott.ssa Morelle Rouge riceve sul suo cellulare il seguente sms:
“Ciao, al momento non ho aule per amdare incontro a tua fascia oraria. Mi puoi forse dare altre disponibilita’? Grazie e a presto. La Segreteria”.

Modelli di interazione professionale tra glottopipponici

Da: Segreteria amministrativa di Facoltà UniRomaccazzo (segreteria.uniromaccazzo.it)
Inviato: venerdì 28 settembre 2012 13:01:00
A: Morelle Rouge (morellerouge@yahoo.it)
Oggetto: Umili servitori, assumete la posizione!

Con la presente si convocano i primi 15 docenti della graduatoria relativa all’espletamento dei corsi di italiano L2 per i prossimi test degli studenti Erasmus che si svolgeranno tra pochi minuti in aula I della Facoltà. Come nelle tornate precedenti, l’assegnazione dei corsi è subordinata alla presenza/assistenza al test d’ingresso e alla correzione degli elaborati dopo la riunione che si terrà a fine test, indispensabile per l’affidamento dei corsi.
Si chiede cortese risposta entro i prossimi sessanta secondi, da inviare all’ufficio della Segreteria amministrativa di Facoltà, indicando la disponibilità all’assistenza ai test e allo svolgimento dei corsi per principianti o intermedi/avanzati o a entrambi.
In attesa di sollecito riscontro, in assenza del quale verrà messa a verbale la rinuncia all’incarico da parte del docente, si porgono cordiali saluti.

La Segreteria Amministrativa di Facoltà

***

Da: Morelle Rouge (morellerouge@yahoo.it)
Inviato: venerdì 28 settembre 2012 13:01:57
A: Segreteria amministrativa di Facoltà UniRomaccazzo (segreteria.uniromaccazzo.it)
Oggetto: RE: Egregi, posizione a 90 gradi assunta

Gent.mi,

in sollecita risposta alla Vostra e-mail, confermo la mia disponibilità a presentarmi in pigiama e con una fetta di pane tostato in bocca alla correzione dei test d’ingresso, giustamente determinante per l’affidamento dei prossimi corsi Erasmus ai docenti che vivono accampati nel pianerottolo dell’università aspettando null’altro che la Vostra tempestiva chiamata.

A dire il vero, ho da poco terminato un corso superintensivo, durante il quale ho tenuto sei ore di lezione al giorno dal lunedì al venerdì, quattro al mattino per il livello principiante e due al pomeriggio per il livello intermedio. Ma questo dato non è così rilevante quanto, invece, il fatto che ho già confermato la mia disponibilità per le ore di tutorato previsto per gli studenti che hanno frequentato il suddetto corso. Di conseguenza, è possibile che io mi presenti a svolgere l’incarico in oggetto in visibile stato confusionale. A ciò si aggiunge un inconveniente di natura privata, dunque di poco conto e per il quale, anzi, mi scuso; avendo avuto, infatti, la sciocca presunzione di ritenermi libera da impegni di lavoro imminenti, avevo programmato di sottopormi, a breve, a un rapido intervento chirurgico al setto nasale. Di conseguenza, è certo che mi presenterò a svolgere l’incarico in oggetto con il naso sfasciato, gli zigomi tumefatti, le vene imbottite di morfina e, presumibilmente, una voce poco didattica.

Se simili spiacevolissime eventualità non recano danno all’eccellenza della Vostra organizzazione didattica, sono lieta di rinnovare anche quest’anno la mia completa dedizione di umile servitrice della Glottopipponica.

Poiché ho digitato duecentosettantatré parole in cinquantasette secondi dal ricevimento della Vostra tempestiva e-mail, mi permetto di chiedere la Vostra disponibilità a concedermi un ritardo di tre secondi sull’ora d’inizio del test d’ingresso in aula I.

Cordiali e sempre umilissimi saluti,

Morelle Rouge

Come deve andare. Considerazioni a margine di un’emicrania

Roma oggi è un braciere. A Roma l’estate arriva prima e va via più tardi, in entrambi i casi all’improvviso, da un giorno all’altro. A ottobre inoltrato vai ancora in giro a maniche corte, e una mattina ti svegli e ci vuole la giacca.
Boccheggio dalle parti di San Giovanni in Laterano, alle prese con l’emicrania e l’umore pesto. Mentre mi avvio verso la stazione Tiburtina ascolto Battiato, che mi ostino a decifrare quando mi muovo a piedi per la città. Un’abitudine che ho preso nel tempo, per tenere una distanza dalla situazione intorno a me. La selezione è sempre la stessa e sempre nello stesso ordine, in loop: Cuccurucucu nella versione live dall’album Un soffio al cuore di natura elettrica, poi La cura dallo stesso album e subito dopo La cura nella versione originale (in entrambi gli ascolti della stessa canzone vado ragionando su come sfruttare il testo in classe per presentare i verbi al futuro, ma poi non porto mai Battiato in aula perché, tolti tutti quei verbi bellissimi al futuro, il testo mi sembra di una complessità feroce per gli studenti dell’A2. E poi che vorrà mai dire, all’improvviso, “Vagavo per i campi del Tennessee, come vi ero arrivato chissà, non hai fiori bianchi per me?”… Però lo farò, io sì che lo farò). Torno all’album live con Voglio vederti danzare e, quando dice “come i Dervisches Tourners che girano sulle spine dorsali”, mi si aggroviglia la lingua e mi scappa da ridere sull’autobus (ma sugli autobus di Roma non è un problema). Segue Impressioni di settembre, poi cambio di album e si passa a Bandiera bianca, Up patriots to arms, cambio di album, E ti vengo a cercare, poi mi innervosisco per questa mia irragionevole abitudine necessaria, mi sento imbecille e chiudo con Centro di gravità permanente.
Ogni volta così. Ma oggi di più, perché oggi ho l’emicrania e l’umore pesto.
Mi viene in mente quella scena di Aprile in cui Nanni Moretti prende a pugni il finestrino dell’auto mentre sta guidando e dice “Ho voglia di litigare con qualcuno”. Lui però era motivato da pensieri differenti.
Io penso che ci siamo quasi. Domani è giugno. Presto sarà tempo di campionati. Un corso qui, un corso lì, una collaborazione là.
Ho già ricevuto il previsto invito a passare metà dell’estate correggendo qualche centinaio di prove d’esame, digitalizzate con cura dall’università e comodamente visualizzabili da casa su una piattaforma privata in rete, allo scopo di rendere più facile la vita dei collaboratori sparsi per l’Italia e per il mondo. Mi sento quasi commossa da simili accorgimenti, o forse è soltanto il sole che mi fa lacrimare gli occhi, o l’emicrania, perché quando ho l’emicrania mi lacrimano gli occhi.
Penso che devo ancora rispondere all’e-mail, e penso che non lo so se quest’anno me la sento, di accettare. “Eh, ci credo, con la connessione internet che hai adesso che ti sei trasferita in quel buco di culo alla periferia di Roma, ti voglio vedere a correggere esami in piattaforma…”, mi dice un’amica, ricordandomi che fino a pochi mesi fa ero dentro il perimetro urbano. Be’, sì, la connessione è quello che è, qui, nell’unica area della periferia romana non raggiunta da ADSL, che poi è anche l’unica dove puoi avere un po’ di pace con l’affitto di una casa intera.
Però c’è dell’altro. Ci penso in treno, mentre rincaso nel mio buco di culo alla periferia di Roma, insieme all’emicrania e all’umore pesto.

È che quest’anno, ad agosto, avrò voglia di andarmene al mare, là, al paesello. Ma non nel senso che vado al paesello e poi sto seduta in veranda, a sacramentare al computer e respirare l’aria buona che viene dal mare, la spiaggia alle mie spalle, Svevo e Maria che ogni tanto fanno capolino per dirmi: “Ma vatten’ a lu mar’!”. Quello l’ho fatto l’anno scorso, mentre correggevo duecentoventisei prove e poco prima di rientrare a Roma, dove mi aspettava un corso superintensivo fino alla fine di settembre e poi, due giorni dopo, un intensivo fino alla fine di dicembre.
Quest’anno, ad agosto, voglio proprio andare in mare. Voglio arrivare fino agli scogli, col pedalò. No, anzi, ci voglio andare a nuoto, però con le pinne, perché senza pinne lo sapevo fare una volta, adesso è un’altra volta. Voglio prendere le cozze. Voglio lasciarmi una minuscola cicatrice sulla chiappa sinistra, così, per amor di equilibrio con quell’altra che mi feci a quindici anni scivolando su uno scoglio.
Poi, appena tornata a riva, voglio mangiare un’enorme frittella ancora calda, con le mani salate d’acqua, che è una cosa che facevo a dieci anni, mentre mia madre sotto l’ombrellone sbraitava che non si può mangiare una frittella al mare, perché una frittella alle undici del mattino ti rovina tutto l’appetito per il pranzo, e va bene, se la vuoi mangiare va bene, ma guai a te se dopo entri di nuovo in acqua. Io la mangiavo in piedi e poi rientravo in acqua, mia madre sbiancava. Andavo giù a esplorare il fondo, e quando tornavo in superficie lei aveva raggiunto la riva, stava dritta, con i pugni piantati nei fianchi, gli occhi verdi così inferociti che glieli potevo vedere da lontano, due gemme catarifrangenti.
Quest’anno la frittella vado a comprarmela lì, allo chalet sulla spiaggia, dove le friggono a metà mattinata e puoi entrare sgocciolando in costume, a piedi scalzi e imbrattati di sabbia.
La sera voglio mangiare il pesce in veranda, con mio fratello Houston che mangia prosciutto e mozzarella perché il pesce lo disgusta, e con Svevo e Maria che mi danno il tormento e mi dicono che sono nu scarcator’ d’ port’, perché bevo e fumo troppo come gli uomini che scaricano le casse di pesce là al porto, e io vorrei tanto andare al porto e conoscerne uno astemio e non fumatore, perché sono sicura che c’è, e portarglielo a casa una sera a cena e dire a tutti e due: “Niente vino per Marcellino, è astemio. Ah, e poi, per favore non fumategli vicino che gli dà fastidio”.

Poi voglio rientrare a Roma, tra il 15 e il 18 agosto, né prima né dopo, perché quelli sono i giorni in cui si può vedere Roma come non si può più vederla per il resto dell’anno, cioè deserta, silenziosa e tua, completamente tua.
E poi va bene, allora sì, ricomincio a lavorare.
Ecco come deve andare.

[E per regalo voglio un harmonizer con quel trucco che mi sdoppia la voce]