Non l’amore, non i soldi, non la fede, non la fama, non la giustizia, e nemmeno la verità

Io, quando le cose vanno a puttane, mi viene voglia di un prosecco (perché mai si usa dire che le cose “vanno a puttane” quando vanno male, poi). Cioè, non che quando le cose vanno bene non mi venga voglia del prosecco, intendiamoci: se vanno a puttane, diciamo, mi viene voglia di più.
Per questo ordino un prosecco quando, al tavolo di un bar a San Lorenzo, Le Sanglier mi dice che entro un anno, «grosso modo» (anche “grosso modo”, non l’ho mai capito), dobbiamo trovarci un’altra casa, perché quella dove stiamo, che non è nostra, sarà messa in vendita.
Sono almeno dieci anni che faccio traslochi (e bevo prosecchi).
Comunque, evitando di considerare la pena dei traslochi, sulle prime mi sento sollevata: torniamo a Roma, penso, e già vedo il cartello tutto sgarrupato di Bagni di Tivoli farsi piccolo piccolo, finalmente lontano, alle mie spalle. Solo che, dice lui, a questo punto bisogna valutare le possibilità in gioco. Le Sanglier somministra le notizie a piccole dosi. Non soltanto lui: è una strategia comunicativa, questa, alla quale fa spesso ricorso il maschio in coppia e che procede secondo un metodo preciso fatto di stadi, dal vago al chiaro, dove il chiaro arriva solo quando – non “solo se” – la femmina ne impone la richiesta, «Vai al punto», generalmente accompagnata da un irrigidimento della mascella. Ma, finché questa richiesta non viene verbalizzata, il maschio avanza in punta di piedi, sonda il terreno dell’umore e della disponibilità di lei, nel tentativo di capire con sufficiente anticipo se l’interazione assumerà l’aspetto di una conversazione o di una lite: poiché il maschio in coppia desidera evitare la seconda possibilità, il suo livello di vigilanza sulla mascella di lei è altissimo, come in pochi altri casi (mi è appena venuto in mente un caso divertente, ma se lo scrivo non finisco più quello che stavo dicendo, e quindi). Il primo apparire della contrattura sulla faccia di lei in uno scambio comunicativo di questo tipo rappresenta, infatti, una grave minaccia alla quiete di quel giorno, forse anche dei giorni successivi (dipende dal grado della contrattura), e il maschio lo sa. Perciò fa tutto quanto è nelle sue possibilità per aggirare un simile rischio. Il fatto è che, quando un maschio e una femmina stanno in coppia, il rischio delle contratture della mascella non è aggirabile. Punto e basta. È come quando uno nasce: il rischio di morire, se mai è un rischio, non è più aggirabile.

Le Sanglier, che è un uomo un poco più intelligente di altri uomini, e per giunta pieno di premure nei riguardi della mia mascella già gravemente compromessa dal bruxismo, un funzionamento difettoso della mandibola che mi tormenta da parecchi anni (non saprei dire se c’entrano i fidanzati che ho avuto), va al punto e mi spiega meglio la faccenda un attimo prima che la mia dentatura vada in frantumi dentro il bicchiere di prosecco. Credo che, comunque, finirei di berlo lo stesso.
Perché, fidatevi, un prosecco alle volte ti può salvare la giornata. E, in effetti, la mia è salva, malgrado la faccenda della giornata non mi piaccia neanche un po’. Perché la faccenda è sempre la stessa: al mondo ci stanno quelli che hanno una casa, o due case, o tre case, o quattro, e quelli che invece non ce l’hanno. Dipende dal denaro. Non l’amore, non la fede, non la fama, non la giustizia: datemi il denaro! (o almeno un prosecco, perdio), perché è la sola cosa che cambia le faccende sulla terra (c’era pure quella storia della verità che mi piaceva tanto, ma adesso francamente non me la ricordo più, e comunque mi pare una cazzata: la verità, ma per piacere! Datemi un bonifico, bello grosso, e dopo ne riparliamo, della verità). E non venite a menarmela che non è vero. Se ce l’hai, il denaro, o se sai come farne in fretta, bene. Se no, cazzi tuoi. Punto e basta.
Però, il fatto che la mia giornata è salva, non credo sia merito solo del prosecco. Nemmeno di Le Sanglier, brav’uomo. È una questione di allenamento coi temporali. I temporali, sì. Guardi il cielo, vedi un fulmine. Da bambina stavo ad aspettare col fiato sospeso il tuono, che seguiva un secondo, due secondi dopo, e, anche se lo sapevo che sarebbe arrivato, il tuono mi faceva sobbalzare lo stesso, gelandomi di terrore. Io stavo in balìa del tuono. Col tempo, molto tempo, ho cominciato a spostare lo sguardo. Così, quando il tuono arriva (perché arriva), mi coglie indaffarata su un libro, un foglio, una lampada, un piatto di bucatini (un prosecco). Sobbalzo, ma di meno. Alle cose bisogna stargli un poco di lato. La frontalità perfetta scombina i punti di fuga; l’unico rischio realmente grave è di fare torto alla prospettiva, ignorare le grandezze. Questo sì, si può aggirare.

Così: fulmine, prosecco, tuono, fine del temporale. Dieci minuti dopo andiamo al cinema a vedere Treno di notte per Lisbona, a lui piace tantissimo, a me insomma direi di no, e i dialoghi?, bah i dialoghi un po’ cretini, sì però Jeremy Irons è sempre bravo, sì ma che storia scontata, a me invece la storia è piaciuta un sacco, domani sera andiamo a teatro che abbiamo ancora quattro ingressi gratis, gratis una sega quello era il mio regalo di compleanno per te se ti ricordi, sì mi ricordo infatti per me sono gratis grazie amore mio che me li hai regalati, prego amore mio, te ne cedo uno così andiamo insieme, grazie che mi regali un pezzo del regalo.
La giornata la porti a casa. Non è che, se t’impunti a non volerla portare a casa, i tuoni e i fulmini la pianteranno di riversarsi sulla terra. E allora tu goditelo, questo prosecco.

Di lato

Stavamo guardando un film in televisione, uno scelto a caso. È riposante guardare un film scelto a caso, la sera (sospendere la volontà, il pensiero, le convinzioni, le preferenze, le speranze. Stare inebetiti, scordarsi).
In una scena c’era un regista, parlava di un film che avrebbe voluto fare una volta, diceva che era stato il sogno della sua vita, che per tanto tempo non aveva pensato ad altro in ogni momento del giorno, che adesso, invece, s’era ridotto a girare qualunque cosa, anche quella fiction televisiva in venti puntate ambientata in un ospedale – lo diceva con una quieta rassegnazione nella voce. Però, affermava il regista, quel film mai realizzato era stato proprio un desiderio grande.

Allora lui, in quel momento, mentre l’attore in televisione raccontava di questo desiderio, ha cambiato posizione sul divano, si è aggiustato sui cuscini. Io, che gli stavo seduta vicino, l’ho guardato. Stava fissando il pavimento. Poi si è girato verso di me e mi ha detto: “Sai, mi sono accorto che io non ce l’ho più un desiderio di quel tipo, come quello lì… cioè, un progetto di lavoro che voglio realizzare, una cosa che sto lì e ci penso tutti i giorni e ci rimango sveglio la notte, che anche se non viene bene o anche se non ce la faccio a raggiungerla, comunque la inseguo, ci corro dietro. Un desiderio, insomma. È un po’ che non mi capita”. Si è aggiustato un’altra volta sui cuscini, come se non riuscisse a trovare un posto comodo. Io ho osservato il pavimento, nel punto dove lo stava osservando lui. Ho detto: “Nemmeno io ce l’ho più”. Siamo rimasti per qualche minuto a fissare il pavimento tutti e due.
Avevamo fatto la stessa considerazione, per questo abbiamo ricominciato a guardare in silenzio il film: perché non ci potevamo aiutare.

Dopo ci siamo guardati un altro film, scelto ancora con quel torpore che alle volte fa bene, un poco intontiti, un poco assenti, come quando uno dice che fa una cosa “tanto per” (a volte mi viene la voglia, o una tentazione, di trovare un verbo nuovo a reggere quella preposizione a metà tra il fine e la causa, un verbo che non sia “farla”). Raccontava, questo film, di un uomo in giacca e cravatta, un assicuratore mi pare, a cui una banda di teppisti ammazza tutta la famiglia, uno dopo l’altro, e lui diventa come quelli che gli hanno ammazzato la famiglia, cioè comincia ad ammazzare pure lui tutta la banda, uno dopo l’altro, per vendetta. Il film si riassume così: prima l’uomo perde la famiglia, poi il sorriso, poi il senno, poi la giacca e la cravatta, poi il lavoro e la casa, poi la libertà, infine la dignità. O forse la dignità la perde prima, dopo aver perso la famiglia, oppure se la perde tra il senno e la giacca, o forse la dignità stava proprio in principio, non lo so, non l’ho capito bene. Qualunque sia l’ordine delle perdite, comunque, il capo della banda che gli ha fatto perdere tutto se lo conserva da ammazzare per ultimo. Dopo una lunga lotta, si ritrovano fianco a fianco seduti su una panca, tutti e due ricoperti di sangue e con l’ultimo fiato a disposizione. L’uomo che ha perso tutto gli chiede: “Sei pronto?”. Il capo della banda gli dice: “Guàrdati. Adesso sembri uno di noi”.
A me è venuta in mente la storia di Giobbe raccontata da Joseph Roth nel romanzo (“Romanzo di un uomo semplice” è il resto del titolo). Mi è venuta in mente come mi vengono in mente le cose quando sto davanti a un fatto e dovrei, suppongo, pensarne cose pertinenti, più appropriate al fatto, rimanendogli di fronte, e invece le penso in un altro modo: di lato.

Di lato, mentre continuavo a guardare il film sull’uomo che aveva perso tutto, pensavo pure che quella cosa che avevamo detto prima sull’assenza di desideri, a trentun’anni a testa, era immorale. Allora, alla fine del film (l’uomo che aveva perso tutto viene arrestato mentre sta guardando un vecchio filmino della sua famiglia, quando stavano tutti insieme allegri), gliel’ho detto, a lui che si era appena aggiustato sui cuscini un’altra volta. Proprio così gli ho detto: “È immorale”, senza spiegargli che mi riferivo a quello che avevamo detto due ore prima, mentre guardavamo quell’altro film del regista che aveva avuto un desiderio grande. Lui ha annuito e poi siamo andati a dormire.

Om Shanti. La pace del perineo

Da quando io e Le Sanglier, a seguito della sua proposta, abbiamo cominciato a frequentare regolarmente e con grande impegno una scuola di tango argentino, sei o sette mesi fa, e da quando il targo argentino è sopraggiunto con inattesa e inaudita violenza a devastare a passo di milonga la mia tranquillità, o quel che ne restava, lui, quel mio mite mammifero da compagnia che al mattino presto ballava e cantava in pigiama al centro del soggiorno, con l’elastico dei pantaloni allentato, sulle note di “Io sono allegro perché sono un cretino”, ha deciso di attuare un radicale rinnovamento del suo stile di vita.
Del mio, pure.

Dopo i primi mesi di tango, ci eravamo resi conto di essere entrati in un vortice di relazioni sociali – due parole, queste, che mi turbano sempre non poco – il quale ruota, prevedibilmente, intorno all’interesse comune per il ballo. Non solo, però, per il tango, ma anche per la chacarera, la salsa, la zumba e pure la danza classica: molti dei nostri compagni, infatti, erano sì principianti come noi nel tango, ma, a differenza di noi, esperti e appassionati di altri balli, delle cui interferenze positive parevano beneficiare nell’esperienza di apprendimento del tango, non foss’altro che per una familiarità già matura con il movimento del proprio corpo in musica.
Le Sanglier, che è un entusiasta, ha cominciato a entusiasmarsi.
Rilevato senza eccessivo sforzo d’osservazione che lo spessore del suo addome non era compatibile con il suo entusiasmo, ha stabilito preliminarmente di mettersi a dieta.
Dopo i primi tre mesi di colazioni e spuntini a base di merda crusca e di sguardi carichi di astio verso di me e i miei cornetti al cioccolato, si è comprato una bilancia allo scopo di monitorare i suoi progressi con frequenza quotidiana, invece di andare a pesarsi a casa dei suoi una volta al mese, come usava fare per ridurre al minimo la frustrazione. Alla dieta ha affiancato un serrato programma di esercizi di ginnastica, svolti con ferrea determinazione in casa, sul tappeto al centro del soggiorno, che hanno progressivamente sostituito le magistrali interpretazioni di “Io sono allegro perché sono un cretino” – solo l’elastico allentato dei pantaloni del pigiama è stato conservato, probabilmente allo scopo di garantire continuità fra tradizione e innovazione.
Per settimane, e poi mesi, abbiamo minuziosamente registrato le variazioni di peso, esultando incontenibilmente per due etti in meno e, più spesso, addolorandoci inconsolabilmente per due chili in più, finché il peso è parso assestarsi sul valore di settantasette chili e cinquecento grammi (cinquecento, amore mio bellissimo, non trecento come tu vorresti che scrivessi).
Io ero sì un po’ spazientita dai calcoli, tuttavia si sa che l’annebbiamento amoroso è anche partecipazione alla vita dell’amato, perciò partecipavo e, mentre lui trangugiava mestamente le sue pappe ipocaloriche, io gli tenevo compagnia ingoiandomi rapidamente bignè alla crema e premurandomi di mangiare anche i suoi (così partecipando, speravo inoltre che la sua improvvisa meticolosità finisse con l’estendersi ad altre attività per me irrinunciabili quali, ad esempio, la raccolta differenziata dei calzini – quelli sporchi nel cesto della biancheria, quelli puliti nei cassetti, che non è un fatto così ovvio come può sembrare).

Un giorno, però, Le Sanglier ha detto: “Il tango è bellissimo, il tango per me è mille volte più bello della salsa, e io voglio ballare soprattutto tango, però un po’ di salsa ci darà la scioltezza che ci manca, che ne dici?”. Lottando con la tentazione di somministrargli sedativi a sua insaputa, mi sono avvalsa dell’arma potentissima del nostro precariato, “Non abbiamo soldi per iscriverci a un altro corso, – ho detto – magari più in là”.
Più in là Le Sanglier ha detto: “La salsa me la guardo un po’ sui tutorial di You Tube, almeno il passo base. Perché non ci iscriviamo a un corso di yoga? Ne ho scoperto uno vicino casa, è pure economico! Lo yoga aiuta il rilassamento muscolare”. A quel punto tutte le mie perplessità, gli interrogativi pazientemente stoccati in questi mesi di partecipazione, si sono coagulati in un embolo cerebrale dal quale solo un sincero atto linguistico avrebbe potuto mettermi in salvo evitandomi un ictus sicuro, ed era chiaro che l’atto linguistico sarebbe stato un quesito, semplice, onesto, assai intimo e perciò appassionatissimo, ma irrimediabilmente poco sorvegliato nella cura della sua formulazione: “Ma io e te non si chiava abbastanza?”. “No, vanno benissimo quanto e come. – ha risposto lui con agio – È che ci tengo proprio a sentirmi in forma, un po’ più bellino. Tu non lo puoi capire ‘sto fatto qua perché stai in forma e bellina da quando sei nata, pure se ti mangi quattro bignè alla crema ogni mattina. Eddài, aiutami, ho bisogno della tua collaborazione”.

Io ho collaborato, ma adesso non me la sento di ripensare alla mia lezione introduttiva di yoga.
Mi limiterò a dire che le esalazioni di incenso mi stordiscono e che non mi flettevo ad abbracciare le mie caviglie da quando ho dodici anni e che il mio corpo ha provveduto a ricordarmelo sussultando e scricchiolando e gemendo e bestemmiando divinità impronunciabili, e che io ne ho avuto pena profondissima per circa un’ora e mezza, durante la quale l’insegnante ci ha ripetutamente invitato a rilassare il perineo e dopo la quale, tornando a casa, Le Sanglier ha detto: “Io ho capito dove sta più o meno il mio perineo solo quando mi è scappata una scorreggia dall’orifizio anale. Mica si sarà sentita?”.

Non aprite quella porta, se c’è Le Sanglier

Una cosa bella che a me e Le Sanglier piace fare la sera a casa, quando non ci va di fare le altre cose belle, è accoccolarci sul divano e guardare film finché non ci viene sonno, cioè finché Le Sanglier non mi porta di peso a letto dopo che mi sono addormentata un paio d’ore prima di lui che, conseguentemente, vede almeno un film in più di me.
La scelta del film o dei film da guardare insieme è generalmente un momento assai delicato, sia quando si tratta di guardarli a casa in un groviglio di gambe e braccia spalmate su tutta la superficie disponibile tra il divano e il tappeto, sia – ma di più – quando si tratta di andare al cinema e, dunque, di pagare un biglietto (in questo secondo caso, riuscivo, fino a poco tempo fa, a convincere l’amico Nosferatu a venire con me. Adesso invece mi dice: “I tuoi film spaccapalle te li guardi da sola”. Dev’essere successo quando gli ho proposto un cinema d’essai, forse suggerendogli tutto il Decalogo di Kieślowski. A lui non piace Kieślowski, e nemmeno a Le Sanglier, che quando ha visto Film blu mi ha detto: “Secondo te uno che fa un Film blu e ci mette dentro tutte cose di colore blu è originale?”. I due, Le Sanglier e Nosferatu, accarezzano da tempo il progetto di sottopormi a una visione forzata e ripetuta de Il grande Lebowski, che sono concordi nel ritenere uno dei migliori film mai apparsi su questa terra. Io che Il grande Lebowski sia un bel film me lo posso immaginare facilmente, non è che non lo voglio guardare, anzi, lo vorrei proprio guardare tutto, dall’inizio alla fine, invece di lasciar perdere dopo i primi dieci minuti come finora ho fatto: è che, per principio, non lo guardo finché loro non guardano tutto il Decalogo di Kieślowski, muti).

La visione serale di un film in modalità “addivanamento domestico” con Le Sanglier, di solito, si può tradurre in attività di piluccamento sfizioso di scene qui e là, arraffate dalle pile dei nostri dvd allineati nello scaffale sotto il televisore (i miei in prima fila, i suoi in seconda, fatta ragionata eccezione per alcuni che ho decretato meritare un posto nella selezione di quelli a portata di mano e di vista). Oppure può consistere nell’analisi integrale, attenta e profonda di un solo film (il secondo, come ho detto, succede spesso che Le Sanglier se lo guardi da solo mentre io godo di un sonno imperturbabile). In questo caso, per mettersi d’accordo sulla scelta bisogna proprio essere tanto innamorati. Noi, per il momento, lo siamo ancora e credo sia questa l’unica motivazione grazie alla quale, qualche volta, riusciamo a metterci d’accordo su quale dvd sdoganare nel lettore, ottenendo risultati inaspettati per entrambi (ma solo qualche volta delle volte che riusciamo a metterci d’accordo, quindi raramente). Altre volte, invece, malgrado la disponibilità alla mediazione di cui solo l’annebbiamento amoroso può rendere capaci, non se ne viene a capo fin dall’inizio e finisce che passiamo la serata a visionare i primi minuti di ogni film che ciascuno propone all’altro, senza riuscire a trovare quello che fa contenti tutti e due; in questo caso, infatti, succede spesso che, se il film proposto viene presentato da chi lo propone come “un film imperdibile”, l’altro cominci a valutarne svogliatamente i primi minuti con la preliminare e lucida consapevolezza di volerselo perdere. Credo possa dipendere dal fatto che non ci piacciono quasi mai le stesse cose, oppure dal gusto irrinunciabile di far incazzare l’altro, e questo piace a tutti e due.
Spesso, soprattutto a tarda notte, succede che riceviamo beneficio dallo zapping televisivo, di cui Le Sanglier è fervente praticante e sostiene le proprietà rilassanti.

Proprio durante uno di questi momenti, ieri sera, Le Sanglier si è imbattuto nel prequel di Non aprite quella porta (The Texas Chain Saw Massacre), che stava cominciando in quell’istante su MTV. “Non ho mai visto questo film. Sai, – mi ha detto incuriosito mentre scorrevano i titoli di testa – la cultura del cinema horror mi manca completamente”. “È un film imperdibile nel suo genere”, gli ho detto io, nella speranza di conquistare subito il telecomando, o di passare alla scelta del dvd tornando addirittura a insistere sulla mia proposta de Il posto delle fragole, che avrei voluto rivedere per la nona volta. Però ieri sera Le Sanglier era seriamente motivato a iniziarsi al cinema horror, perciò ci siamo guardati tutto il prequel di Non aprite quella porta. Immaginando che lui, il candido, non avrebbe retto a lungo la visione di tanta violenza, dopo un po’ ho cominciato a dirgli: “Oh, stai bene? Guarda che possiamo pure cambiare”, mostrandomi premurosa verso la sua sensibilità, mentre tenevo pronto sotto il cuscino il dvd de Il posto delle fragole. “No no, ormai ci sto, lo voglio finire”, ha detto con la vocetta di un bambino deciso a mascherare di essersela appena fatta nei pantaloni.
Quando l’abbiamo finito, Le Sanglier era bianco come un sudario ed è rimasto in silenzio per alcuni minuti, con lo sguardo fisso sul televisore. Poi si è girato lentamente verso di me. Io mi sono preoccupata e ho istintivamente indietreggiato, pensando che, perso il senno ma sprovvisto di una motosega, stesse per afferrare il vaso di fiori rossi finti sul tavolino rosso finto Ikea e pure il tavolino rosso finto Ikea per spaccarmeli tutti e due in testa (bisogna dire che Le Sanglier manifesta da sempre la sua disapprovazione riguardo alla collocazione del vaso di fiori rossi finti sul tavolino rosso finto Ikea e che io, invece, ne sostengo l’armonia di tinte con i cuscini rossi, le candele rosse e il tappeto rosso del nostro soggiorno rosso).
Invece mi ha detto: “Ma non era meglio se ci guardavamo un bel porno, che lì si vogliono tutti bene?”. Io allora mi sono rasserenata, perché ho capito che lui era ancora lui, il mio mite mammifero da compagnia, e soprattutto che il vaso di fiori rossi finti e il tavolino rosso finto Ikea erano ancora salvi.
Purtroppo, però, nemmeno la camomilla che si è fatto alle due di notte è servita a restituirgli la pace, soprattutto quando ha appreso da Wikipedia che il capostipite della saga di Non aprite quella porta, quello del ’74, fu realizzato grazie agli incassi di Gola profonda, uno dei suoi film preferiti. Temo che non si riprenderà mai dalla scoperta del felice sodalizio tra horror e porno.

“Der Liebenden Schlaf”. Considerazioni inopportune

Leggendo un articolo di oggi sul Post, vengo a sapere del fotografo Paul Schneggenburger e del suo progetto di tesi, Der Liebenden Schlaf  (Il sonno degli amanti).

Poiché non ho niente da fare – voglio dire, poiché non ho niente di meglio da fare che andare sul sito di Paul Schneggenburger, vado sul sito di Paul Schneggenburger.
Il sito è disponibile in tedesco e in inglese. Seleziono l’inglese, perché la mia competenza in tedesco non sarà sufficiente, lo sento, a comprendere il progetto di tesi di Paul Schneggenburger. Clicco su “concept”, che è in effetti quello su cui m’interrogo, e che comincia come deve cominciare quando uno vuole portare un altro a interrogarsi, cioè con una domanda:

What happens to lovers while they are sleeping?

Però la domanda di Paul Schneggenburger mi lascia subita confusa. Mi prendo una pausa prima di proseguire la lettura. Cosa succede agli amanti mentre dormono? Le prime idee si basano solo sulla mia sciatta esperienza, perciò mi chiedo banalmente: russano? Espettorano? Liberano ignari i peti dolorosamente repressi durante la veglia? Non posso fare a meno di chiedermi, poi, cosa avranno fatto gli amanti prima di dormire. Perché, mi dico, quello che gli accade mentre dormono dipenderà pure da questo, no?
Torno alla lettura, sono sicura che Paul mi condurrà alla domanda giusta. Me ne pone tre, una dietro l’altra, le quali si rivelano – è l’unica cosa che mi pare di comprendere subito – una sola importante domanda, confezionata con tre punti interrogativi di modo che i quesiti incalzanti risultino tre:

Is it a sleeping just next to each other, each on his own, or is there a sharing of certain places and emotions? Is it a nocturnal lover’s dance, maybe a kind of unaware performed tenderness, or does one turn the back on each other? Is there a conjunction with the other, with one’s self?

Il tema è serio, ho ormai bisogno di un modello epistemico di riferimento.
A questo punto mi viene in soccorso, provvidenziale come sempre quando la realtà mi diviene incomprensibile, un detto abruzzese, mio idioma nativo, che illustra con efficacia senza pari gli stadi evolutivi della vita notturna di una coppia di amanti, mostrando di sposare una fede di tipo degenerazionista rispetto al tema delle unioni di letto:

Lu prim’ ann’ panz’ a ppanz’, lu seconn’ panz’ a ccul’, lu terz’ vaffangùl’.

Perciò, mi dico, il sonno degli amanti, e il suo risultato visivo, dipende forse dall’età della loro relazione. Tuttavia non ho ancora capito che cosa vuole propormi Paul Schneggenburger. Finalmente, sciogliendo il nodo alla gola e, come capirò poi, producendone un altro, lui mi spiega:

The sleep of the beloved was born as my diploma in 2010 at the university of applied arts Vienna and has become an ongoing long-time project.

Cioè lui, Paul Schneggenburger, da tre anni scatta foto alla gente che dorme, e ci ha scritto pure una tesi. Ci dice anche come ha fatto:

Each picture of the sleep of the lovers is one long-time exposure. The exposing time is 6 hours, from midnight until 6 am. The room with the bed is in my studio-apartment, I am at no time of the exposure inside the room myself. I just light the candles, set up the stage.

Insomma, da tre anni Paul Schneggenburger fa andare la gente a dormire da lui, acchitta lo studio con tutti i trabiccoli del mestiere e le luci giuste, poi dà la buonanotte ai due e li lascia lì a prendere sonno.
Sul momento non so cosa pensare di questo progetto, perciò penso subito una cosa meschina da mentecatti e, siccome sono ancora un po’ stordita, mi scopro a pensarla in forma di domanda: se si volesse fare un salto a Vienna, che è una bella città, evitando di pagare il pernottamento in un bed & breakfast, io e Le Sanglier potremmo scrivere a Paul Schneggenburger proponendoci come sue cavie? O forse si dice “modelli”? Che poi, vuoi che una colazione al mattino non ce la faccia trovare?
Questo fotografo sa il fatto suo. La presentazione del progetto finisce com’era cominciata, e com’era proseguita, cioè con una domanda, e questa volta la domanda è un invito a osare:

How might “your beloved sleep” look like?

Mi sento tentata. Lui insiste, chiede ancora:

Interested sleeping in this bed?

e ci piazza infine una foto del letto, un indirizzo e-mail e un numero di telefono.
Paul Schneggenburger ha vinto. La sua eloquenza mi ha persuaso come quella di Lisia nell’orazione da lui stesso pronunciata contro Eratostene, di cui fui obbligata a leggere qualche passo al liceo. Le sue foto un po’ meno, ma la mia cultura fotografica è rudimentale, le mie frequentazioni di mostre fotografiche sporadiche, il mio occhio ineducato, il mio gusto neofita, e il mio portafoglio umile: voglio andare a Vienna. Cioè, voglio andare nello studio di Paul Schneggenburger a Vienna, insieme al mio dormiente. Sono sicura che siamo due soggetti interessanti (ecco, probabilmente la parola era “soggetti”).

Torno alla lettura dell’articolo sul Post che, forse in onore di Paul Schneggenburger, comincia con ben quattro domande: “Che cosa succede mentre dormiamo? Ci muoviamo? Restiamo fermi? Ci agitiamo?”. E però segue subito un’affermazione coraggiosa, e dunque la possibilità, per l’autore dell’articolo, di cadere in errore: “Quando ci svegliamo, di tutto questo non c’è più traccia”.
Errore.
Quelli del Post non hanno mai dormito insieme a Le Sanglier, né con un suo simile. Io sì.
Il giaciglio del mammifero, al mattino, mostra con chiarezza il tramestìo del suo sonno selvatico. Non importa quello che abbiamo fatto, né come e quante volte l’abbiamo fatto prima di metterci a dormire: in tutti i casi, i trottoi dei suoi movimenti notturni – da un lato all’altro e da un capo all’altro del letto, accanto a me, lontano da me, sopra di me, sotto di me, sotto le lenzuola, sopra le lenzuola, sopra il piumone, sotto il piumone, tra il piumone e la sottocoperta, tra il bordo del letto e il comodino, tra il comodino e il pavimento, sopra il suo cuscino, sopra il mio cuscino, al di sopra e al di sotto dei nostri cuscini, fuori dal suo pigiama e dentro, dentro il mio pigiama, dentro e fuori la misura entropica dell’universo – potrebbero lasciar supporre che io di notte dorma con almeno cinque maschi alfa nel letto (e ciò incontrerebbe il mio giubilo), mentre in realtà fanno sì che in pieno inverno io mi svegli al mattino con le membra gelate, il raffreddore, la tosse, un’eventuale linea di febbre, e un cinghiale completamente avvolto in un sudario di tessuti misti come un salame nel suo budello suino. Lo iato tra i due scenari, uno ottimisticamente possibile e l’altro drammaticamente reale, è notevole. E va studiato.

Allora, mi sono detta, devo scrivere un post che approfondisca il tema. Poi devo mettere alla prova il genio artistico del fotografo Paul Schneggenburger. Gli chiederò di installare una delle sue macchine fotografiche sopra il letto del suo studio a Vienna, durante una nostra notte di sonno gratuito, quando andremo a fargli visita. Gli saranno sufficienti non più di due ore di esposizione, invece di sei, per ottenere un materiale straordinario. Vi troverà tracce tali da richiedergli almeno altri due anni di lavoro per il suo progetto e un altro ancora per una nuova stesura della tesi.

[Non pare del tutto inutile precisare che questo post non intende in alcun modo, e per nessuna ragione, offendere il lavoro di Paul Schneggenburger e quello di tutti i fotografi, né svilire i contenuti del Post e l'intelligenza di chi ci lavora. Se il contenuto di questo post reca danno a qualcuno, questi è certamente Le Sanglier. Il quale, tuttavia, ci è abituato e si mostra anzi compiaciuto della mia onestà]

Essere d’accordo (amore mio bellissimo)

Ore 3.10

- Domani è domenica. Anzi, è già domenica. Adesso andiamo a dormire?
- Sì, andiamo a dormire. Fai colazione con me dopo?
- Mi piacerebbe. Ma facciamo che quando ti svegli fai quello che ti pare, tranne svegliarmi.
- Ci sto.
- Però, a una certa ora, se vedi che non mi sveglio…
- A quale certa ora vuoi che venga a sentirti il polso?
- Boh. Diciamo alle undici?
- Va bene, diciamolo.
- Però rilevami solo il polso radiale. Su quello carotideo, lo sai, sono più sensibile. Se fossi vivo, rischierei di svegliarmi.
- Sì, me lo ricordo. Buonanotte, amore mio bellissimo.
- ‘notte, amore mio bellissimo.

Ore 12.15

- Buongiorno, amore mio bellissimo! È mezzogiorno e un quarto. Stamattina ho bevuto tre caffè. Poi ho corretto venticinque test e ho risposto alle e-mail. Alle undici ho rilevato il tuo polso radiale e ho deciso di tornare in cucina a leggere i giornali di oggi. Poi ho ascoltato i programmi del mattino di Radio Tre.
- Non ho capito.
- Buongiorno, amore mio bellissimo! È mezzogiorno e un quarto. Hai utilizzato uno dei tuoi bonus dell’Intercomprensione, del valore di settantacinque minuti di ineguagliabile pace. Se non hai ancora deciso come riguadagnarne di nuovi, posso suggerirti che in cucina ci sono i piatti sporchi dello spuntino di ieri notte, quando siamo rientrati dalla milonga.
- Non ho capito.
- Ci facciamo un caffè e ne riparliamo dopo?
- Ci facciamo un caffè e ne riparliamo adesso. Buongiorno, amore mio bellissimo! È mezzogiorno e un quarto. E tu non c’eri quando ho aperto gli occhi.
- Sì, è possibile. Dev’essere stato più o meno quando ero in cucina ad ascoltare i programmi del mattino di Radio Tre.
- Questo potrebbe essere un problema.
- Che ero in cucina ad ascoltare i programmi del mattino di Radio Tre?
- No, che non ho ricevuto il tuo bacio del buongiorno a letto. Questo non mi piace.
- Amore mio bellissimo, vediamo per un momento come stanno veramente le cose, ti va?
- Non lo so.
- Pensaci un momento.
- Non sono sicuro di riuscirci. Perciò ti ascolto.
- Ecco, dunque, ho pensato che le cose stanno quasi sempre in un modo più semplice di quello che sembra a prima vista. Intendo: o ti svegli quando cazzo pare a te, facendo a meno del mio bacio del buongiorno a letto, o ricevi il mio bacio del buongiorno a letto e in quel caso ti svegli quando cazzo pare a me. Che ne pensi?
- Che non sono pronto per una scelta così difficile.
- Ti capisco, non sai quanto. E sono d’accordo con te. Non sarei pronta nemmeno io al tuo posto.
- Adesso mi sento sollevato.
- Anch’io, tanto. Magari ci becchiamo nel tardo pomeriggio, o a cena. Oppure domani.
- Sì, volentieri. Mi piace tanto essere d’accordo con te, amore mio bellissimo.

Yo soy la milonga brava

Una milonga è un posto dove si balla tango argentino, una discoteca del tango (ma è anche un tipo di ballo, diciamo un tango più veloce).
Un principiante assoluto, al quarto mese di lezione come siamo ormai io e Le Sanglier, non dovrebbe andare in una milonga. Non un principiante assoluto dotato di prudenza, serietà e buonsenso. A Buenos Aires, ci ripete la nostra insegnante ogni mercoledì sera dalle otto alle nove e mezza, si sconsiglia ai principianti, quando addirittura non si faccia divieto, di andare in milonga per tutto il primo anno di studi. Se proprio non può fare a meno di andare a disturbare, cioè se non è dotato di prudenza, serietà e buonsenso, deve attenersi strettamente a un rigido codice comportamentale (talvolta stampato e affisso all’ingresso della sala), il quale prevede, tra le altre cose, che il principiante si tenga al centro della pista, lasciando il bordo esterno ai ballerini più esperti, che sanno governare il proprio passo all’interno del flusso umano in movimento, un movimento sapiente e, non lo si dimentichi mai, antiorario.

Entrando in una milonga, anche un osservatore poco attento e completamente estraneo al mondo del tango argentino può riconoscere i principianti assoluti, e distinguerli facilmente dai ballerini di livello intermedio e avanzato. Questi ultimi, infatti, si muovono con variabile ma pur sempre percettibile grado di eleganza e grazia, mostrando, nei casi migliori, di non limitarsi a incedere, ma di saper creare figure mirabili nei momenti di crisi, risolvendo la pista quando questa risulti congestionata. Ne consegue un notevole risultato visivo, che è quello di uno sciabordìo di piedi e gonne e svolazzi in movimento perenne, inarrestabile.
I primi, al contrario, sono quelli che, nei momenti di crisi, inchiodano bruscamente e restano fermi, ad aspettare ansiosi di poter ripartire. Si riconoscono perché sono quelli che, non fosse per i colori che portano addosso, si confonderebbero con le colonne e gli altri eventuali ostacoli immobili della sala. Se però l’osservatore si avvicinasse di più a costoro (ma non può, perché non è permesso attraversare il diametro della sala, né è consentito accedere alla pista se non si ha intenzione di ballare seriamente), potrebbe sorprendersi nel notarne anche lo sguardo, che ulteriormente lo distingue dai colleghi con maggiore esperienza. Quello di questi ultimi, infatti, esprime in maniera inequivocabile il godimento: si stanno divertendo, si stanno divertendo come bambini, e soprattutto si divertono all’unisono, lui che deve guidare il passo e lei che lo deve sentire (così si dice, nel gergo del tango: l’uomo guida, la donna sente. Ne deriva che la buona riuscita di un tango si deve, soprattutto, al ballerino. Ma per capire cosa significhi realmente, bisogna cominciare a ballare il tango, cioè pestare e farsi pestare i piedi un buon numero di volte). Lo sguardo dei principianti, invece, è una maschera di sofferenza: in lui, che deve guidare il passo, dominano frustrazione e senso di smarrimento; in lei, che deve sentire il passo, irritazione e profondissimo tedio (la prima quando lui la pesta, il secondo quando lui rimane fermo fino alla fine della musica).
Uno, anche uno estraneo al mondo del tango argentino, potrebbe andare in una milonga, sedersi a un tavolo con un bicchiere di vino e passare una piacevolissima serata solo osservando la scena che si svolge in pista.

Ieri sera io e Le Sanglier eravamo in una milonga. Fermi, al centro della pista.
Le Sanglier sta prendendo molto seriamente questa storia del tango. Non accetta l’idea di essere un principiante assoluto al quarto mese di studio. Credo sia per questa ragione che, alla fine di ogni ballo, ha bisogno di una tempestiva seduta di fisioterapia a bordo pista, necessaria a riabilitare il collo e i muscoli della spalla, che durante il ballo sono tesi per l’agitazione e il terrore di lanciarmi contro le altre coppie. Chi fosse completamente digiuno delle leggi del tango argentino dovrebbe sapere che, se la donna commette errore o si fa male, o peggio ancora ferisce qualcun altro con il proprio pericolosissimo tacco durante una sequenza, la responsabilità è interamente del suo compagno che ne ha guidato il passo (dovrà infatti essere lui a scusarsi con la coppia coinvolta). Se ciò consente alla donna di godere di uno stato di beatitudine e riposo mentale altrimenti rari fuori dalla pista, allo stesso tempo rende l’uomo principiante, di qualunque età e profilo, preda di inesprimibile angoscia.
Ad ogni modo, io e il mio prode compagno abbiamo fatto il nostro debutto in milonga. Siamo andati diverse volte contromano, ma lui non mi ha fatto dare calci a nessuno, né mi sono ritrovata a pendere all’improvviso su uno dei lampadari della sala, e questo è un grande risultato.

Tuttavia, verso la fine della serata, e dopo che ero stata invitata a ballare da esperti e aggraziati ballerini di livello avanzato, Le Sanglier giaceva accasciato su una sedia, la camicia sbottonata sul petto, i capelli arruffati, e la frustrazione, dolorosissima per me a vedersi, dipinta su almeno metà della faccia (quella inferiore, poiché quella superiore era imperlata di fatica sudata).
“Non sono portato per il tango”, ha borbottato infine, prima di abbassare la testa, verso le scarpe consumate. Ho l’impressione che gli sia pure venuta la tentazione di fare uno sgambetto al tizio che gli stava passando davanti in quel momento, così, per dispetto.
Poi ha alzato lo sguardo verso di me, e mi ha trovato in piedi accanto a lui, con le mani sui fianchi come un’anziana femmina abruzzese che stia per richiamare all’ordine i membri della famiglia.
Il mio sguardo gli ha risposto ed era uno sguardo che voleva ricordare i fatti, e i fatti sono che io questo hobby del tango non ce lo volevo avere (non mi piacciono, gli hobby), e che ci sono voluti dodici mesi prima che lui, il mio compagno, riuscisse a convincermi, e che devo premurarmi di controllare lo stadio di crescita del piumaggio sulle mie gambe ogni cazzo di mercoledì sera prima di andare a lezione e ogni cazzo di domenica sera prima di andare alla pratica, che ho speso novanta dei miei euro per un paio di scarpe da tango che non pensavo avrei mai potuto comprare, che io novanta dei miei euro non li spendo nemmeno in libri in un mese. Con la coda dell’occhio credo di aver comunicato anche le solite cose che si dicono, tipo “Ci vuole tempo”, o “Ci vuole pazienza”, o “Coraggio”.
Lui ha annuito e poi ha detto: “Ma forse sono solo stanco. Ci dormo su stanotte e domani sera andiamo alla pratica. Oh, senti che bella questa Milonga brava!”.

 

Altri post di omaggio al tango argentino:
Lezione di tango numero uno
Lezione di tango numero due
La “principianza”

La “principianza”

Da poco più di un mese io e Le Sanglier abbiamo cominciato a ballare il tango.
Frequentiamo assiduamente le lezioni per principianti assoluti del mercoledì sera dalle otto alle nove e mezza, andiamo tutte le domeniche alla pratica serale delle sette e mezza, io vado pure alle lezioni aggiuntive di tecnica femminile del sabato pomeriggio.
Nella borsa che mi porto in giro per Roma il mercoledì, insieme ai libri, alle fotocopie, al registro, all’agenda, alle forbici, alle pedine e ai dadi – tutta roba che mi serve a lavoro durante il giorno – ci stanno pure un paio di scarpe color argento con il tacco simile a un rompighiaccio, una confezione di cerotti trasparenti Amuchina, un cambio di vestiti e un deodorante anti-traspirante. Il mercoledì infatti, dopo il lavoro, prendo la metro A fino a Termini e poi la B fino a Basilica di San Paolo, vado a scuola, mi cambio, m’incerotto i mignoli già coperti di vesciche, salgo sulle scarpe color argento e divento principiante assoluta.
A me piace un sacco, essere principiante assoluta. Mi piaceva un paio di anni fa, quando mi sono iscritta a un corso di tedesco al Goethe-Institut (per principianti assoluti, per l’appunto), e mi piace adesso che mi sono iscritta a una scuola di tango.
Non trovo faticoso essere principianti. È riposante, è liberatorio essere principianti. Lo era meno allora, credo, per la mia insegnante di tedesco e lo è meno adesso, ne sono certa, per la mia insegnante di tango (ma – mi dico con illuminante chiarezza e l’animo satollo di fatica alla fine della giornata, mentre percorro il corridoio dagli spogliatoi alla sala da ballo – questi adesso sono cazzi suoi: io voglio essere una principiante, io devo partire dal principio, io a questo principiamento ho diritto, io questo stato di principianza me lo godo tutto, io sono la principessa delle principianti, io ho bisogno di sprincipiare tutti i passi più semplici per capirli, perché io non ho capito, scusa, non ho capito come devo appoggiare il peso della mia gamba sinistra dopo averla incrociata con la mia gamba destra, me lo puoi ripetere, per favore?).
Il diritto indiscusso all’errore, lo spazio franco della mia azione sgravata dalla responsabilità dell’esperienza, mi mette addosso un che di irragionevole eccitazione.

La prima cosa che io, principiante assoluta, ho amato subito del tango è il silenzio. E, se uno ama il silenzio ma non ama i monasteri, il tango può essere una valida soluzione. C’è la musica, sì, quindi non c’è completo silenzio, ma c’è un fondamentale, provvidenziale silenzio di voci: non ci si parla nel tango, né mentre si balla, né quando si decide di ballare insieme. Non ci si rivolge la parola, non si sa nulla della persona con cui si sta ballando quasi incollati dal busto in su – chi è, che lavoro fa, che studi ha fatto, dove vive, come vive, in cosa crede, cosa pensa, cosa le piace, cosa non le piace. Si può al massimo intuire che nel tango è un principiante assoluto, o un falso principiante, o un intermedio, o un avanzato, o un nativo, cioè forse argentino. A lato di questa intuizione, che arriva a seguito di uno stimolo totalmente fisico, si può eventualmente fare un’ipotesi anche su come la persona si muove nel mondo, quindi su come comunica. Per esempio, come fa l’amore. Avviene così che, abdicando con ritrovato e insperato sollievo a ogni contraddittorio e inaffidabile accessorio verbale, si sa tutto quello che si deve sapere di una persona.

Il cabeceo, ci spiega un giorno l’insegnante, è il cenno con la testa che l’uomo, dopo la mirada della sala, rivolge ritualmente alla donna prescelta per invitarla a ballare (ce lo mostra: un leggero scatto del capo all’indietro che mi fa pensare a un rifiuto siciliano, ma senza schiocco di lingua. Oppure una leggera inclinazione del capo in avanti, che può voler dire tante cose). Nient’altro. Questo però, ci ricorda subito dopo, si fa perlopiù nelle milinghe di Buenos Aires. Qui in Italia, e soprattutto nei momenti di pratica, che sono momenti di studio per tutti i ballerini di ogni livello, l’uomo può rivolgersi alla donna anche verbalmente, consuetudine che sarebbe inammissibile nelle milonghe vere e proprie (io mi scopro a pensare che in effetti certe tradizioni andrebbero conservate ovunque). La donna, dal canto suo, segnala agli uomini la sua disponibilità a ballare, e quindi a essere eventualmente invitata, con il linguaggio del corpo, che dalla sedia è interamente proteso verso la pista, occhi vigili, pronti a cogliere il cenno d’intesa. Qui mi sorge il primo dubbio idiota della principiante assoluta: e se non ci capiamo? Cioè, metti che lui ha un tic, che ogni tanto gli scatta la testa, e io lo prendo per un cabeceo? Oppure: e se mi invita con un’inequivocabile richiesta verbale e però io, seduta con gli occhi casualmente rivolti alla pista, non voglio ballare ma sono solo in un misero stato confusionale? “Generalmente non si rifiuta un tango, almeno non il primo, ma si può farlo in maniera cortese”, dice l’insegnante.

La mia prima domenica di pratica serale non so dove guardare. Qui ci sono tutti i corsisti della scuola: principianti assoluti (pochissimi), falsi principianti (pochi), intermedi (moltissimi), avanzati (molti), nativi, cioè forse argentini (alcuni). Ballo con Le Sanglier, principiante assoluto come me. Mi pesta i piedi un numero di volte che basterebbe a decidere di cambiarci le scarpe e andare via, ma non andiamo via. Io voglio guardare, soprattutto guardare. Lo invito dunque a invitare altre donne e mi faccio da parte per osservare in pace il movimento dei ballerini in pista, ma devo stare attenta a non imbattermi in un cabeceo. Finisce che ricevo, uno dopo l’altro nell’arco della serata, tre cabecei e quattro richieste verbali. Cinque dei sette inviti complessivi provengono da ballerini intermedi, avanzati e nativi, cioè forse argentini – li ho già osservati ballare, allibita. “Sono principiante, principiante assoluta”, dichiaro con un po’ di esitazione e un po’ di fierezza insieme, mentre prendo la prima mano gentile che mi viene incontro. All’altro angolo della pista ormai affollata scorgo Le Sanglier che, visibilmente preoccupato, avanza con una certa titubanza tra coppie che sfoggiano passi precisi ed eleganti: lui va trascinando davanti a sé una donna come un carrello della spesa, mezzo sguardo alla ricerca disperata di una traiettoria libera. I miei occhi incrociano uno dei suoi, a lui viene un po’ da ridere e mi fa un cabeceo, poi riporta l’occhio mobile sulla pista, mentre continua a tenere l’altro fisso sul suo carrello, forse nel timore di lanciarlo contro una vetrata della sala. Lo strabismo che gliene consegue è notevole, io ho un rigurgito di ilarità che finisce sulla spalla del mio ballerino, il quale però non se ne accorge perché è concentrato a guidarmi con salda presa tanguera. Poi, all’improvviso, il mio ballerino mette un piede in mezzo ai miei e io non capisco come dovrei reagire  (dalle mie parti, quando eravamo piccoli, questo gesto si chiamava “cianghètt’” e aveva il mero scopo di far rovinare a terra il malcapitato), dunque infrango tutte le leggi del tango e, con quella che spero sia la più aggraziata delle mie facce da culo, gli rivolgo la parola e glielo chiedo. Lui mi dice a bassa voce: “Scavalcami”. Io ho un mancamento e per un attimo vorrei chiedere: “In che senso?”, ma chiedo: “Eh?”. Lui ripete: “Scavalcami”. A questo punto abbiamo parlato abbastanza e sento che devo letteralmente passargli sopra con la mia gamba. Lo faccio e, mentre lo faccio, acquisisco con il corpo un’informazione nuova che non dovrò più chiedere in seguito, e così facendo mi pare di avvertire una specie di nostalgia preventiva, una rivelazione del momento in cui non sarò più una principiante. Allora ci si aspetterà che io sappia cosa fare; lo spazio libero della mia azione confusa e irresponsabile si assottiglierà ancora.
A quel punto, penso, se mi restano altri soldi da buttare mi iscriverò anche a un corso di arabo. Oppure continuerò, come faccio ora di tanto in tanto, a cacciarmi dalla tasca e tenere un po’ in mano il ricordo di un giorno già lontano, quando una persona a cui ho voluto molto bene mi disse: “Voglio tornà bambino” e io gli risposi cantando “Supercalifragilistichespiralidoso”.

Lezione di tango numero due

Dopo la nostra prima lezione dimostrativa di tango, io e Le Sanglier abbiamo convenuto che il Tango è certamente un’attività eleggibile a hobby settimanale, pur non avendo io completamente chiarito a me stessa la nozione di hobby (ma, si sa, non possiamo capire tutto). Allo stesso tempo, abbiamo notato che il tango, come numerosi hobby, comporta spese mensili non detraibili e su ciò avevamo entrambi idee limpide. Non è stato difficile, inoltre, rilevare che la scuola che avevamo scelto per il nostro primo incontro di prova si trova a quarantacinque chilometri da casa, situazione non così inusuale per chi viva e agisca a Roma e dintorni, ma intuitivamente migliorabile.
Pertanto abbiamo risolto di compiere un’indagine sistematica e realizzare un’accurata mappatura delle scuole di tango romane, annotando e comparando distanze, tempi di percorrenza, millilitri di benzina necessari, nonché, naturalmente, i costi di iscrizione al corso.
Durante la nostra minuziosa analisi di mercato, coordinata dall’amica Maruska, tanguera ormai alle soglie del livello intermedio nell’arte dell’abbraccio argentino, ci siamo accorti che questo è il periodo delle lezioni dimostrative gratuite. Cioè tutte le scuole, tra settembre e ottobre, offrono una lezione a principianti assoluti allo scopo di motivarli a iscriversi al loro corso piuttosto che a un altro. “Tutte le scuole” a Roma significa che quasi ogni sera, tra settembre e ottobre, un principiante assoluto può trovare un posto dove andare a fare figure barbine gratis, mentre nel frattempo cerca il baricentro del suo movimento e della sua motivazione.
Da quando abbiamo intuito ciò, io e Le Sanglier abbiamo un’agenda serale fittissima e ricca di nuove prospettive, e la nostra motivazione a ballare il Tango cresce di giorno in giorno.

La nostra seconda prima lezione di prova è avvenuta domenica sera, tre giorni dopo la prima prima lezione di prova, in una scuola a venti chilometri da casa, requisito, questo, che sembrava favorirla come la candidata ideale. Tuttavia le cose non sono andate come speravamo.
Dopo i primi dieci minuti scarsi, infatti, abbiamo capito che non tutti i partecipanti si trovavano alla loro prima prima lezione di prova, e nemmeno alla loro seconda prima lezione di prova, ma che il corso per principianti assoluti era già cominciato da tre o quattro settimane. La scuola, evidentemente generosa nel suo desiderio di motivare quante più persone possibili, continuava fino alla fine del mese ad ammettere al corso nuovi principianti, aventi diritto a una lezione di prova gratuita. Consultandoci rapidamente con i nostri occasionali compagni di ballo, tra una strattonata e un calcio negli stinchi, io e Le Sanglier abbiamo dunque realizzato che la classe era costituita da alcuni principianti imbarazzati alla loro prima prima prova gratuita, molti principianti determinati alla loro terza o quarta lezione pagata e due pericolosi imbecilli alla loro seconda prima prova gratuita.
Che però la lezione fosse principalmente rivolta al gruppo più numeroso, cioè a quelli che avevano cominciato a ballare più seriamente il Tango da almeno tre o quattro settimane dedicandogli una porzione del loro tempo e del loro stipendio, ce lo ha chiarito l’azione didattica dei due maestri. In un’ora e mezza, infatti, io e Le Sanglier siamo stati chiamati a confrontarci con una proposta di apprendimento di tipo deduttivo, piuttosto lontano dagli approcci umanistico-affettivi che avevano chiaramente caratterizzato la nostra prima prima lezione di prova e da quell’induttivismo grammaticale che tanto mi è caro. In un’ora e mezza, insomma, io e Le Sanglier abbiamo dovuto eseguire ripetutamente la Salida basica prima (otto passi con cruzada femminile), la Salida basica seconda (sei passi, o cinque – non mi ricordo – senza cruzada femminile) e il cambio fronte (mezza luna sul cinque, o sul sei, anche questo non me lo ricordo), curando al contempo l’eleganza del movimento e prestando la dovuta attenzione alla flessione delle ginocchia, all’inclinazione del proprio asse, alla posizione e alla distanza dei nostri rispettivi malleoli.

Confesso di non aver mai pensato al mio malleolo.
Mi rendo conto, però, che tutti dovremmo averne consapevolezza. Se io avessi consapevolezza di dove metto il malleolo, infatti, domenica non gli avrei fatto passare una brutta serata, soprattutto nei momenti in cui l’ho incruzado col malleolo del Sanglier. Il malleolo, in effetti, è importante perché ha avuto un ruolo determinante nel calo della motivazione che, com’è o dovrebbe essere noto, è alla base di ogni apprendimento di successo.
Tuttavia io non mollo e il mio malleolo neanche. Pure Le Sanglier e il suo malleolo sembrano determinati a trovare un accordo con noi. Domani sera, perciò, avremo la nostra terza prima lezione di prova in un’altra scuola, che è quella frequentata dall’amica Maruska.
L’amica Maruska ha provveduto a informarsi per noi presso i maestri e ci ha infine tranquillizzati: il corso per principianti assoluti è sì già iniziato anche da loro, i partecipanti sono sì alla terza o quarta lezione pagata (ma gratuita per i nuovi arrivati), però hanno imparato solo l’ocho e la cruzada, che si possono apprendere rapidamente, in base al noto principio di imitazione, guardando qualche video su You Tube. Purché si faccia attenzione ai malleoli.

Lezione di tango numero uno

Non ho mai capito la gente che balla. Intendo, non ho mai capito la gente che balla “per hobby”.
In effetti, ho sempre fatto fatica ad avere un hobby. Che cos’è un hobby? Un’attività che si svolge nel tempo libero, a un livello presumibilmente amatoriale (se presumo male, allora non è un hobby, ma una professione, o che altro?). Cos’è, poi, il tempo libero? Il precario è perlopiù confuso su questo argomento, tuttavia, vivendo in società, intuisce che viene comunemente definito tempo libero quella porzione della giornata non dedicata ad attività di lavoro, o di studio. Ad ogni modo, la sua piramide dei bisogni resta pericolosamente instabile e sgraziata.
Dicevo, ho sempre fatto fatica ad avere un hobby, anche nei periodi in cui le attività di studio e di lavoro mi chiarivano il concetto di tempo libero – in periodi simili il tempo libero equivale grosso modo, anche oggi, al tempo dedicato al sonno, all’alimentazione e a necessarie operazioni di espletamento, venendo in tal modo a riconfermare la necessità di rivedere le teorie di Maslow sulla piramide dei bisogni.
C’è chi dichiara la lettura tra i propri hobby, per esempio. Io mi sento tanto perplessa al riguardo, perché faccio fatica a vedere un hobby nella lettura e faccio fatica perché mi pare che, tendenzialmente, si assimili l’hobby allo svago e la lettura non è uno svago [esclamazione espunta, omissis], o non è solo uno svago. Altri, invece, dichiarano la scrittura, e io mi sento perplessa per la stessa ragione. Altri ancora indicano il giardinaggio, il calcio, il tennis, il nuoto, il cucito, gli scacchi, il bridge, il bricolage, il découpage, la nail art. Attività, queste, che si possono svolgere a livello professionale, ma che invece si sceglie di svolgere a livello presumibilmente amatoriale nel tempo libero, divenendo in tal modo un hobby. Io faccio fatica.
Ma ho già detto, mi pare, che faccio fatica ad avere un hobby, per via della mia perplessità riguardo alla sua definizione. Forse ho tanti hobby e non lo so. Confesso di avere le idee poco chiare su questo fatto.

Nel settembre del 2011 Le Sanglier ha proposto di iniziare a ballare insieme il tango. “Così, per hobby”, ha detto col suo candore di sempre. Io, dopo essermi mostrata perplessa, sono entrata in una spirale di angoscia.
Giovedì 27 settembre 2012 alle ore 20 mi trovavo al Teatro di San Pancrazio, sulla Gianicolense, dove i maestri di una delle decine di scuole romane di tango offrivano una lezione di prova gratuita a circa ottanta principianti assoluti di età compresa tra i venticinque e i settant’anni.
Per scegliermi un hobby, ho pensato allora, io ho bisogno dell’impressione di imparare a fare una cosa che non so fare e che, a un primo grossolano esame, non mi serve. Ho bisogno, cioè, di ribaltare la piramide dei bisogni e porre alla base l’apprendimento, anteponendolo ai bisogni primari della sopravvivenza (mangiare, per esempio).
Io non so ballare il tango. Meglio, io non so ballare, né ho mai avuto interesse a imparare, o a provare ad imparare. Il tango, inoltre, non mi serve. Soprattutto, il tango sta nella mia vita come un bidet sta in una sala da pranzo. Il tango è l’intruso individuabile con una certa facilità nel mio insieme di elementi contestualmente e funzionalmente affini. Il tango, con me, non c’entra un cazzo.
Questa deve essere certamente la ragione per la quale, la sera di giovedì 27 settembre 2012, io e il tango ci siamo abbracciati.
Ho pure abbracciato un sacco di uomini, tra cui, incidentalmente, Le Sanglier.

“Il tango – avevano scritto i maestri sui volantini pubblicitari della loro scuola – è molto lontano dai luoghi comuni e dai cliché che nel tempo gli sono stati attribuiti: una danza aggressiva espressione di una sensualità da operetta fatta di calze a rete e rose tra i denti. Fosse davvero questo, il tango Argentino non sarebbe mai uscito dalle ‘milonghe’ di fine ’800 di Buenos Aires per diventare un fenomeno internazionale, una danza la cui dimensione interiore e intimista è di gran lunga superiore a quella coreografica più conosciuta. Il Tango è un Abbraccio” (sic, compresa l’assenza di altra eventuale punteggiatura, però, scusa, ti pare il momento di notarlo? Siamo qui a ballare il tango argentino, o il tango Argentino, o il Tango, non ho capito bene dove e quando ci va la maiuscola e dove e quando non ci va, forse dipende dall’intensità imprevedibile del sentimiento, perciò d’ora in poi mi riservo di variare anch’io).
Il Tango, prima di tutto, è un’esperienza di apprendimento della relazione sociale. Lo ha capito subito Le Sanglier quando, su richiesta del maestro, si è trovato ad abbracciare con variabile motivazione la sua compagna, giovani donne languide e incipriate signore dall’ampio girovita. L’ho capito io quando, ad occhi chiusi come la maestra suggeriva di fare, mi sono abbandonata con ponderata fiducia all’abbraccio del mio compagno, di giovani avvenenti uomini in assetto da guerra e di signori flatulenti dalle mani sudaticce.
Il tango, poi, è un’esperienza di apprendimento della relazione spaziale tra gli oggetti, animati e inanimati. Lo ha capito prima di me Le Sanglier mentre attraversava la pista col suo passo morbido e aggraziato di cinghiale, contravvenendo a tutte le leggi non scritte (o forse le hanno scritte, ma noi non le abbiamo ancora studiate) delle milonghe.
Le Sanglier non ha ballato il Tango: ha giocato all’autoscontro, quindi si è divertito. Io non ho ballato il Tango: ho trovato un hobby, quindi mi sono tranquillizzata.

C’è stata una lezione numero due, ma devo ancora capire se è stata di Tango.