Caro Gigi, pt. 4 (Ciao Gigi, ciao)

I carried the book a hundred yards into the desolation, towards the southeast. With all my might I threw it far out in the direction she had gone. Then I got into the car, started the engine, and drove back to Los Angeles.”
John Fante, Ask the dust *

 

Carissimo Gigi,

di due cose resta ormai da dire: dei libri e dei baci.
Quelli in via Cimino, quegli altri al Forte Spagnolo.
Quattro giorni sono passati da quando ci sono tornata, quattro lettere ti ho scritto, una al giorno, nella fretta di annotare le cose prima che se ne andassero. I libri e i baci volevo lasciarli per ultimi, per ultimi li ho lasciati pure nel mio itinerario a piedi per la città: mi sono scoperta ad andare a ritroso, dalla fine all’inizio dei luoghi.

Quando sono arrivata in piazza del Duomo, non sono riuscita ad entrare subito in via Cimino: come via San Martino e molte altre vie nelle zone rosse, era chiusa da una transenna di metallo. Ero delusa. In quel momento ho visto uscire da lì due turisti giapponesi e furtivi – ma forse non erano solo turisti, portavano un abito scuro con un curioso colletto bianco, – ritiravano le pance per poter sgattaiolare nello spazio fra la transenna e il muro di un edificio. Io la pancia non ce l’ho, lo sai, ci potevo passare senza sforzo, ma la via subito dopo era accessibile, allora mi sono detta “Questi due col colletto bianco sono proprio scemi” e mi sono infilata nel groviglio di vicoli e muri rotti (Gigi, io non ho capito una cosa: se una zona rossa è inaccessibile da una via e accessibile da un’altra, che zona rossa è?).
In via Cimino mi è accaduto un fatto che mi è dispiaciuto: non riuscivo a trovare la libreria di Nicoletta e Beatrice. Tutte le porte dei palazzi erano sbarrate da assi di legno, identiche le une alle altre, che le coprivano quasi interamente, insegne comprese. Perciò tutte le porte mi sembravano uguali, sentivo la mia confusione e alla confusione seguiva un sentimento di colpa: non riconoscevo più la porta. Ci ho messo un po’ per capire qual era, poi mi sono accorta di un’insegna che dietro un’asse di legno rosseggiava ancora, e sopra il rosso era un sembrare di piume di struzzo.
Gigi, quanti pomeriggi abbiamo passato nella libreria? Ci sedevamo sui pacchi di libri appena arrivati, e parlavamo con Nicoletta e Beatrice fino a sera. Di cosa, però, non mi ricordo più. I libri pure fanno così, entrano ed escono come quello che mangi, addosso ti restano un sapore e un giorno in più da vivere. Io le storie dei libri che ho letto non me le ricordo proprio bene bene, uno mi chiede “Ma l’hai letto o no?”, io dico “Sì, l’ho letto, ma adesso ce l’ho dentro, non lo posso vedere da fuori”. Allora che conservo a fare tutti i libri che compro, non lo so. Non lo so, ma non so liberarmene.
Comunque, la libreria di Nicoletta e Beatrice è come quasi tutti gli altri posti del centro storico della città: non c’è più. Però è come i libri: ne resta un odore buono nelle narici.

Infine i baci.
Gigi, il Forte Spagnolo è quasi completamente intatto, solido da lasciare increduli, almeno da una certa prospettiva esterna. Si vede che nel XVI secolo gli spagnoli con le pietre ci sapevano fare. Il portale invece no, quello si è afflosciato un poco. In ogni caso, il castello è stato dichiarato inagibile, pare che all’interno sia gravemente danneggiato. Ma questo, arrivando dalla piazza della Fontana Luminosa, a nessuno verrebbe di sospettarlo, non subito, non da quella parte: il Forte sta lì fiero, grosso come un mammut che nasconda una ferita mortale nella pancia. Fuori sembra come allora, e c’è la gente che ci va a correre tutto intorno come un tempo. Un tempo anche tu ci andavi a correre.
L’altro giorno, mentre me ne stavo lì a guardare, c’erano due giovani che si baciavano, avranno avuto vent’anni. Due quando si baciano a vent’anni si abbracciano in un modo che dopo mai più. Intenerisce vederli, pensi che sono un po’ goffi e molto sinceri, e pare che le braccia di lui, se potessero, farebbero due, tre, quattro volte il giro intorno alle spalle di lei, per dire “Io a te mi ti rubo e mi ti porto via”.
I baci che ci siamo dati lungo queste mura, da un bastione all’altro, chi li può contare?
Comunque, Gigi caro, l’ultima cosa che ho ricordato lasciando il Forte Spagnolo è stata quella che fu la prima, e fu un bacio di ventenne un po’ goffo e molto sincero, e io pensai che la tua lingua era ruvida e questo non mi sembrò un bel pensiero per cominciare, ma poi vennero baci più levigati e una pazienza lunga sei anni.

C’è una foto di te al Forte Spagnolo, scattata dal lato dove il mammut con la pancia ferita sembra più vigoroso. Tieni i riccioli neri che ti coprono gli occhi, un impermeabile blu scuro più grande di te e una borsa a tracolla. Fai lo sguardo da mammut vigoroso che nasconde la pancia ferita, e questa immagine fu la prima ed è l’ultima.

E questo è tutto.
Ti saluto da dove sto adesso, che è molto lontano da dove stai adesso.
Ciao Gigi, ciao.

Lisa

*[John Fante, Ask the dust, Canongate 2002, p. 198]

Caro Gigi (pt. 3)

Le cose con lei sotterrate
poesie non finite
speriamo che in aprile diventino
delle margherite.”
Vivian Lamarque, Post Scriptum *

Buon Gigi,

non so se ti ricordi di una foto che mi hai scattato un giorno di tanto tempo fa, mentre stavo uscendo di casa, in via San Martino. C’era uno scalino da fare, per entrare e quindi pure per uscire, non tutti se lo ricordavano. Io spesso non me lo ricordavo. C’è questa foto, dicevo, un poco sfocata perché io ero in movimento, e il movimento era in caduta: stavo ancora sul gradino quando il portone si è richiuso dietro di me toccandomi, una specie di pacca sulle spalle un po’ troppo energica che mi ha spinto in avanti, allora ho perso l’equilibrio e tu, che stavi in strada lì davanti a me, hai scattato la foto proprio in quell’istante. Il ritratto lo chiamammo “Portone con Lisa che casca”: ci sto io che casco come una pera matura davanti al portone di casa, la nostra piccola casa in via San Martino, una mansarda con le travi di legno a vista e il soffitto in discesa dove abbiamo sbattuto la testa tante volte.
Il portone oggi c’è ancora, Gigi, ma è un po’ malandato. Io, dopo aver trovato un varco per entrare nella via, stavo lì davanti a guardarlo e pensavo “Lisa con portone che casca”.
Ho alzato lo sguardo verso il tetto, dove abitavamo noi. A parte i mattoni rotti e le assi di metallo e di legno che coprivano quasi tutto l’edificio, finestre comprese, non si vedeva più niente.

Qua ci abbiamo abitato per un anno, l’ultimo dell’università. “Che botta di culo” dicevamo, perché la casa stava a duecento metri dalla Facoltà, ma era una botta di culo più per me, che al mattino mi potevo svegliare venti minuti prima di andare a lezione (tu stavi sveglio dall’alba, avevi già fatto un quarto di giornata. Pensa: adesso mi sveglio all’alba pure io, l’avresti mai detto allora, quando all’alba mi ci svegliavo solo la mattina di un esame, per l’agitazione?).
E che c’era, che c’era in casa? Un minuscolo armadio di legno. Una piccola libreria. La locandina di quel film che ci piaceva, “Berlinguer ti voglio bene”, attaccata con le puntine a una parete, l’unica poco più alta di noi. Un orologio rosso fatto a mano da mia madre. Il tuo vocabolario Rocci, greco-italiano. Le tue edizioni critiche dei lirici greci, non so più quali. Le mie storie della lingua italiana. Un piccolissimo Doraemon di plastica colorata: ce lo mettevamo sul tavolo davanti ai libri aperti come una statua divina, dicevi che ti aiutava a studiare meglio, che Doraemon era stato uno dei tuoi cartoni animati preferiti. Un giorno me lo lasciasti in custodia e da allora è rimasto con me: ce l’ho ancora. Me lo sono messa davanti ai libri aperti anche dopo l’università, durante la scuola di specializzazione; quando studiavo insieme a qualche collega, lo cacciavo dalla tasca e lo mettevo sul tavolo senza dire niente, qualcuno di loro mi chiedeva il senso, io dicevo “Una vecchia abitudine di quand’ero all’università” e finiva lì. C’era pure un’altra abitudine di quand’ero all’università, una specie di rito scaramantico tutto mio che poi era diventato anche tuo: la sera prima di un esame io dovevo mangiare patate al forno. Te lo ricordi? Per anni ed esami ho mangiato regolarmente patate al forno, e le ho fatte mangiare pure a te. Se in una sessione avevamo da fare due esami ciascuno, in quattro giorni consecutivi, per quattro sere noi mangiavamo patate, ed era importante che fossero al forno, non fritte o lesse. Quando mio padre mi telefonava alla sera mi chiedeva “Che hai mangiato a cena?” e io “Patate al forno” e lui “Allora domani tieni un esame. O lo tiene Gigi?”. Pure la sera prima dell’esame finale della scuola di specializzazione ho mangiato patate al forno, anche se ormai quel rito non aveva più tanto senso.
Adesso non le mangio tanto spesso. Però è solo perché non ho più esami da fare, penso. Doraemon, invece, qualche volta lo tiro fuori lo stesso.

Tra la pena che provavo a guardare e la preoccupazione di essere entrata in una zona rossa passando sopra a una transenna trovata sfondata, sono andata via dopo pochi minuti: Gigi, che ci stavo a fare lì, davanti a quel portone?
Ma sono felice, in qualche modo, di aver trovato il coraggio di tornarci. Mi è sembrato, soltanto in quel momento e mai prima, di essere guarita da una malattia alla quale non avevo saputo dare un nome (“depressione” la chiamò la dottoressa che mi seguì per un anno, a quei tempi. Io non ero d’accordo, però, d’altra parte, una proposta mia non ce l’avevo, perciò di che mi potevo lamentare?). Però non ne sono sicura.

Mio fratello stava qua, in questa città, la notte in cui è crollata.
Aveva cominciato l’università da pochi mesi, ingegneria informatica. La Facoltà di Ingegneria non sta nel centro storico come quella di Lettere, e lui pure stava fuori, abitava in un palazzo al Torrione. Il Torrione non è crollato. Meno male, meno male, meno male che stavi al Torrione, gli dice mia madre da quattro anni torcendosi le mani. Certo però lui quella notte, che era una notte in cui aveva ventun’anni, morì di paura. Se ne scappò in mezzo alla strada, ci restò in pigiama e ciabatte fino al mattino. Telefonò ai miei in piena notte, mia madre accese la tv e si dovette sedere, mio padre voleva partire, ma non si poteva andare, non si capiva bene se si poteva entrare, fino a dove. Mio fratello arrivò a casa al mattino, su un autobus e con gli occhi pesti. Di quella notte non volle parlare molto (disse solo: “La porta si spostava, non ce la facevo ad aprirla per uscire”), però per tutte le notti dei tre mesi seguenti dormì poco e male, rimaneva vestito e saltava giù dal letto ogni volta che passavano i treni sulla ferrovia dietro casa dei miei. Io lo so perché qualche volta, quando tornavo al paesello, dormivo in camera con lui, per fargli compagnia. Là ci tornò solo una volta per prendere tutte le sue cose, poi si trasferì ad Ancona e ricominciò l’università da capo (in seguito ci fu qualche scossa pure ad Ancona e, anche se non successe nulla di altrettanto grave, lui disse: “Mi perseguita”. Però si forzò a restare e adesso l’università la sta per finire. Ne siamo tutti contenti).
Comunque lui là, fino a quella notte, non aveva avuto tempo di mettere insieme tanti affetti, tante memorie, ci aveva vissuto solo per sette mesi: io e te sei anni.
Sono tanti, sei anni. Sono tantissimi, quando sei giovane. Non è vero, Gigi?

Mi resta da raccontarti del Forte Spagnolo dove andavamo a pomiciare quando ci siamo conosciuti a vent’anni, e della libreria di Nicoletta e Beatrice in via Cimino. Ma te ne scrivo un’altra volta, a furia di ricordare mi è venuto il mal di testa. Si dovrebbe cercare di vivere ricordando il meno possibile, e mai troppo a lungo.

Buon tutto, sempre.
Lisa

 

* [Vivian Lamarque, Poesie dedicate. Post Scriptum, in Poesie 1972-2002, Mondadori 2002, p. 243]

Caro Gigi (pt. 2)

C’è come un dolore nella stanza, ed
è superato in parte: ma vince il peso
degli oggetti, il loro significare
peso e perdita.”
Amelia Rosselli *

Gigi caro,

ti ricordi quel bel concerto di Ennio Morricone sulla scalinata della Chiesa di San Bernardino? Era l’estate del 2001, o forse del 2002 – la memoria comincia a sbiadire, per prime se ne vanno le date, ultime saranno le facce, un giorno o l’altro anche la tua. Il concerto era gratuito, prima dell’inizio la gente stava già tutta accalcata sui gradini, molti s’erano portati un cuscino, e tu ti mettesti subito a discutere con una signora ingioiellata che sosteneva che il posto dove ci eravamo appena seduti, dietro di lei, era troppo stretto per tutti e due, le davamo fastidio coi piedi, che ci cercassimo un altro spazio, su qualche altro gradino. “Signora, ma lei questo posto qua quanto l’ha pagato?”, le dicesti con quel sarcasmo che ti faceva più acuta la voce, lei diventò paonazza di rabbia e tu gonfio di soddisfazione, andaste avanti a litigare di gusto fino all’inizio del concerto. Restammo seduti dove eravamo, col grosso culo della signora sopra i nostri piedi.

Gigi, la Chiesa di San Bernardino è puntellata di travi tenute insieme da giunture di metallo color oro. A vederle da lontano, potrebbero sembrare perfino degli ornamenti preziosi, e io davvero non capisco come mi possa venire in mente, in quel momento, la Sagrada Familia di Barcellona, non so se la facciata della Natività o quella della Passione, perché non me le ricordo. Che c’entra? Così mi dicevi anche tu, “Ma mo che c’entra?”, o ” Ma mo ti pare il momento?”, quando a me veniva in mente qualcosa che non sembrava pertinente. Così anche adesso, davanti alla facciata della Chiesa di San Bernardino sostenuta dalle travi.
Poco dopo, arrivo all’altezza di via San Giovanni da Capestrano. La via di casa tua, quella del terzo anno, dove abitavi insieme a Paolo, che era il fidanzato di Stefania, la mia coinquilina di via Chiarizia. Con voi viveva pure Stefano, l’unico non accoppiato che ci portavamo sempre in giro come una specie di figlio adottato dalla comunità (Stefano l’ho sentito quattro, cinque anni fa: mi disse che Paolo e Stefania stavano per sposarsi, io ho pensato: “Bravi, l’unica coppia dell’università ad aver resistito”). Non mi ricordo più com’era successo di prendere in affitto queste due case, poco distanti l’una dall’altra, noi ragazze là e voi ragazzi qua, e poi sempre tutti e cinque insieme, nell’una o nell’altra casa. Alla fine dell’anno litigammo tutti quanti, coppia con single, coppia con coppia.
Via San Giovanni da Capestrano l’hanno chiusa, la tua casa si intravede appena attraverso le transenne. Ne resta qualcosa, ma da dov’ero io non sono riuscita a vedere bene cosa.

Sono arrivata ai Quattro Cantoni. “Vediamoci ai Quattro Cantoni”, quello era il punto di ritrovo per chiunque. Ieri c’era solo una camionetta dell’esercito, dentro ci stavano due militari con la faccia annoiata. Da lì ho deciso di andare dritta, perché c’era un posto che volevo vedere soprattutto.
Per strada c’eravamo solo io e altre tre persone che scattavano foto. I nostri passi sui sampietrini risuonavano come dentro una grande stanza vuota – da bambina mi divertivano le stanze vuote, ci giocavo a far rimbombare la voce; a ripensarci in quel momento, mentre ascoltavo l’eco dei passi lungo la via, mi è sembrato un gioco sinistro. Di tanto in tanto, però, non si sentivano solo i passi: le pesanti assi di legno che sbarravano tutte le finestre dei palazzi scricchiolavano rumorosamente in una specie di tonfo secco, a turno. Allora non erano solo passi, era un ritmo di passi e tonfi secchi, pom tonc, pom tonc, pom pom, tonc tonc, pom tonc tonc. Ennio Morricone ci avrebbe messo degli archi?, mi sono chiesta mentre camminavo, e non mi sono neppure sentita in colpa per questo pensiero meschino, così fuori luogo.
Ho raggiunto la piazzetta, ho chiuso gli occhi. Le altre tre persone che camminavano davanti a me hanno proseguito, ho aspettato che si allontanassero, mi sono fermata e sono restata così finché non ho sentito un silenzio inumano. Allora ho aperto gli occhi.
Gigi, la nostra Facoltà stava là, sostenuta da una struttura che la teneva come in un abbraccio, e sembrava una Pietà scolpita male. La piazza era deserta, ci stava solo la luce bianca del mattino. Mi sono avvicinata lentamente alla facciata di Palazzo Camponeschi. Una trave copriva parte dell’insegna a destra dell’ingresso,
Università degli Studi de
Facoltà di Lettere e F

Sul portone chiuso c’era appeso un cartello, “Vietato l’accesso ai non addetti ai lavori”.
Io non lo so perché, a vedere quell’insegna leggibile a metà, Facoltà di Lettere e F, e quel cartello con la parola “lavori”, m’è venuto da sorridere, però sulla bocca il sorriso me lo sentivo amaro, come una smorfia per un sapore cattivo. Comunque, mi sono sentita sollevata all’idea di non poter entrare dentro.
Via Camponeschi, giù, era sbarrata. Allora sono tornata indietro, dall’altro lato della piazza.

Gigi, te lo ricordi il bar Tropical? È uno dei pochi di tutto il centro storico senza il cartello con l’avviso “Ci siamo trasferiti in via…, presso …”. Il Tropical pare che non si sia nemmeno trasferito, non c’è più. Se c’è, si è dimenticato di dire dove.
Anche da quella parte la strada era chiusa da transenne. Sono tornata di nuovo indietro, mi sono trovata davanti all’unico angolo dalla piazza che mi restava da vedere, quello sul lato della libreria Colacchi, che non c’è più e non si è trasferita nemmeno lei. Mi sono avvicinata piano, e questa volta ho avuto bisogno di trattenere anche il respiro, perciò non si sentiva davvero più niente. L’insegna non si vedeva bene, e l’ingresso della via era sbarrato.

Sono rimasta a guardare da lontano il profilo della nostra casa in via San Martino, l’ultima in cui abbiamo abitato insieme, io e te soli, prima di lasciare entrambi la città.
Avevo la testa vuota, Gigi, non ti so dire cosa ho pensato, e poi comunque che importanza hanno più i pensieri?
In cima alla salita di via San Martino si intravedeva il dedalo di viuzze della parte più antica della città. Sembravano accessibili. Allora sono tornata indietro un’altra volta, ho rifatto tutta la strada in un labirinto di vie aperte e zone rosse che non mi ricordo più (ho pensato una cosa, però, ed era: “Qui non c’è più nessuno, nemmeno i randagi”), finché ho trovato un’apertura inattesa, una transenna era stata sfondata e ci sono passata sopra. C’ero solo io in mezzo a cumuli di pietre e calcinacci, e poi, un attimo prima di rendermene conto, sono entrata in via San Martino.

Ma adesso sono più stanca dell’altra volta, Gigi, ho bisogno di riposarmi. Perdonami se anche in questa lettera ho scritto un poco male, come mi veniva:  scrivo in fretta, per paura di non fare in tempo a ricordare.
Continuo quando mi sento un po’ meglio, ma sarà presto, perché davvero mi devo sbrigare, le cose se ne vanno.
Buon tutto, sempre.

Lisa

 

* [Amelia Rosselli, C'è come un dolore nella stanza..., da Documento, in AA. VV., Poeti italiani del Novecento, a cura di Pier Vincenzo Mengaldo, Mondadori 1990, p. 1003]

Caro Gigi (pt. 1)

E non serve angustiarsi. Tutti sono pronti all’oblio persino nelle condizioni più favorevoli, e in un posto come questo, quando in realtà tante cose scompaiono dal mondo fisico, puoi immaginare quante ne vengono continuamente dimenticate. Alla fine, il problema non è il fatto che la gente dimentica ma che non sempre tutti dimenticano la stessa cosa.”
Paul Auster, Il paese delle ultime cose*

 

Caro Gigi,

ieri ci sono tornata.
La mattina prima stavo in cucina a bere il mio caffè, come tutte le mattine. Ho guardato fuori dalla finestra e, all’improvviso, senza neppure la giustificazione di una grave urgenza, un desiderio è venuto a trovarmi: “Io domani ci torno”. Nel pomeriggio ho controllato gli orari dell’autobus da Roma Tiburtina, la sera sono andata a dormire presto e il mattino dopo, alle otto, ero in macchina, diretta alla stazione. Dopo pochi minuti ho guardato l’ora anche se la sapevo già, come fanno tutti quelli che al mattino tentano di raggiungere Roma, e solo in quel momento, osservando i caratteri luminosi color arancio dell’orologio digitale, ho finalmente abbinato il 6 aprile a una data significativa, che avevo visto scritta tante volte sui giornali. Ero rimasta ferma a questo proposito che mi aveva fatto visita, “Io domani ci torno”, e non avevo legato il domani a un giorno particolare. Mi sono sentita un poco sciocca, tu lo sai che con le ricorrenze e le commemorazioni non ci vado tanto d’accordo, ed eccomi lì a partecipare involontariamente a una. Mi sembrava di ritrovarmi in mezzo al corteo di un funerale (pure coi funerali, sai anche questo, non ci vado d’accordo, viene sempre tanta gente che il morto l’avrà visto sì e no una volta o due, quand’era vivo).
Pensando ai giornalisti, alle telecamere, alle macchine fotografiche, ai cattolici coi rosari in mano, al turismo voyeuristico che avrei incontrato, mi è venuta la tentazione di tornarmene a casa, ma mi dispiaceva, temevo che la mia volontà non sarebbe più ricomparsa con una simile chiarezza come in quel momento, dopo tanti anni passati a dire ogni volta “Non ancora, non me la sento”. Allora ho proseguito, alle nove ero sull’autobus in partenza. Però, nel frattempo, continuavo a pensare quelle cose banali che siamo in grado di pensare in certe situazioni, “Che incredibile coincidenza”, “Che fatto curioso”, “Che cosa strana”.

La città quand’eravamo studenti, te la ricordi? Da ottobre a marzo, e oltre, dicevamo tra i denti “Che freddo porco”. Io arrivavo alle lezioni con la fronte gelata e il mal di testa, tu con le dita irrigidite e la pelle delle mani spaccata. Intorno a noi, in lontananza, sopra i tetti delle case, il profilo delle montagne innevate. Poi veniva il caldo, un po’ più in ritardo che in altre città, e da maggio a settembre, ma soprattutto a luglio, l’ultima sessione d’esame prima di andare via e tornare in famiglia, dicevamo tra gli sbadigli “Che caldo porco”. Le pagine dei libri ci si appiccicavano alle mani sudate, i vimini della sedia si conficcavano nel sedere – stavamo in mutande, io dicevo “Ma perché mi sono lasciata questo esame qua per luglio?” e lo davo a fine settembre.
Quando sono arrivata erano le dieci e mezza di un’insperata giornata di sole. Il nastro trasportatore che collega il terminal degli autobus alla piazza del Duomo non c’è più, allora ho dovuto fare un giro più lungo, passando per via Strinella. Non riuscivo a ricordarmi il nome di questa via, mi veniva via Pianella. A piedi per la strada c’eravamo solo io e qualche gatto. Sono passata davanti alla tabaccheria dei genitori di Valentina, te la ricordi Valentina? La tabaccheria era chiusa. Da lì sono risalita per quella scalinata che mi faceva ansimare già allora, quando avevo vent’anni e fumavo la metà di adesso. Solo agli ultimi cinque gradini mi sono resa conto che stavo sbucando all’ingresso di via Chiarizia.
De Vecchis si chiamava il proprietario dell’appartamento che dividevo con Stefania e Maria in via Chiarizia. Eravamo al terzo anno, te lo ricordi? Un giorno in quella via ci aggredì un cane randagio. Non era nemmeno tanto grosso, però io mi sentii male lo stesso, tu dopo ti arrabbiasti perché mi ero fatta venire un attacco di panico per un segugio di media taglia.
Ho oltrepassato l’arco, che non mi ricordo più come si chiama, e sono entrata nella città, nel centro storico della città.

Non ero preparata a entrare nella città, Gigi.
Non ci tornavo da quando avevo finito l’università, allora il centro storico c’era ancora tutto e odorava sempre di pane appena sfornato. Tu sai e capisci perché non ci avevo più messo piede, me n’ero andata. Se non lo sai e non lo capisci, sei rimasto scemo com’eri. Pure quando andai a discutere la tesi di laurea, un anno dopo il mio ritorno da Wolverhampton, cercai di farlo il più in fretta possibile, come un affare fastidioso da sbrigare, una bolletta da pagare, un conto da chiudere.
Il 6 aprile 2009, poi, mi trovavo di passaggio a casa dei miei, al paesello. Lì, al mare, sentimmo solo una scossa leggera, appena più forte di quella che eravamo abituati a sentire di notte quando i treni passavano vicino a casa. Vidi le immagini in televisione, mi limitai a telefonare a qualche vecchio amico dell’università, i pochi che non erano stati studenti fuori sede come noi, che lì ci abitavano da sempre, insieme alle loro famiglie: le case non ce le avevano più, ma loro erano vivi. Non provai alcun desiderio di tornare, di vedere. Pensai “Adesso non ci sono più nemmeno le cose, per poter ricordare”.

Adesso sono un po’ stanca. Le cose te le racconto un’altra volta, nella prossima lettera.
Buon tutto, sempre.

Lisa

* [Paul Auster, Il paese delle ultime cose, traduzione di Monica Sperandini, Guanda 1996, p. 87]

At the window

Edward Hopper, At the window (1940)

 

Vivi al primo piano di un palazzo dove, al piano terra, c’è un negozio di tolettatura per cani. Si chiama La Casa dei Cuccioli. Ignorarne il nome passandoci davanti è pressoché impossibile a tutti i vedenti, perché l’insegna di questo negozio consiste in diciassette spropositati caratteri scatolati, verniciati di verde acido e tenuti insieme da una ingombrante struttura metallica fissata al balcone di un appartamento al primo piano.
Il tuo.

Vivere in un appartamento che sta sopra un negozio di tolettatura per cani non è un fatto privo di rilevanza per chi ci vive, come invece potrebbe sembrare a chi non ci vive. Tu lo sai bene, perché ci vivi. Se il negozio di tolettatura per cani, poi, si chiama La Casa dei Cuccioli, e se l’insegna del negozio identifica immediatamente a una distanza di circa ottocento metri il balcone di casa tua, allora gli altri fatti non privi di rilevanza nella tua esistenza, per esempio, che so, il fatto di avere un lavoro precario e pochi soldi, e il fatto di abitare nel tratto più squallido della Tiburtina alla periferia di Roma, potrebbero finire col sembrarti, alle volte, delle tessere di un grande, emblematico mosaico, o i dettagli impliciti di un dipinto, dove il negozio di tolettatura per cani è là in basso, forse un poco sulla sinistra, e tu stai lì, al centro del dipinto come un coglione esplicito, affacciato al tuo balcone, mentre fumi una sigaretta. Riesci a vederti? Se non fosse per quella grossa, madornale insegna verde acido sotto di te, a pochi centimetri dalla sigaretta che tieni nella mano, sembreresti un quadro di Hopper. In effetti, mentre fumi lentamente la tua sigaretta e osservi le finestre illuminate dell’edificio di fronte casa tua, che poi è l’albergo dello stabilimento termale responsabile di averti alterato l’olfatto a colpi di esalazioni sulfuree, ti chiedi se a qualche cliente dell’albergo venga in mente un quadro di Hopper, quando ti fissa dall’altro lato della strada.

Anche i clienti dell’albergo di fronte casa, infatti, si affacciano alla finestra della loro camera. Sono perlopiù facce di uomini e donne ancora giovani – quelle meno giovani, supponi, stanno alle terme, al piano di sotto dell’albergo, a fare le inalazioni – e si vedono soprattutto d’estate. Anche loro, incorniciati da infissi di colore bianco e acquamarina, sembrano un quadro di Hopper, ma un altro, non quello che assomiglia a te e al tuo balcone.
Si affacciano, appoggiano i gomiti sul davanzale, accendono una sigaretta come te, la fumano lentamente. Loro, però, sono lì di passaggio. Hanno appena completato un ciclo di trattamenti per la pelle o, come più spesso ti piace immaginare, hanno da poco finito di fare l’amore, con una persona anche lei di passaggio. Qualche volta il piacere dell’immaginazione ti viene sottratto, perché accade di intravedere davvero una donna mezza nuda dietro la tenda, e allora ti devi inventare una storia con altri dettagli che non vedi (chi è la donna mezza nuda? Un’amante, sì, certo, ma che tipo di amante? Come ama?).

I vostri sguardi si incontrano. Succede mentre, dal piano di sotto del tuo palazzo, si levano disperati i guaiti dei cani della Casa dei Cuccioli. Pare che li stiano scannando, invece li stanno lavando, asciugando, tosando, profumando, infiocchettando (ma tu, in alcuni momenti, che sono momenti alla fine di una giornata in cui non hai fatto altro che ascoltarli piagnucolare per un bagno caldo, tu nutri segretamente il desiderio che quei cuccioli bastardi li scannino il prima possibile). Vi guardate, tu e il cliente dell’albergo di fronte casa, e ti scopri a cercare di coglierti attraverso i suoi occhi, mentre fumate la vostra sigaretta in silenzio. Vi guardate, e pensi che non devi fare certo una bella impressione, curvo sopra quell’insegna appesa al tuo balcone, La Casa dei Cuccioli, in mezzo ai guaiti dei cani che provengono dal piano terra del tuo palazzo. “Io qua ci vivo. E lei? Lei che ci fa da queste parti, oltre alle cure termali?”. Così vorresti dirgli, urlando per cercare di sovrastare i latrati, ma non sei tipo da rivolgere una domanda così intima, per giunta urlando, a una persona sconosciuta che s’affaccia alla finestra di una camera d’albergo.

Ti è sempre piaciuto guardare dietro le finestre delle case. Piace un po’ a tutti. Tavole preparate per la cena, luci, soggiorni, librerie – le librerie soprattutto, e la sagoma di persone e di persone che tengono in braccio un gatto. D’estate, o in primavera, ti piace di più perché le finestre sono aperte, e alle immagini si accompagnano i suoni, a mo’ di sottotitolo: acciottolìi di piatti in cucina, tv e radio accese, voci di gente che litiga, gente che canta, gente che ride, gente che piange, gente che bestemmia. Ti piace da quando sei bambino e non hai ancora capito perché, visto che a casa tua si litigava, si cantava, si rideva, si piangeva e si bestemmiava come nelle case degli altri.

Rientri in casa, ti prepari un caffè. Adesso osservi l’edificio dell’albergo attraverso il giallo girasole delle tende nel tuo soggiorno. Infine torni alle tue occupazioni. Rileggi quello che hai scritto e scopri con un certo stupore di esserti declinata al maschile per tutto il tempo, come se non fossi tu l’imbecille sul balcone sopra la Casa dei Cuccioli, ma uno qualunque (non hai più voglia di pensarci, perciò decidi che di questa stramberia è senz’altro responsabile la lingua in cui scrivi, che tende a declinare il soggetto al maschile se accanto gli sta una donna, o se il soggetto vuole restarsene indefinito e riguardare tutti gli individui).
Finalmente pensi che non sei buona a raccontare le cose in seconda persona, e che però avevi proprio tanta voglia, diresti addirittura bisogno, di vederti dall’altro lato della strada.

Circoli e circoletti (e altre cose che non c’entrano niente)

Io ai festival letterari, alle feste del libro e della lettura, alle feste della piccola e media editoria, qualche volta ci vado. Sono, perlopiù, le uniche feste a cui vado di mia iniziativa, cioè senza essere trascinata da Le Sanglier o dagli amici, e ci vado pure perché, in questo tipo di feste qui, non mi sento costretta a imbottirmi la bocca di pizzette allo scopo di evitare lo zapping conversazionale, come di solito faccio alle feste – di compleanno, di matrimonio, di laurea, di dottorato, di Capodanno, di tutti gli eventi che uno ha da festeggiare, per ricordare a un certo numero di persone smemorate, e interessate a scroccare una cena, che lui compie gli anni, che si sposa, che si laurea, che diviene ufficialmente un disadattato, che oggi è il 31 dicembre e domani sarà il 1° gennaio – dove non vado di mia iniziativa.
Però, sarà perché sempre di feste si tratta, alla fine esco comunque un poco costipata anche dalle feste del libro, pure se non ho mangiato niente. Quest’anno, mi sono detta, vorrei capire perché.

Lo scorso fine settimana stavamo, io e Le Sanglier, all’Auditorium Parco della Musica, a Roma.
Qui ogni anno, da qualche anno, ci fanno questa Festa del Libro e della Lettura.
Quest’anno ci sono tornata, dopo uno o due di pausa per digerire l’ultima edizione a cui ero stata, perché volevo ascoltare Marco Lodoli parlare del suo nuovo libro e perché volevo ascoltare Nanni Moretti che leggeva Parise.
L’Auditorium Parco della Musica, lo dico per chi non c’è mai stato, è un bel posto in sé, cioè in quel sé progettato da Renzo Piano; lo è almeno il sé interno (il sé esterno fa pensare più a un’enorme navicella spaziale, o a un mostro a tre teste, che a un posto dove la gente va ad ascoltare concerti, però questa è un’idea mia, che di architettura non ci capisco niente). L’Auditorium Parco della Musica, poi, si trova in mezzo al nulla, ed è un nulla piuttosto ampio che sta nel quartiere Flaminio, tra il Villaggio Olimpico e la collina dei Parioli: ci vai solo se sai che esiste o se abiti ai Parioli (o se sei uno che s’imbuca a tutte le feste). Io e Le Sanglier non abitiamo ai Parioli. Non abitiamo nemmeno a Roma, ma a Bagni di Tivoli (o Tivoli Terme, dipende se devi dire la fermata del treno o il nome sul cartello all’ingresso del paese, e bisogna fare attenzione a dirlo a chi ti viene a trovare per la prima volta e non conosce la zona, perché se viene in treno devi dirgli “Scendi a Bagni di Tivoli, stiamo a cento metri dalla stazione”, se viene in macchina devi dirgli “Arriva a Tivoli Terme, stiamo a un chilometro dal cartello”. C’è chi, cercando la nostra abitazione, si è perso e non se n’è saputo più nulla). Bagni-di-Tivoli-o-Tivoli-Terme sta un po’ a Roma e un po’ no (ma più no), nel senso che sta in provincia di Roma ma nel comune di Tivoli ed è esattamente il primo paese in provincia di Roma, sul versante est, a partire dal quale scatta la distinzione fra perimetro urbano e non: significa che l’abbonamento mensile ai mezzi pubblici costa cinquantanove euro e cinquanta centesimi invece di trentacinque, cioè che un abitante di Bagni-di-Tivoli-o-Tivoli-Terme bestemmia ogni volta che con il treno transita a Lunghezza, paese di confine tra zona A del Lazio (Roma capitale) e zona B (non-Roma capitale, ma ci stanno anche zona C, D, E e F, a ricordare che c’è sempre chi sta peggio). Finisce, insomma, che l’abitante di Bagni-di-Tivoli-o-Tivoli-Terme, ogni volta che il suo treno ferma a Lunghezza, che sta più o meno a cinque o sei chilometri da casa sua, esclama: “Se abitavo a Lunghezza, pagavo ventiquattro euro e cinquanta centesimi di meno, mortacci vostri!”. Insomma, la tua appartenenza attiva alla vita di Roma capitale, anche se lavori a Roma capitale e ci vai tutti i giorni in treno, è discutibile.

Tutto questo non c’entra nulla con l’Auditorium Parco della Musica, ed è esattamente per questo che lo trovo significativo: non entrandoci nulla, c’entra col fatto – credo – che, quando ci vado, mi sento un po’ estranea e un po’ straniera, e un grumo di fatica a partecipare alle festicciole lo sento anche lì.
L’Auditorium progettato da Renzo Piano, dicevo, è un bel posto in sé e ci fanno anche delle belle cose: concerti, soprattutto, ma anche gli altri eventi normalmente catalogati alla voce “culturali”, tra cui, appunto, la Festa del Libro e della Lettura. Queste belle cose, di solito, attirano comprensibilmente un sacco di gente che abita lì vicino, quindi gente che abita ai Parioli. In buona misura si tratta, mi pare, di signore di mezza età profumate di cipria e avvolte in uno scialle di pura seta che, oltre all’abbonamento mensile ai mezzi pubblici di Roma capitale (zona A), hanno anche un abbonamento annuale agli eventi culturali dell’Auditorium, di cui si servono quando la sera e il fine settimana s’annoiano a casa, o quando desiderano mostrare agli amici la loro copia autografata dell’ultimo libro del grande scrittore del momento. Questa, almeno, è l’idea superficiale, parziale, certo stereotipata e forse anche superata (però le signore incipriate che venivano da lì vicino ci stavano, non è un’idea superata, non è nemmeno un’idea, è proprio puzza di cipria e frullo di seta) che mi sono fatta io, che non sono originaria né di Bagni-di-Tivoli-o-Tivoli-Terme né di Roma capitale, ma ho abitato da abruzzese ignorantella a Roma capitale per tre anni, prima alla Magliana, dove stanno gli immigrati, poi sulla Prenestina, dove stanno gli  immigrati, ed è un’idea che mi sono fatta osservando un po’ Roma e un po’ i romani, i quali, peraltro, me l’hanno confermata in molti. Flavia Gasperetti, invece, ha fatto di più, decidendo di farmi dono di una sua descrizione illuminante del quartiere Parioli, come solo lei poteva fare e come secondo me dovrebbe fare presto anche in un suo post su The Brain that Drained. Interrogata da me sull’argomento, Flavia ha esordito così: “Il mio dentista aveva lo studio a Piazza Euclide, sede della più brutta chiesa del mondo, sembra una torta di merda che si sta squagliando dalla base in su” e ha concluso così: “Insomma, la desiderabilità del quartiere Parioli non sta nell’essere un bel quartiere, anzi, parti di esso sono decisamente brutte, ma solo nel fatto che da esso è stata bandita la vita normale, quella di tutti gli altri” (tutto quello che sta in mezzo lo tengo per me, come privilegio di quella che potrebbe essere l’anteprima di uno scritto prezioso).

Il pubblico fa l’evento e non il contrario, mi sono detta l’altro giorno. Se non è così sempre, è così almeno all’Auditorium, dove una cosa che potrebbe essere fatta in molti modi, viene fatta in un modo soltanto, ed è un modo che può piacere al pubblico, indubbiamente coltissimo, dell’Auditorium: composto, ma di una compostezza affettata che nulla ha a che fare con la sobrietà di una ragione umile, decentrata rispetto a se stessa e allenata a osservare le realtà. Secondo me lo pensano anche Petra Magoni e Ferruccio Spinetti, che quando ci hanno fatto uno dei loro concerti la settimana scorsa per presentare il loro nuovo album “Banda larga”, apparivano piuttosto a disagio davanti a una platea non gremita e a gallerie semivuote: lei cercava di interagire con il pubblico, il pubblico guardava per terra come i ragazzini interrogati a scuola; lui e il suo contrabbasso facevano il salto mortale con triplo avvitamento in una canzone nuova, scritta da lui e dalla Magoni, il pubblico faceva un applauso contenuto e compito, con le mani giunte in preghiera (bisogna dire, però, che quando hanno proposto la loro versione di “Bellezze in bicicletta”, sono venute le convulsioni a tutti quanti, pure alle signore incipriate, come agli astemi quando bevono).

Insomma, non lo so, però alla Festa del Libro e della Lettura non mi sono divertita nemmeno quest’anno, o forse mi sono divertita un po’ solo quando ho visto bimbetti di sette, otto anni, raggomitolati per terra sopra un’Europa di stoffa, a scriverci le loro poesie preferite copiandole da un libro che facevano fatica a tenere aperto con una mano, mentre portavano il segno. Ce n’era uno con gli occhialetti rossi che era lui stesso una storia da raccontare (magari era un composto pargolo pariolino, non lo so, però era bello da guardare mentre leggeva e scriveva Il caso di Martin Auer – l’avrà scelta lui?).

aud3

Marco Lodoli ha parlato del suo ultimo libro e nessuno gli ha chiesto niente, nemmeno io quando ho visto che lui aveva fretta di andarsene – ci metto tempo a formulare una domanda ad alta voce da rivolgere a uno sconosciuto in un ambiente dove non mi trovo completamente a mio agio, però avrei voluto chiedergli certe cose sulla lingua, quella bella lingua in cui ha scelto di scrivere Vapore.
Nanni Moretti, che per una volta non era Nanni Moretti ma solo uno che legge libri per qualcun altro, ha letto qualche passo dei Sillabari di Parise e di Caro Michele della Ginzburg. Poi, della Ginzburg, ha letto anche una postfazione ai Sillabari di Parise, una bella pagina in cui s’interrogava, pure lei, su fatti di lingua, quella lingua che – io penso – è l’unica faccenda seria che fa di un libro un libro e che rende tutti partecipi di qualche cosa, e allora mi sono sentita meglio, un po’ meno estranea e un po’ meno straniera, e forse ho capito perché, anche se le feste non mi piacciono, finisco sempre con l’andarci: perché un po’ spero, spero sempre che quella volta andrà meglio.
Poi ha letto anche un brano delle Pagine postume pubblicate in vita di Musil, dicendo al pubblico dell’Auditorium: “Non c’entra niente, ma avevo piacere di leggervelo”.

Il brano di Musil scelto e letto da Moretti che per una volta non era Moretti è questo qui e, secondo me, con le feste c’entrava moltissimo.

Superfluo n. 99. Ombrelli.

Nel post numero 99 di Tornasole avrei voluto provare a scrivere di Sanremo, soprattutto dopo aver ricevuto alle 22.41 di ieri l’e-mail di Tiziano – che verrà pubblicata su questo blog venerdì 15 febbraio, nel post numero 100.
Poi, però, ho pensato che quest’anno nella direzione artistica di Sanremo c’è Francesco Piccolo, che è stato pure lo sceneggiatore di Habemus Papam, che è un film di Nanni Moretti, che viene spesso citato in questi giorni, che sono giorni confusi. Insomma non ci ho capito più niente e, non so com’è successo, mi sono messa a scrivere di ombrelli. Mi rendo conto di perdere, in questo modo, l’ennesima occasione di scrivere su argomenti di una qualche utilità sociale. Tuttavia devo pur ammettere che stamattina, della prima serata di Sanremo, mi ricordavo soprattutto le deglutizioni del buon Crozza nell’atto di recuperare la saliva. Mi è sembrato ragionevole preferire la superfluità di un post sugli ombrelli.

***

Le migliori previsioni meteo – e con “migliori” si vuole intendere in questo caso le più affidabili, escludendo dai parametri della valutazione il rigore scientifico e le modalità di divulgazione – sono quelle dei venditori ambulanti di ombrelli a Roma. Li vedi sbucare all’improvviso dal nulla e disporsi lungo la strada, a una distanza di circa cinquanta metri l’uno dall’altro, e non più di dieci minuti dopo comincia a piovere, anche in una insospettabile giornata di sole. Forse un anticipo di dieci minuti non è il servizio di un meteorologo competente, ma si voglia tener presente che questi uomini si avvalgono esclusivamente della loro eccezionale capacità di consultare il cielo con lo sguardo, come gli oracoli le viscere animali. Se uno sta per uscire di casa e vuole sapere se deve portarsi l’ombrello, gli basterà affacciarsi alla finestra e buttare un’occhiata giù in strada. Se i venditori di ombrelli sono già schierati, pioverà. Non importa se è un’accecante giornata d’agosto: pioverà. A questo punto si può decidere se uscire di casa con il proprio ombrello sotto il braccio o, se non ce l’ha o non lo trova per tempo, uscire di casa e andare subito a comprare un ombrello dai venditori ambulanti, complimentandosi con loro per l’eccellente servizio prestato al comune di Roma.

Io sono una di quelli che escono di casa senza l’ombrello e non ne comprano per strada, in qualsiasi situazione. Non c’è una motivazione degna di nota, è che proprio mi dà noia l’idea di portare con me l’ombrello (perché, è chiaro, uno prima di portare con sé l’ombrello, deve concepire l’idea di portare con sé l’ombrello).
Non dico questo nel vano tentativo di imitare l’inimitabile Francesco Piccolo quando scrive delle sue vicende con gli ombrelli (quello è un racconto di “Storie di primogeniti e figli unici”, questo è un post di Tornasole. Mancano, anche qui, i parametri di valutazione più adeguati, per cui si potrà eventualmente limitarsi a considerare che, rispetto alla fruibilità del prodotto finale, questo post sta al racconto di Francesco Piccolo come i venditori ambulanti di ombrelli stanno al servizio meteorologico a cura dell’Aeronautica Militare, dunque cerca di fare il meglio possibile col poco a disposizione).
È che proprio mi stanno in culo gli ombrelli. Standomi in culo, è prevedibile che io abbia con essi un rapporto segnato dalla conflittualità, soprattutto nei casi in cui il loro immediato utilizzo si renda indispensabile. Per esempio, se accade di dimorare per un’intera stagione invernale a Wolverhampton, West Midlands, Inghilterra.

Anche durante i nubifragi che negli ultimi due giorni hanno flagellato Roma mi sono chiesta se non fosse giunto il momento di cambiare abitudini in fatto d’ombrelli.
In casa ce ne sono attualmente tre, e quando dico “attualmente” non penso davvero, come pure è plausibile pensare, a una questione meramente temporale, ma penso all’amabile Le Sanglier e al fatto che vivere con lui significa pure rinunciare con serena consapevolezza a vigilare sulla sorte degli oggetti che fanno il loro ingresso in casa. In casa, dicevo, ce ne sono attualmente tre: uno, ricevuto in regalo da Svevo e Maria, è un ombrello di quelli buoni pure da piantare nella sabbia quando vai nella spiaggia libera al paesello mio; ingombranti come o, se possibile, più di un figlio scemo, che non sai dove buttarlo quando cammini per strada. È un ombrello da non regalare mai a chi non ama portarsi dietro l’ombrello, ma la premura genitoriale, si sa, non ha misura. Inoltre, sopra ci sta scritto Pierre Cardin, e il pensiero di andarmene in giro con un ombrello che non è mio, ma di uno che si chiama Pierre Cardin e che ce lo fa pure stampare sopra, mi terrorizza.
Un altro appartiene, attualmente, a Le Sanglier. Questo è di fattura assai diversa: pieghevole innanzi tutto, e provvisto di un agile e persino grazioso manico di legno, potrei pensare di utilizzarlo se io utilizzassi ombrelli e se l’ombrello in questione non fosse di un colore nero tale da farmi pensare immancabilmente alla penitenza cui si sottopone mia nonna, che da quarant’anni si obbliga a indossare il lutto fino alle mutande.
Il terzo, infine, l’ho comprato io da un venditore ambulante, il giorno in cui decisi che non avrei mai più comprato ombrelli da un venditore ambulante, cioè quando, messa alle strette da due necessità poco discutibili – pioveva come avevo visto piovere solo a Wolverhampton e io, uscita dalla metro, dovevo camminare per un buon pezzo prima di arrivare dove dovevo arrivare in tempo, e idealmente in abiti asciutti – tirai fuori una banconota da dieci euro per un ombrello che vantò grosso modo sette minuti di fruibilità, dopo i quali si lasciò sventrare dalla bufera senza opporre alcuna resistenza, rendendosi a malapena utilizzabile nei giorni di deboli rovesci (per arrivare dove dovevo arrivare in tempo, e idealmente in abiti asciutti, mi ci vollero altri cinque minuti buoni).

A proposito dei costi degli ombrelli, poi, non si può trascurare che un fumatore precario – o un precario fumatore, la scelta qui m’affatica proprio – calcola entrate e uscite adottando come unità di misura un pacchetto di sigarette (da venti, l’unico possibile per consumatori devoti ed esperti).
Per esempio, un ombrellone da spiaggia di un tizio che si chiama Pierre Cardin costa almeno cinque pacchetti di Lucky Strike blu, pertanto può finire nella casa di un fumatore precario, o di un precario fumatore, solo se la famiglia, impietosita, glielo regala confidando che il miserabile decida di cominciare a ripararsi dalla pioggia. Allo stesso modo, un ombrello acquistato all’uscita dalla metro costa più di due pacchetti di Lucky Strike blu, pertanto risulta senza dubbio una spesa da ponderare.
Ma un ombrello che costa poco più di due pacchetti di Lucky Strike blu e dura sette minuti equivale esattamente a più di quaranta preziosissimi involtini di catrame (7 mg), nicotina (0,6 mg) e monossido di carbonio (8 mg) ittàti a fracicà sotto l’acqua. In tal modo, e in ultima analisi, l’ombrello giunge a rappresentare un inammissibile orpello, di cui un fumatore precario, o un precario fumatore, giudica irragionevole replicare l’acquisto.

Come deve andare. Considerazioni a margine di un’emicrania

Roma oggi è un braciere. A Roma l’estate arriva prima e va via più tardi, in entrambi i casi all’improvviso, da un giorno all’altro. A ottobre inoltrato vai ancora in giro a maniche corte, e una mattina ti svegli e ci vuole la giacca.
Boccheggio dalle parti di San Giovanni in Laterano, alle prese con l’emicrania e l’umore pesto. Mentre mi avvio verso la stazione Tiburtina ascolto Battiato, che mi ostino a decifrare quando mi muovo a piedi per la città. Un’abitudine che ho preso nel tempo, per tenere una distanza dalla situazione intorno a me. La selezione è sempre la stessa e sempre nello stesso ordine, in loop: Cuccurucucu nella versione live dall’album Un soffio al cuore di natura elettrica, poi La cura dallo stesso album e subito dopo La cura nella versione originale (in entrambi gli ascolti della stessa canzone vado ragionando su come sfruttare il testo in classe per presentare i verbi al futuro, ma poi non porto mai Battiato in aula perché, tolti tutti quei verbi bellissimi al futuro, il testo mi sembra di una complessità feroce per gli studenti dell’A2. E poi che vorrà mai dire, all’improvviso, “Vagavo per i campi del Tennessee, come vi ero arrivato chissà, non hai fiori bianchi per me?”… Però lo farò, io sì che lo farò). Torno all’album live con Voglio vederti danzare e, quando dice “come i Dervisches Tourners che girano sulle spine dorsali”, mi si aggroviglia la lingua e mi scappa da ridere sull’autobus (ma sugli autobus di Roma non è un problema). Segue Impressioni di settembre, poi cambio di album e si passa a Bandiera bianca, Up patriots to arms, cambio di album, E ti vengo a cercare, poi mi innervosisco per questa mia irragionevole abitudine necessaria, mi sento imbecille e chiudo con Centro di gravità permanente.
Ogni volta così. Ma oggi di più, perché oggi ho l’emicrania e l’umore pesto.
Mi viene in mente quella scena di Aprile in cui Nanni Moretti prende a pugni il finestrino dell’auto mentre sta guidando e dice “Ho voglia di litigare con qualcuno”. Lui però era motivato da pensieri differenti.
Io penso che ci siamo quasi. Domani è giugno. Presto sarà tempo di campionati. Un corso qui, un corso lì, una collaborazione là.
Ho già ricevuto il previsto invito a passare metà dell’estate correggendo qualche centinaio di prove d’esame, digitalizzate con cura dall’università e comodamente visualizzabili da casa su una piattaforma privata in rete, allo scopo di rendere più facile la vita dei collaboratori sparsi per l’Italia e per il mondo. Mi sento quasi commossa da simili accorgimenti, o forse è soltanto il sole che mi fa lacrimare gli occhi, o l’emicrania, perché quando ho l’emicrania mi lacrimano gli occhi.
Penso che devo ancora rispondere all’e-mail, e penso che non lo so se quest’anno me la sento, di accettare. “Eh, ci credo, con la connessione internet che hai adesso che ti sei trasferita in quel buco di culo alla periferia di Roma, ti voglio vedere a correggere esami in piattaforma…”, mi dice un’amica, ricordandomi che fino a pochi mesi fa ero dentro il perimetro urbano. Be’, sì, la connessione è quello che è, qui, nell’unica area della periferia romana non raggiunta da ADSL, che poi è anche l’unica dove puoi avere un po’ di pace con l’affitto di una casa intera.
Però c’è dell’altro. Ci penso in treno, mentre rincaso nel mio buco di culo alla periferia di Roma, insieme all’emicrania e all’umore pesto.

È che quest’anno, ad agosto, avrò voglia di andarmene al mare, là, al paesello. Ma non nel senso che vado al paesello e poi sto seduta in veranda, a sacramentare al computer e respirare l’aria buona che viene dal mare, la spiaggia alle mie spalle, Svevo e Maria che ogni tanto fanno capolino per dirmi: “Ma vatten’ a lu mar’!”. Quello l’ho fatto l’anno scorso, mentre correggevo duecentoventisei prove e poco prima di rientrare a Roma, dove mi aspettava un corso superintensivo fino alla fine di settembre e poi, due giorni dopo, un intensivo fino alla fine di dicembre.
Quest’anno, ad agosto, voglio proprio andare in mare. Voglio arrivare fino agli scogli, col pedalò. No, anzi, ci voglio andare a nuoto, però con le pinne, perché senza pinne lo sapevo fare una volta, adesso è un’altra volta. Voglio prendere le cozze. Voglio lasciarmi una minuscola cicatrice sulla chiappa sinistra, così, per amor di equilibrio con quell’altra che mi feci a quindici anni scivolando su uno scoglio.
Poi, appena tornata a riva, voglio mangiare un’enorme frittella ancora calda, con le mani salate d’acqua, che è una cosa che facevo a dieci anni, mentre mia madre sotto l’ombrellone sbraitava che non si può mangiare una frittella al mare, perché una frittella alle undici del mattino ti rovina tutto l’appetito per il pranzo, e va bene, se la vuoi mangiare va bene, ma guai a te se dopo entri di nuovo in acqua. Io la mangiavo in piedi e poi rientravo in acqua, mia madre sbiancava. Andavo giù a esplorare il fondo, e quando tornavo in superficie lei aveva raggiunto la riva, stava dritta, con i pugni piantati nei fianchi, gli occhi verdi così inferociti che glieli potevo vedere da lontano, due gemme catarifrangenti.
Quest’anno la frittella vado a comprarmela lì, allo chalet sulla spiaggia, dove le friggono a metà mattinata e puoi entrare sgocciolando in costume, a piedi scalzi e imbrattati di sabbia.
La sera voglio mangiare il pesce in veranda, con mio fratello Houston che mangia prosciutto e mozzarella perché il pesce lo disgusta, e con Svevo e Maria che mi danno il tormento e mi dicono che sono nu scarcator’ d’ port’, perché bevo e fumo troppo come gli uomini che scaricano le casse di pesce là al porto, e io vorrei tanto andare al porto e conoscerne uno astemio e non fumatore, perché sono sicura che c’è, e portarglielo a casa una sera a cena e dire a tutti e due: “Niente vino per Marcellino, è astemio. Ah, e poi, per favore non fumategli vicino che gli dà fastidio”.

Poi voglio rientrare a Roma, tra il 15 e il 18 agosto, né prima né dopo, perché quelli sono i giorni in cui si può vedere Roma come non si può più vederla per il resto dell’anno, cioè deserta, silenziosa e tua, completamente tua.
E poi va bene, allora sì, ricomincio a lavorare.
Ecco come deve andare.

[E per regalo voglio un harmonizer con quel trucco che mi sdoppia la voce]

Smeralda Deluxe. Parte II: l’avvento di Tom L’Autarchico

Malgrado l’amorevole cura con cui bado a Smeralda Deluxe e alla sua rara modestia, i rapporti amicali tra me e lei si sono incrinati presto.
È stato quando ci si è messo di mezzo Tom L’Autarchico.
Lui è il moderno Virgilio di tutti gli automobilisti romani, autoctoni e non, che si avventurano nei gironi infernali della Città Eterna. Navigatore satellitare dalla voce sinistra e raggelante, Tom ha condotto spesso me e Smeralda lungo le vie della perdizione.
Una notte è dovuto venire Le Sanglier con la sua macchina, per riportarci sulla retta via di casa, perché noi, pur volendo tornare a casa, non ne venivamo a capo: la strada dell’andata, fatta di giorno, non era più buona per il ritorno, per cui s’erano cercate insieme a Tom soluzioni nuove che ci avevano disorientato. Chi non vive e non guida a Roma non sa, forse, che alcune strade che puoi fare di giorno non sono le stesse che puoi fare di notte, o viceversa. Una di queste è la Tangenziale est, regolarmente chiusa al traffico dalle 23 alle 6. È così e lo devi sapere, non stare a chiederti perché. Se non lo sai, lo chiedi a Tom. Se non lo sa neanche Tom, è un problema vostro.
Un’altra volta mi sono state recapitate due lettere, entrambe chiuse in una curiosa busta verdognola, in cui mi si invitava a offrire una modesta somma al Comune di Roma, in quanto Smeralda “alle ore 1.21 (…) accedeva nella zona a traffico limitato senza la prescritta autorizzazione” e “alle ore 2.50 (…) circolava nella corsia riservata ai mezzi pubblici”. Sarà chiaro che non era certo colpa della povera Smeralda. Era naturalmente colpa dell’Autarchico, che avrebbe dovuto avvisarci e non lo aveva fatto.
Inoltre, di lui non ho mai accettato la sua tendenza a mettere gli accenti a caso sulle parole, per esempio quando con la sua voce metallica mi suggerisce: “Spostàti a destra”. Ma come parli, Tom? “Spostàti” in che senso? È una provvidenziale segnalazione di pericolo, la tua? Mi stai cioè segnalando la presenza di squilibrati sulla corsia alla mia destra e quindi il rischio di venire travolti? E ti pare una soffiata confidenziale, questa? (ma poi, qua a sinistra, stiamo forse più tranquilli?). A sentire certe stupidaggini, mentre sono in mezzo al traffico, finisce così che mi innervosisco e rimango sulla sinistra. E sbaglio strada.

Ma, va bene, voglio essere disposta a negoziare anche sulla fonetica. Tom non è di origine italiana e io sono abituata all’interazione quotidiana con lo straniero assediato dall’accentazione selvaggia della nostra lingua.
Il fatto è che Tom si prende gioco di me e Smeralda, ne sono sicura. La prova decisiva si palesa quando, mentre io e lei ci stiamo godendo il viaggio affidandoci alla sua guida, lui rompe il silenzio con il seguente raccapricciante invito: “Tornate indietro appena potete”. Ma ce lo avevi detto tu di andare avanti, cazzo. Ci siamo anche squilibrate a destra per te. Noi ti abbiamo dato retta, ci siamo fidate, sebbene non capissimo perché, per fare quattro chilometri, ci avessi portato sul raccordo. E adesso indietro non ci possiamo tornare, non subito, e Smeralda ha sete, si lamenta che non ce la farà ancora per molto, pur essendo abituata a vivere con un tozzo di pane e un sorso d’acqua. A questo punto perdo completamente la grazia della ragione. Tom viene imbavagliato e chiuso nel cassetto del cruscotto mentre sta ancora ripetendo diabolicamente “Tornate indietro appena potete”. Torno indietro appena posso, mi ritrovo in una zona di Roma che non conosco. E sbaglio strada.
Preda di una rabbia ingovernabile, me la prendo allora anche con Smeralda, coprendola di insulti e arrivando a rinnegare le radici ideologiche del nostro antico sodalizio: “Maledetto il giorno che t’ho incontrato! Si stava meglio quando si stava ad aspettare il tram e a maledire gli scioperi della metro. Lurida, sudicia, inguardabile, imbarazzante, immonda monoporta! E vai a raccattarti uno specchietto destro, che fai schifo! Hai capito? Mi fai schifo!”.

È ormai fuor di dubbio che la tensione venuta presto a crearsi nell’abitacolo, e la mia conseguente riluttanza a utilizzare la macchina, non dipendono certo dalla mia indiscussa e indiscutibile abilità alla guida, ma sono piuttosto il risultato sia dell’evidente fatica di mantenere un’auto sempre sobria nel suo aspetto, sia della mia esasperazione per i dispetti continui di Tom. Da qui, il progressivo diradarsi dei contatti tra me e l’innocente Smeralda.
Sta lì, col muso abbozzato, il suo solito specchietto in meno a destra e due nuovi graffietti sulla stessa fiancata, a godersi l’ombra degli alberi di fronte casa. Siccome però mi commuovo a vederla lì tutta accasciata e depressa, qualche volta la porto a fare un giro per il quartiere oppure la mando a scorrazzare con Le Sanglier su uno spazio più ampio. Perché è una buona macchina, la mia umile Smeralda Deluxe, che può dare ancora tante soddisfazioni.
Del perfido Tom L’Autarchico, invece, non se ne sa più nulla.

Smeralda Deluxe. Parte I

Il nostro primo incontro risale al dicembre del 2010.
Era stata immatricolata nel 2000 e accessoriata, negli anni seguenti, con bozze e graffi su tutti e quattro i lati. Una mia conoscente americana, in procinto di tornare definitivamente negli Stati Uniti dopo dieci anni trascorsi in Italia, me l’ha presentata dicendomi che era una buona macchina e che era davvero contenta di affidarla a me.

In principio Smeralda Deluxe fu senza dubbio una Saxo a due porte laterali, entrambe agibili.
Tuttavia, al momento del nostro incontro, quella sinistra presentava l’apertura esterna compromessa, a seguito di un probabile tentativo di scasso, per cui, una volta chiusa la macchina, si accedeva solo dal lato del passeggero, badando di non trafiggerti con il cambio mentre tentavi di guadagnarti il sedile del guidatore. Con qualche ulteriore comodità in meno, si poteva però entrare anche dal bagagliaio. Poi si usciva da dove ti piaceva di più, premurandoti di abbassare dall’interno la modernissima sicura sinistra, nel caso avessi buone ragioni per farlo, prima di chiuderti irrimediabilmente lo sportello alle spalle.
Questa peculiarità di Smeralda, inoltre, richiedeva accortezza in certe manovre di arresto, in quanto la scelta o l’esigenza di parcheggiare accanto a un muro alla tua destra implicava la capacità di calcolare con buona approssimazione i centimetri necessari a te e agli altri eventuali passeggeri per rientrare successivamente o, in alternativa, la disponibilità, sempre tua e di altri eventuali passeggeri, a servirsi solo del bagagliaio. Non è così semplice e ovvio come potrebbe sembrare. Non sempre, infatti, si dispone di tempo e lucidità per prendere tali misure preventive in un parcheggio di questo tipo, mandando a memoria l’informazione che, dopo, non potrai rientrare da dove presumibilmente sei uscito. Dirigersi allo sportello destro della propria auto non diventa mai un gesto abitudinario per un guidatore, a meno che non sia anglosassone. Perciò può anche succedere che te ne accorgi dopo, quando torni alla macchina. In quel caso inizi a guardarti intorno e a deglutire, mentre fai il conto di quante persone nei paraggi ti vedranno introdurti nella tua Saxo passando dall’angusto bagagliaio. E, in genere, per le strade di Roma si ha raramente un po’ di intimità.
Non ho mai provveduto alla riparazione della serratura sinistra, perché tengo sempre in seria considerazione la fiducia che mi viene accordata da chi mi consegna qualcosa che gli è caro e perché in effetti due vie di accesso, sportello destro e bagagliaio, sembravano più che sufficienti anche a me, usando la dovuta prudenza. Sono anzi grata alla monoporta Smeralda Deluxe per avermi insegnato a prendere le opportune misure contro quei disagi che immancabilmente si richiano a privarsi di certe comodità, di cui il più serio è quello di decapitarmi quando, tentando di rientrare in macchina, rimango incastrata fra lo sportello destro e il muro, con il busto già dentro l’abitacolo e la testa ad annaspare fuori.

Tuttavia, anche con un’entrata in meno, lo sfarzo degli accessori mi pareva ancora vistoso, perciò tempo fa mi sono adoperata a farmi derubare dello specchietto laterale destro, che a me non serve, lasciando Smeralda parcheggiata per una settimana in una viuzza secondaria del quartiere Prenestino, noto crocevia di affari nel riciclaggio romano dei pezzi di ricambio. Costretta però dall’imminente revisione, di cui voglio presumere l’accuratezza e la meticolosità, adesso sto cercando uno specchietto nuovo, selezionando al contempo un altro accessorio da eliminare subito dopo, per stare in pari con la sobrietà che ho eletto a manifesto programmatico della mia vita e, dunque, anche della mia macchina. Pensavo di sacrificare il tergicristalli, però quello serve. Non certo a me che, oltre a non abitare nel tempestoso Regno Unito, so vivere con poco, ma al vigile, che giustamente lo usa come fermacarte nelle occasioni in cui deve lasciarmi una multa quando parcheggio in divieto di sosta. Siccome io a certi piccoli accorgimenti con chi è preciso nel proprio lavoro ci tengo, il tergicristalli glielo lascio. Perciò non ho ancora deciso di quale pezzo io e Smeralda Deluxe ci priveremo quest’anno.

Ma c’è ancora qualcosa da sapere su di lei e sull’infelice storia del nostro sodalizio.