Sogno

Dino Buzzati, L'urlo (1967)

Dino Buzzati, L’urlo (1967)

 

Stanotte ho sognato mio fratello. Aveva gli anni che ha per davvero, adesso: venticinque, beato lui.
Stavamo seduti al tavolo di un bar, o di un ristorante, l’uno di fronte all’altra, e all’improvviso mi diceva: «Oh, guarda cosa ho imparato a fare». E subito cominciava ad allungarsi e stringersi in smorfie orribili, la faccia gli si deformava tutta: la fronte si dilatava e si contraeva, la bocca gli si spalancava in un urlo muto come in quel disegno là di Buzzati, che vedi una caverna rossa che quasi ci cadi dentro. Il bianco degli occhi gli si spandeva tanto da sembrare un uovo sodo, appena sgusciato. Pareva uno di quei fotomontaggi che alle volte, per davvero, adesso, mi manda sul telefonino per farmi ridere (come si chiama quell’effetto che distorce i lineamenti del viso? Mi serve questa parola, è importante: non la trovo). Però nel sogno era vero, e non faceva ridere per niente, io inorridivo e stavo per chiamare aiuto, ma non c’era nessuno intorno a noi, e comunque la voce non mi veniva. Era una visione insopportabile alla vista. Ma dopo, rapidamente in quella mutazione prodigiosa, cominciavo a riconoscere le sembianze di lui ragazzino, a ritroso: quindici anni, dieci anni, cinque anni, e poi eccolo, lo riconoscevo: tornato bambino, a tre anni, coi riccioli biondi e il viso di creatura fresca, liscia, lo sguardo curioso e colmo di fiducia, identico a una foto che ho nel portafoglio. Anzi: era proprio quello della foto che ho nel portafoglio. Bellissimo, come era per davvero allora, e come sono tutti i bambini. E mio fratello di tre anni adesso mi sorrideva, lì al tavolo di quel bar, o ristorante. Allora, finalmente, mi calmavo. Però aveva tre anni solo in faccia: tutto il resto era rimasto com’era, uguale a quando mi aveva detto oh, guarda cosa ho imparato a fare. Perciò era piccolo e grande nello stesso momento, sembrava che qualcuno gli avesse staccato la testa e ce ne avesse attaccata un’altra, quella coi riccioli biondi.
Poi, in pochi istanti, di nuovo la mutazione mostruosa, e le smorfie e l’urlo muto, e in un baleno tornava a com’è, agli anni che ha per davvero, adesso (venticinque, beato lui). Io restavo di nuovo senza parole, sbalordita, però – e questa era la parte più importante del sogno – anche un poco immalinconita, ad averlo rivisto bambino, reale, consistente davanti a me, quando eravamo piccoli e lui aveva tre anni e io dieci, e stavamo tutti bene, ma proprio bene. E, nel sogno, pensavo: beato lui che ha imparato a fare una cosa così, a riprendersi il tempo quando gli va, per gioco.

E poi mi sono svegliata.

(annotare, prima di dimenticare)

Scrivere è un cazzotto in bocca

Uno comincia a scrivere – scrivere per essere letto: scrivere storie, scrivere racconti, romanzi, poesie, sceneggiature, recensioni, saggi, biografie, articoli, post su un blog, insomma scrivere altre cose oltre alla lista della spesa, che, almeno nelle intenzioni più comuni, uno scrive per sé o al massimo per qualcuno che va a fargliela – soprattutto a causa del fatto che dorme male la notte. Uno comincia a scrivere, insomma, perché non s’è risolto con la giornata (o con le giornate: allora scrive un’autobiografia). Poi perché, magari, ha letto qualche libro che gli è pure piaciuto e, a un certo punto, gli è capitato di dirsi: anch’io!, come quando un bambino, per strada, ne avvista un altro con un giocattolo che lui non ha e comincia a strattonare la mamma (o il papà, dipende da chi lo porta a spasso: non si capisce perché, in certe frasi fatte, la mamma continui a detenere questo primato mondiale delle maniche slabbrate. Forse perché certe frasi sono fatte, e non si possono rifare). Infine pure perché, anche se non lo ammetterebbe mai, ha un’elevata considerazione di sé, cioè delle sue belle pensate, con le quali, è chiaro, si identifica.

Allora succede che comincia a strattonare la sua intelligenza. Le dice: adesso io voglio fare questa cosa qui, scrivere, e tu mi devi aiutare, capito? Quella ha la reazione di chi viene bruscamente svegliato da un sonno paciosissimo, si rizza coi capelli arruffati e gli occhi stralunati, si guarda intorno come alla ricerca dello stronzo che le ha appena rifilato un manrovescio.
Mi viene in mente un racconto di mia madre, che un manrovescio se lo prese per davvero, mentre dormiva. Lo stronzo in questione era mio padre che, immerso nel sonno anche lui, sognava di fare a botte con uno. Solo che, mi raccontò mia madre ridendo (si ride sempre, dopo), sbracciando di qua e di là sopra le coperte, il cazzotto gli finì di là, cioè dove stava dormendo lei. Le fece parecchio male. Si rizzò sul letto e, preso qualche secondo per capire come erano andate le cose, non ci pensò un attimo: si avvicinò a mio padre, che continuava a smaniare e borbottare a occhi chiusi, e gli assestò una mappina in faccia che manco a me e mio fratello quando eravamo piccoli. Mio padre saltò come una molla. Accese la luce e si guardarono: era sconvolto. «Per la madonna, Marì! Ma che ti sei scemita?», le chiese con la mano premuta sulla faccia. «No, lu sceme si tu!», gli disse lei, premendosi la faccia a sua volta, e gli spiegò, e mio padre allora le chiese scusa, e mia madre pure, e si riaddormentarono tranquilli, con un occhio pesto ciascuno.

Non so bene che c’entra, questa storia.
Comunque, ecco. Bisognerebbe desistere, dal fare a pugni con la propria intelligenza. Lasciarla dormire in pace, se dorme in pace (le intelligenze medie dormono sempre in pace: sei tu che dormi male la notte, per darti un tono ombroso il giorno dopo, che fa tanto scrittore ispirato. Ma guarda che la tua intelligenza, ieri notte, dormiva benissimo e dei tuoi piagnistei s’è accorta a malapena). Oppure chiederle scusa per averla strattonata con certe lagne. Perché può succedere, altrimenti, di restare per giorni a fissare una pagina vuota, e poi di alzarsi con gli occhi pesti. Tutti e due tuoi.

 

Dopo: “Ma la storia dei cazzotti nel sonno fra tuo padre e tua madre è successa per davvero?!”. Sì, se una storia non è vera, non la so inventare. “Tua madre è troppo forte!”. Lo dice anche mio padre, da quella notte. “Si strattona la mamma per strada perché la mamma è sempre la mamma!”. Anche questa frase qui è fatta, non si può rifare (però mi piacerebbe tanto rifarla).

Non l’amore, non i soldi, non la fede, non la fama, non la giustizia, e nemmeno la verità

Io, quando le cose vanno a puttane, mi viene voglia di un prosecco (perché mai si usa dire che le cose “vanno a puttane” quando vanno male, poi). Cioè, non che quando le cose vanno bene non mi venga voglia del prosecco, intendiamoci: se vanno a puttane, diciamo, mi viene voglia di più.
Per questo ordino un prosecco quando, al tavolo di un bar a San Lorenzo, Le Sanglier mi dice che entro un anno, «grosso modo» (anche “grosso modo”, non l’ho mai capito), dobbiamo trovarci un’altra casa, perché quella dove stiamo, che non è nostra, sarà messa in vendita.
Sono almeno dieci anni che faccio traslochi (e bevo prosecchi).
Comunque, evitando di considerare la pena dei traslochi, sulle prime mi sento sollevata: torniamo a Roma, penso, e già vedo il cartello tutto sgarrupato di Bagni di Tivoli farsi piccolo piccolo, finalmente lontano, alle mie spalle. Solo che, dice lui, a questo punto bisogna valutare le possibilità in gioco. Le Sanglier somministra le notizie a piccole dosi. Non soltanto lui: è una strategia comunicativa, questa, alla quale fa spesso ricorso il maschio in coppia e che procede secondo un metodo preciso fatto di stadi, dal vago al chiaro, dove il chiaro arriva solo quando – non “solo se” – la femmina ne impone la richiesta, «Vai al punto», generalmente accompagnata da un irrigidimento della mascella. Ma, finché questa richiesta non viene verbalizzata, il maschio avanza in punta di piedi, sonda il terreno dell’umore e della disponibilità di lei, nel tentativo di capire con sufficiente anticipo se l’interazione assumerà l’aspetto di una conversazione o di una lite: poiché il maschio in coppia desidera evitare la seconda possibilità, il suo livello di vigilanza sulla mascella di lei è altissimo, come in pochi altri casi (mi è appena venuto in mente un caso divertente, ma se lo scrivo non finisco più quello che stavo dicendo, e quindi). Il primo apparire della contrattura sulla faccia di lei in uno scambio comunicativo di questo tipo rappresenta, infatti, una grave minaccia alla quiete di quel giorno, forse anche dei giorni successivi (dipende dal grado della contrattura), e il maschio lo sa. Perciò fa tutto quanto è nelle sue possibilità per aggirare un simile rischio. Il fatto è che, quando un maschio e una femmina stanno in coppia, il rischio delle contratture della mascella non è aggirabile. Punto e basta. È come quando uno nasce: il rischio di morire, se mai è un rischio, non è più aggirabile.

Le Sanglier, che è un uomo un poco più intelligente di altri uomini, e per giunta pieno di premure nei riguardi della mia mascella già gravemente compromessa dal bruxismo, un funzionamento difettoso della mandibola che mi tormenta da parecchi anni (non saprei dire se c’entrano i fidanzati che ho avuto), va al punto e mi spiega meglio la faccenda un attimo prima che la mia dentatura vada in frantumi dentro il bicchiere di prosecco. Credo che, comunque, finirei di berlo lo stesso.
Perché, fidatevi, un prosecco alle volte ti può salvare la giornata. E, in effetti, la mia è salva, malgrado la faccenda della giornata non mi piaccia neanche un po’. Perché la faccenda è sempre la stessa: al mondo ci stanno quelli che hanno una casa, o due case, o tre case, o quattro, e quelli che invece non ce l’hanno. Dipende dal denaro. Non l’amore, non la fede, non la fama, non la giustizia: datemi il denaro! (o almeno un prosecco, perdio), perché è la sola cosa che cambia le faccende sulla terra (c’era pure quella storia della verità che mi piaceva tanto, ma adesso francamente non me la ricordo più, e comunque mi pare una cazzata: la verità, ma per piacere! Datemi un bonifico, bello grosso, e dopo ne riparliamo, della verità). E non venite a menarmela che non è vero. Se ce l’hai, il denaro, o se sai come farne in fretta, bene. Se no, cazzi tuoi. Punto e basta.
Però, il fatto che la mia giornata è salva, non credo sia merito solo del prosecco. Nemmeno di Le Sanglier, brav’uomo. È una questione di allenamento coi temporali. I temporali, sì. Guardi il cielo, vedi un fulmine. Da bambina stavo ad aspettare col fiato sospeso il tuono, che seguiva un secondo, due secondi dopo, e, anche se lo sapevo che sarebbe arrivato, il tuono mi faceva sobbalzare lo stesso, gelandomi di terrore. Io stavo in balìa del tuono. Col tempo, molto tempo, ho cominciato a spostare lo sguardo. Così, quando il tuono arriva (perché arriva), mi coglie indaffarata su un libro, un foglio, una lampada, un piatto di bucatini (un prosecco). Sobbalzo, ma di meno. Alle cose bisogna stargli un poco di lato. La frontalità perfetta scombina i punti di fuga; l’unico rischio realmente grave è di fare torto alla prospettiva, ignorare le grandezze. Questo sì, si può aggirare.

Così: fulmine, prosecco, tuono, fine del temporale. Dieci minuti dopo andiamo al cinema a vedere Treno di notte per Lisbona, a lui piace tantissimo, a me insomma direi di no, e i dialoghi?, bah i dialoghi un po’ cretini, sì però Jeremy Irons è sempre bravo, sì ma che storia scontata, a me invece la storia è piaciuta un sacco, domani sera andiamo a teatro che abbiamo ancora quattro ingressi gratis, gratis una sega quello era il mio regalo di compleanno per te se ti ricordi, sì mi ricordo infatti per me sono gratis grazie amore mio che me li hai regalati, prego amore mio, te ne cedo uno così andiamo insieme, grazie che mi regali un pezzo del regalo.
La giornata la porti a casa. Non è che, se t’impunti a non volerla portare a casa, i tuoni e i fulmini la pianteranno di riversarsi sulla terra. E allora tu goditelo, questo prosecco.

La seconda volta (pt. 1)

«Ndà se fa se sbaje!».
Così diceva sempre, e mentre lo diceva fissava negli occhi il suo interlocutore, scuoteva la testa e non era per dire no: quella sua testa pelata gli si avvitava sul collo come un trapano a scavare il muro, per assicurare dentro le spalle la sola verità sugli uomini, un fatto non discutibile, non rimediabile, come a dire ecco, signori miei, le cose stanno così e sarà il caso che vi mettiate l’anima in pace su questa faccenda: come si fa, si sbaglia. Qualunque cosa uno fa, la sbaglia e la sbaglia sempre, l’unica cosa che può fare quando la fa, è sbagliarla. Diceva questo nella sua lingua madre, così pure le barzellette, gli affanni e le bestemmie – il dialetto è buono per ridere, per piangere i morti, per bestemmiare i santi, e per dire la verità.
La faccia, quando diceva dell’errore inevitabile, era seria, altre volte invece sorrideva appena, e queste volte era una faccia più bella da guardare, ambasciatrice di sentenze più lievi da sopportare, per noi che le ascoltavamo.
Però, quando sorrideva, faceva il possibile per evitare di mostrare i denti, diceva che ce li aveva brutti, tutti storti, buttati lì a casaccio, e quando gli veniva da ridere molto si copriva la bocca con la mano, come per nascondere un colpo di tosse o un gorgoglìo che gli veniva dallo stomaco. In effetti, si intravedevano dei denti lunghi lunghi che dentro la bocca se ne stavano larghi alla rinfusa, tra l’uno e l’altro c’era abbastanza spazio da potersi mettere comodi perciò ciascuno se ne andava dove gli pareva. Sembravano i denti di un rastrello arrugginito.
Noi li amavamo. Noi eravamo mia madre ed io. Io gli volevo bene, ai denti di mio padre. Da giovane ce li aveva come i rebbi di quelle forchette che mio zio si divertiva a curvare quando veniva a mangiare da noi, per farci uno scherzo. Mia madre, sparecchiando la tavola, si ritrovava le forchette sbilenche fra le mani e a volte si metteva a ridere, altre volte, invece, si arrabbiava perché avevamo finito tutte le posate buone (un giorno mio zio, per variare il gioco ma anche perché erano finite tutte le forchette da storcere, tolse il quadrante a un orologio che lei teneva sul comò all’ingresso e al suo posto ci lasciò un biglietto con sopra scritto: “So’ andato dall’orefice. Me so’ rotto”).
I denti di mio padre biancheggiavano dietro la sua mano come mandorle sbucciate male, quando diceva «Ndà se fa se sbaje!» e scuoteva la testa, e non era per dire no. Qualche volta accadeva che alla frase avesse voglia di aggiungere un corollario, una sorta di appendice, ed era: «Li cuse se tenesse da fa’ sempre ddo vodd». Lo diceva soprattutto dopo un acquisto sbagliato – la macchina, il frigorifero nuovo, o quando raccontava a tutti i parenti di come avevano rifatto da capo la casa, che i muratori quel giorno là lo avevano consigliato male e vuoi l’inesperienza della prima volta, vuoi che lui di mestiere mica fa il muratore, vuoi che mica si nasce imparati?, insomma era stato tutto molto difficile e uno come fa sbaglia, alla fine però ce l’abbiamo fatta, sì sì, ma le cose si dovrebbero fare sempre due volte, almeno.
Io mi confondevo. Se l’errore era un fenomeno ineluttabile, il suggerimento che ne seguiva – le cose si dovrebbero fare sempre due volte – lasciava al contempo liberi di considerare l’ipotesi che, alla seconda volta, uno ci azzeccasse a fare le cose e che quindi non era sempre vero che come si fa si sbaglia, ma era vero che uno sbaglia la prima volta, perché è la prima volta, e mica si nasce imparati, ma dopo può fare un secondo tentativo e quello può andare anche a buon fine (la casa non si poteva rifare un’altra volta, della macchina mia madre aveva detto a mio padre «Svè, non mi scocciare, mo ci teniamo questa finché non ci lascia a piedi», ma il secondo frigorifero, quello era stato un buon acquisto). Allora, mi dicevo, se le cose stanno così, la seconda volta serve a cercare di rimediare alla prima.
Non feci in tempo a chiedere una conferma al mio ragionare. La nascita di mio fratello, sette anni dopo di me, mi precipitò in una confusione nuova di primogenita. Era gennaio e, in piedi davanti a quella seconda volta infagottata in una coperta di lana, mi inabissai in un orrore muto.

Di lato

Stavamo guardando un film in televisione, uno scelto a caso. È riposante guardare un film scelto a caso, la sera (sospendere la volontà, il pensiero, le convinzioni, le preferenze, le speranze. Stare inebetiti, scordarsi).
In una scena c’era un regista, parlava di un film che avrebbe voluto fare una volta, diceva che era stato il sogno della sua vita, che per tanto tempo non aveva pensato ad altro in ogni momento del giorno, che adesso, invece, s’era ridotto a girare qualunque cosa, anche quella fiction televisiva in venti puntate ambientata in un ospedale – lo diceva con una quieta rassegnazione nella voce. Però, affermava il regista, quel film mai realizzato era stato proprio un desiderio grande.

Allora lui, in quel momento, mentre l’attore in televisione raccontava di questo desiderio, ha cambiato posizione sul divano, si è aggiustato sui cuscini. Io, che gli stavo seduta vicino, l’ho guardato. Stava fissando il pavimento. Poi si è girato verso di me e mi ha detto: “Sai, mi sono accorto che io non ce l’ho più un desiderio di quel tipo, come quello lì… cioè, un progetto di lavoro che voglio realizzare, una cosa che sto lì e ci penso tutti i giorni e ci rimango sveglio la notte, che anche se non viene bene o anche se non ce la faccio a raggiungerla, comunque la inseguo, ci corro dietro. Un desiderio, insomma. È un po’ che non mi capita”. Si è aggiustato un’altra volta sui cuscini, come se non riuscisse a trovare un posto comodo. Io ho osservato il pavimento, nel punto dove lo stava osservando lui. Ho detto: “Nemmeno io ce l’ho più”. Siamo rimasti per qualche minuto a fissare il pavimento tutti e due.
Avevamo fatto la stessa considerazione, per questo abbiamo ricominciato a guardare in silenzio il film: perché non ci potevamo aiutare.

Dopo ci siamo guardati un altro film, scelto ancora con quel torpore che alle volte fa bene, un poco intontiti, un poco assenti, come quando uno dice che fa una cosa “tanto per” (a volte mi viene la voglia, o una tentazione, di trovare un verbo nuovo a reggere quella preposizione a metà tra il fine e la causa, un verbo che non sia “farla”). Raccontava, questo film, di un uomo in giacca e cravatta, un assicuratore mi pare, a cui una banda di teppisti ammazza tutta la famiglia, uno dopo l’altro, e lui diventa come quelli che gli hanno ammazzato la famiglia, cioè comincia ad ammazzare pure lui tutta la banda, uno dopo l’altro, per vendetta. Il film si riassume così: prima l’uomo perde la famiglia, poi il sorriso, poi il senno, poi la giacca e la cravatta, poi il lavoro e la casa, poi la libertà, infine la dignità. O forse la dignità la perde prima, dopo aver perso la famiglia, oppure se la perde tra il senno e la giacca, o forse la dignità stava proprio in principio, non lo so, non l’ho capito bene. Qualunque sia l’ordine delle perdite, comunque, il capo della banda che gli ha fatto perdere tutto se lo conserva da ammazzare per ultimo. Dopo una lunga lotta, si ritrovano fianco a fianco seduti su una panca, tutti e due ricoperti di sangue e con l’ultimo fiato a disposizione. L’uomo che ha perso tutto gli chiede: “Sei pronto?”. Il capo della banda gli dice: “Guàrdati. Adesso sembri uno di noi”.
A me è venuta in mente la storia di Giobbe raccontata da Joseph Roth nel romanzo (“Romanzo di un uomo semplice” è il resto del titolo). Mi è venuta in mente come mi vengono in mente le cose quando sto davanti a un fatto e dovrei, suppongo, pensarne cose pertinenti, più appropriate al fatto, rimanendogli di fronte, e invece le penso in un altro modo: di lato.

Di lato, mentre continuavo a guardare il film sull’uomo che aveva perso tutto, pensavo pure che quella cosa che avevamo detto prima sull’assenza di desideri, a trentun’anni a testa, era immorale. Allora, alla fine del film (l’uomo che aveva perso tutto viene arrestato mentre sta guardando un vecchio filmino della sua famiglia, quando stavano tutti insieme allegri), gliel’ho detto, a lui che si era appena aggiustato sui cuscini un’altra volta. Proprio così gli ho detto: “È immorale”, senza spiegargli che mi riferivo a quello che avevamo detto due ore prima, mentre guardavamo quell’altro film del regista che aveva avuto un desiderio grande. Lui ha annuito e poi siamo andati a dormire.

Mangia

“L’hai vista?”.
Me lo chiede senza riuscire più a contenere un’emozione di cui non m’ero accorta fino a quel momento, quando mi ha chiesto “L’hai vista?”.
“Che?”, dico io, versandomi un altro bicchiere di vino.
“Ma come che? Sempre sulla luna vivi tu? La macchina! Sta parcheggiata sotto”. Adesso la voce è un po’ delusa e un po’ stizzita, come tutte le volte che lui mi vuole mostrare qualcosa e io non manifesto l’entusiasmo sperato: succede da che siamo al mondo insieme. “Io ho visto una Audi A3 parcheggiata sotto”, sono sincera, è quello che ho visto, ma non riesco ancora a capire che cosa avrei dovuto guardare. “Eh, quella”, dice lui, e mi guarda aspettando una reazione, forse una domanda carica di attesa, per esempio “E quindi?”. Invece dico “Quella sta sempre parcheggiata sotto, e sempre a cazzo di cane”, e mi infilo mezza seppia in bocca. Lui non si perde d’animo, è un poco scontento che la conversazione non stia andando come voleva, glielo vedo negli occhi, però l’eccitazione è più grande, non lo abbandona, ed è con visibile sforzo che cerca di arginarla quando finalmente afferma con tono solenne: “Sì, ma adesso è nostra. Mia e di tua madre. Ma pure vostra, quando tornate qua, che magari la volete usare”. Si riferisce a me e a mio fratello, suppongo.
“Ti sei comprato la macchina dell’avvocato?”.
“Non ho comprato la macchina dell’avvocato. Ho comprato la macchina di mio cugino”.

A questo punto mia madre mi chiede se voglio un altro po’ di carciofi e me li mette nel piatto senza aspettare la risposta (“Mangia”, diceva quando avevo sedici anni e una divergenza di opinioni con mio padre. “Mangia”, dice oggi quando torno al paese a trovarli per Pasqua e vedo una Audi A3 parcheggiata in cortile).
“Un affare, un vero affare”, continua lui. Mi racconta la storia, che suo cugino voleva vendere questa macchina, che la teneva sempre buttata in garage (un po’ nel suo, un po’ nel nostro che è anche suo, perché lo studio legale sta al piano sotto al nostro), che la Porsche pure quella la usava poco, che adesso, da quando Elena si è sposata ed è andata via di casa, non è che gli servano tutte queste macchine, e insomma preferisco darla a uno di famiglia, mi sento più contento, Svè. Svevo, mio padre, gli ha detto va bene, Abbrà, ma tu lo sai come stiamo messi, e lui gli ha risposto Svè, con te non ci stanno problemi, me la puoi pagare pure un poco alla volta, a me che me ne frega?, e Svevo gliel’ha pagata tutta e subito, perché il prezzo era proprio un prezzo da cugino, uno di famiglia, e noi mica siamo così morti di fame.
Alla fine, mi chiede: “Che ne pensi?”.

Io, quando uno mi chiede ne penso, mi viene voglia di accendermi una sigaretta. Quando ero più giovane fumavo una decina di sigarette al giorno, poi, da un certo momento in avanti, la gente ha iniziato a chiedermi sempre più spesso che ne pensavo, io ho cominciato a fumare di più e oggi fumo un pacchetto al giorno, a volte nemmeno mi basta.
Una persona chiede “Che ne pensi?”, però non vuole sapere davvero che ne pensi, vuole sapere se lei ha avuto una bella pensata, e tu le devi dire di sì, non trascurando di calcare la gioia, oppure devi capire se vuole che tu le dica di no e allora le devi dire di no, però con delicatezza, perché lei in realtà voleva un sì ma capisce che dev’essere no, però dillo con garbo, dillo bene, se puoi mettici un po’ di rammarico. Io non ci ho mai capito un cazzo, e a furia di sbagliare la risposta anno dopo anno, ho perso amici al bar e un sacco di soldi in tabaccheria. Di solito non me la cavo bene con questa storia di dire quello che ne penso, perché dico quello che ne penso.
“Penso che noi non siamo gente da Audi”, dico dopo essermi accesa una sigaretta (“Ma non le vuoi altre due seppioline?”, mi chiede mia madre, e non aspetta la risposta, e io fumo, e mangio seppie e carciofi).
Penso anche che sono passati tanti anni, decenni, da quando mia madre a tavola mi diceva “Mangia”, e però le cose sono ancora le stesse, e quasi mi sento sollevata: c’è almeno un posto, in tutto il mondo, dove certe sicurezze restano incrollabili. Solo questo non dico di quello che penso, ma soltanto perché quello che ho appena detto è sufficiente a cambiare agilmente il turno di parola.
Andiamo avanti per un po’, e infine mio padre mi dice: “Comunisti di merda. Questi sono i tipici discorsi da comunista di merda”. Poi si alza e va a fare il caffè. Torna a tavola, ha fatto il caffè anche per me, mi dice: “Comunque, la macchina sta giù sotto. Se la vuoi usare quelle poche volte che torni qua, usala. Sennò fai come cazzo ti pare”. “Ho comprato un uovo di cioccolata da un chilo, stava in offerta!”, esclama mia madre, “Diceva che dentro ci sta una collanina d’argento. Ma sarà d’argento per davvero?”.
Io guardo mio padre, lo amo moltissimo. Gli vorrei regalare tutte le Audi del mondo, e pure lui le regalerebbe a me, se io le volessi.
Mangiamo tutti insieme il cioccolato, ci giriamo tra le mani la collanina, per capire se è d’argento per davvero, poi decidiamo che no, è ‘na fregatura sicuro, però si può mettere lo stesso.

Caro Gigi, pt. 4 (Ciao Gigi, ciao)

I carried the book a hundred yards into the desolation, towards the southeast. With all my might I threw it far out in the direction she had gone. Then I got into the car, started the engine, and drove back to Los Angeles.”
John Fante, Ask the dust *

 

Carissimo Gigi,

di due cose resta ormai da dire: dei libri e dei baci.
Quelli in via Cimino, quegli altri al Forte Spagnolo.
Quattro giorni sono passati da quando ci sono tornata, quattro lettere ti ho scritto, una al giorno, nella fretta di annotare le cose prima che se ne andassero. I libri e i baci volevo lasciarli per ultimi, per ultimi li ho lasciati pure nel mio itinerario a piedi per la città: mi sono scoperta ad andare a ritroso, dalla fine all’inizio dei luoghi.

Quando sono arrivata in piazza del Duomo, non sono riuscita ad entrare subito in via Cimino: come via San Martino e molte altre vie nelle zone rosse, era chiusa da una transenna di metallo. Ero delusa. In quel momento ho visto uscire da lì due turisti giapponesi e furtivi – ma forse non erano solo turisti, portavano un abito scuro con un curioso colletto bianco, – ritiravano le pance per poter sgattaiolare nello spazio fra la transenna e il muro di un edificio. Io la pancia non ce l’ho, lo sai, ci potevo passare senza sforzo, ma la via subito dopo era accessibile, allora mi sono detta “Questi due col colletto bianco sono proprio scemi” e mi sono infilata nel groviglio di vicoli e muri rotti (Gigi, io non ho capito una cosa: se una zona rossa è inaccessibile da una via e accessibile da un’altra, che zona rossa è?).
In via Cimino mi è accaduto un fatto che mi è dispiaciuto: non riuscivo a trovare la libreria di Nicoletta e Beatrice. Tutte le porte dei palazzi erano sbarrate da assi di legno, identiche le une alle altre, che le coprivano quasi interamente, insegne comprese. Perciò tutte le porte mi sembravano uguali, sentivo la mia confusione e alla confusione seguiva un sentimento di colpa: non riconoscevo più la porta. Ci ho messo un po’ per capire qual era, poi mi sono accorta di un’insegna che dietro un’asse di legno rosseggiava ancora, e sopra il rosso era un sembrare di piume di struzzo.
Gigi, quanti pomeriggi abbiamo passato nella libreria? Ci sedevamo sui pacchi di libri appena arrivati, e parlavamo con Nicoletta e Beatrice fino a sera. Di cosa, però, non mi ricordo più. I libri pure fanno così, entrano ed escono come quello che mangi, addosso ti restano un sapore e un giorno in più da vivere. Io le storie dei libri che ho letto non me le ricordo proprio bene bene, uno mi chiede “Ma l’hai letto o no?”, io dico “Sì, l’ho letto, ma adesso ce l’ho dentro, non lo posso vedere da fuori”. Allora che conservo a fare tutti i libri che compro, non lo so. Non lo so, ma non so liberarmene.
Comunque, la libreria di Nicoletta e Beatrice è come quasi tutti gli altri posti del centro storico della città: non c’è più. Però è come i libri: ne resta un odore buono nelle narici.

Infine i baci.
Gigi, il Forte Spagnolo è quasi completamente intatto, solido da lasciare increduli, almeno da una certa prospettiva esterna. Si vede che nel XVI secolo gli spagnoli con le pietre ci sapevano fare. Il portale invece no, quello si è afflosciato un poco. In ogni caso, il castello è stato dichiarato inagibile, pare che all’interno sia gravemente danneggiato. Ma questo, arrivando dalla piazza della Fontana Luminosa, a nessuno verrebbe di sospettarlo, non subito, non da quella parte: il Forte sta lì fiero, grosso come un mammut che nasconda una ferita mortale nella pancia. Fuori sembra come allora, e c’è la gente che ci va a correre tutto intorno come un tempo. Un tempo anche tu ci andavi a correre.
L’altro giorno, mentre me ne stavo lì a guardare, c’erano due giovani che si baciavano, avranno avuto vent’anni. Due quando si baciano a vent’anni si abbracciano in un modo che dopo mai più. Intenerisce vederli, pensi che sono un po’ goffi e molto sinceri, e pare che le braccia di lui, se potessero, farebbero due, tre, quattro volte il giro intorno alle spalle di lei, per dire “Io a te mi ti rubo e mi ti porto via”.
I baci che ci siamo dati lungo queste mura, da un bastione all’altro, chi li può contare?
Comunque, Gigi caro, l’ultima cosa che ho ricordato lasciando il Forte Spagnolo è stata quella che fu la prima, e fu un bacio di ventenne un po’ goffo e molto sincero, e io pensai che la tua lingua era ruvida e questo non mi sembrò un bel pensiero per cominciare, ma poi vennero baci più levigati e una pazienza lunga sei anni.

C’è una foto di te al Forte Spagnolo, scattata dal lato dove il mammut con la pancia ferita sembra più vigoroso. Tieni i riccioli neri che ti coprono gli occhi, un impermeabile blu scuro più grande di te e una borsa a tracolla. Fai lo sguardo da mammut vigoroso che nasconde la pancia ferita, e questa immagine fu la prima ed è l’ultima.

E questo è tutto.
Ti saluto da dove sto adesso, che è molto lontano da dove stai adesso.
Ciao Gigi, ciao.

Lisa

*[John Fante, Ask the dust, Canongate 2002, p. 198]

Caro Gigi (pt. 3)

Le cose con lei sotterrate
poesie non finite
speriamo che in aprile diventino
delle margherite.”
Vivian Lamarque, Post Scriptum *

Buon Gigi,

non so se ti ricordi di una foto che mi hai scattato un giorno di tanto tempo fa, mentre stavo uscendo di casa, in via San Martino. C’era uno scalino da fare, per entrare e quindi pure per uscire, non tutti se lo ricordavano. Io spesso non me lo ricordavo. C’è questa foto, dicevo, un poco sfocata perché io ero in movimento, e il movimento era in caduta: stavo ancora sul gradino quando il portone si è richiuso dietro di me toccandomi, una specie di pacca sulle spalle un po’ troppo energica che mi ha spinto in avanti, allora ho perso l’equilibrio e tu, che stavi in strada lì davanti a me, hai scattato la foto proprio in quell’istante. Il ritratto lo chiamammo “Portone con Lisa che casca”: ci sto io che casco come una pera matura davanti al portone di casa, la nostra piccola casa in via San Martino, una mansarda con le travi di legno a vista e il soffitto in discesa dove abbiamo sbattuto la testa tante volte.
Il portone oggi c’è ancora, Gigi, ma è un po’ malandato. Io, dopo aver trovato un varco per entrare nella via, stavo lì davanti a guardarlo e pensavo “Lisa con portone che casca”.
Ho alzato lo sguardo verso il tetto, dove abitavamo noi. A parte i mattoni rotti e le assi di metallo e di legno che coprivano quasi tutto l’edificio, finestre comprese, non si vedeva più niente.

Qua ci abbiamo abitato per un anno, l’ultimo dell’università. “Che botta di culo” dicevamo, perché la casa stava a duecento metri dalla Facoltà, ma era una botta di culo più per me, che al mattino mi potevo svegliare venti minuti prima di andare a lezione (tu stavi sveglio dall’alba, avevi già fatto un quarto di giornata. Pensa: adesso mi sveglio all’alba pure io, l’avresti mai detto allora, quando all’alba mi ci svegliavo solo la mattina di un esame, per l’agitazione?).
E che c’era, che c’era in casa? Un minuscolo armadio di legno. Una piccola libreria. La locandina di quel film che ci piaceva, “Berlinguer ti voglio bene”, attaccata con le puntine a una parete, l’unica poco più alta di noi. Un orologio rosso fatto a mano da mia madre. Il tuo vocabolario Rocci, greco-italiano. Le tue edizioni critiche dei lirici greci, non so più quali. Le mie storie della lingua italiana. Un piccolissimo Doraemon di plastica colorata: ce lo mettevamo sul tavolo davanti ai libri aperti come una statua divina, dicevi che ti aiutava a studiare meglio, che Doraemon era stato uno dei tuoi cartoni animati preferiti. Un giorno me lo lasciasti in custodia e da allora è rimasto con me: ce l’ho ancora. Me lo sono messa davanti ai libri aperti anche dopo l’università, durante la scuola di specializzazione; quando studiavo insieme a qualche collega, lo cacciavo dalla tasca e lo mettevo sul tavolo senza dire niente, qualcuno di loro mi chiedeva il senso, io dicevo “Una vecchia abitudine di quand’ero all’università” e finiva lì. C’era pure un’altra abitudine di quand’ero all’università, una specie di rito scaramantico tutto mio che poi era diventato anche tuo: la sera prima di un esame io dovevo mangiare patate al forno. Te lo ricordi? Per anni ed esami ho mangiato regolarmente patate al forno, e le ho fatte mangiare pure a te. Se in una sessione avevamo da fare due esami ciascuno, in quattro giorni consecutivi, per quattro sere noi mangiavamo patate, ed era importante che fossero al forno, non fritte o lesse. Quando mio padre mi telefonava alla sera mi chiedeva “Che hai mangiato a cena?” e io “Patate al forno” e lui “Allora domani tieni un esame. O lo tiene Gigi?”. Pure la sera prima dell’esame finale della scuola di specializzazione ho mangiato patate al forno, anche se ormai quel rito non aveva più tanto senso.
Adesso non le mangio tanto spesso. Però è solo perché non ho più esami da fare, penso. Doraemon, invece, qualche volta lo tiro fuori lo stesso.

Tra la pena che provavo a guardare e la preoccupazione di essere entrata in una zona rossa passando sopra a una transenna trovata sfondata, sono andata via dopo pochi minuti: Gigi, che ci stavo a fare lì, davanti a quel portone?
Ma sono felice, in qualche modo, di aver trovato il coraggio di tornarci. Mi è sembrato, soltanto in quel momento e mai prima, di essere guarita da una malattia alla quale non avevo saputo dare un nome (“depressione” la chiamò la dottoressa che mi seguì per un anno, a quei tempi. Io non ero d’accordo, però, d’altra parte, una proposta mia non ce l’avevo, perciò di che mi potevo lamentare?). Però non ne sono sicura.

Mio fratello stava qua, in questa città, la notte in cui è crollata.
Aveva cominciato l’università da pochi mesi, ingegneria informatica. La Facoltà di Ingegneria non sta nel centro storico come quella di Lettere, e lui pure stava fuori, abitava in un palazzo al Torrione. Il Torrione non è crollato. Meno male, meno male, meno male che stavi al Torrione, gli dice mia madre da quattro anni torcendosi le mani. Certo però lui quella notte, che era una notte in cui aveva ventun’anni, morì di paura. Se ne scappò in mezzo alla strada, ci restò in pigiama e ciabatte fino al mattino. Telefonò ai miei in piena notte, mia madre accese la tv e si dovette sedere, mio padre voleva partire, ma non si poteva andare, non si capiva bene se si poteva entrare, fino a dove. Mio fratello arrivò a casa al mattino, su un autobus e con gli occhi pesti. Di quella notte non volle parlare molto (disse solo: “La porta si spostava, non ce la facevo ad aprirla per uscire”), però per tutte le notti dei tre mesi seguenti dormì poco e male, rimaneva vestito e saltava giù dal letto ogni volta che passavano i treni sulla ferrovia dietro casa dei miei. Io lo so perché qualche volta, quando tornavo al paesello, dormivo in camera con lui, per fargli compagnia. Là ci tornò solo una volta per prendere tutte le sue cose, poi si trasferì ad Ancona e ricominciò l’università da capo (in seguito ci fu qualche scossa pure ad Ancona e, anche se non successe nulla di altrettanto grave, lui disse: “Mi perseguita”. Però si forzò a restare e adesso l’università la sta per finire. Ne siamo tutti contenti).
Comunque lui là, fino a quella notte, non aveva avuto tempo di mettere insieme tanti affetti, tante memorie, ci aveva vissuto solo per sette mesi: io e te sei anni.
Sono tanti, sei anni. Sono tantissimi, quando sei giovane. Non è vero, Gigi?

Mi resta da raccontarti del Forte Spagnolo dove andavamo a pomiciare quando ci siamo conosciuti a vent’anni, e della libreria di Nicoletta e Beatrice in via Cimino. Ma te ne scrivo un’altra volta, a furia di ricordare mi è venuto il mal di testa. Si dovrebbe cercare di vivere ricordando il meno possibile, e mai troppo a lungo.

Buon tutto, sempre.
Lisa

 

* [Vivian Lamarque, Poesie dedicate. Post Scriptum, in Poesie 1972-2002, Mondadori 2002, p. 243]

Caro Gigi (pt. 2)

C’è come un dolore nella stanza, ed
è superato in parte: ma vince il peso
degli oggetti, il loro significare
peso e perdita.”
Amelia Rosselli *

Gigi caro,

ti ricordi quel bel concerto di Ennio Morricone sulla scalinata della Chiesa di San Bernardino? Era l’estate del 2001, o forse del 2002 – la memoria comincia a sbiadire, per prime se ne vanno le date, ultime saranno le facce, un giorno o l’altro anche la tua. Il concerto era gratuito, prima dell’inizio la gente stava già tutta accalcata sui gradini, molti s’erano portati un cuscino, e tu ti mettesti subito a discutere con una signora ingioiellata che sosteneva che il posto dove ci eravamo appena seduti, dietro di lei, era troppo stretto per tutti e due, le davamo fastidio coi piedi, che ci cercassimo un altro spazio, su qualche altro gradino. “Signora, ma lei questo posto qua quanto l’ha pagato?”, le dicesti con quel sarcasmo che ti faceva più acuta la voce, lei diventò paonazza di rabbia e tu gonfio di soddisfazione, andaste avanti a litigare di gusto fino all’inizio del concerto. Restammo seduti dove eravamo, col grosso culo della signora sopra i nostri piedi.

Gigi, la Chiesa di San Bernardino è puntellata di travi tenute insieme da giunture di metallo color oro. A vederle da lontano, potrebbero sembrare perfino degli ornamenti preziosi, e io davvero non capisco come mi possa venire in mente, in quel momento, la Sagrada Familia di Barcellona, non so se la facciata della Natività o quella della Passione, perché non me le ricordo. Che c’entra? Così mi dicevi anche tu, “Ma mo che c’entra?”, o ” Ma mo ti pare il momento?”, quando a me veniva in mente qualcosa che non sembrava pertinente. Così anche adesso, davanti alla facciata della Chiesa di San Bernardino sostenuta dalle travi.
Poco dopo, arrivo all’altezza di via San Giovanni da Capestrano. La via di casa tua, quella del terzo anno, dove abitavi insieme a Paolo, che era il fidanzato di Stefania, la mia coinquilina di via Chiarizia. Con voi viveva pure Stefano, l’unico non accoppiato che ci portavamo sempre in giro come una specie di figlio adottato dalla comunità (Stefano l’ho sentito quattro, cinque anni fa: mi disse che Paolo e Stefania stavano per sposarsi, io ho pensato: “Bravi, l’unica coppia dell’università ad aver resistito”). Non mi ricordo più com’era successo di prendere in affitto queste due case, poco distanti l’una dall’altra, noi ragazze là e voi ragazzi qua, e poi sempre tutti e cinque insieme, nell’una o nell’altra casa. Alla fine dell’anno litigammo tutti quanti, coppia con single, coppia con coppia.
Via San Giovanni da Capestrano l’hanno chiusa, la tua casa si intravede appena attraverso le transenne. Ne resta qualcosa, ma da dov’ero io non sono riuscita a vedere bene cosa.

Sono arrivata ai Quattro Cantoni. “Vediamoci ai Quattro Cantoni”, quello era il punto di ritrovo per chiunque. Ieri c’era solo una camionetta dell’esercito, dentro ci stavano due militari con la faccia annoiata. Da lì ho deciso di andare dritta, perché c’era un posto che volevo vedere soprattutto.
Per strada c’eravamo solo io e altre tre persone che scattavano foto. I nostri passi sui sampietrini risuonavano come dentro una grande stanza vuota – da bambina mi divertivano le stanze vuote, ci giocavo a far rimbombare la voce; a ripensarci in quel momento, mentre ascoltavo l’eco dei passi lungo la via, mi è sembrato un gioco sinistro. Di tanto in tanto, però, non si sentivano solo i passi: le pesanti assi di legno che sbarravano tutte le finestre dei palazzi scricchiolavano rumorosamente in una specie di tonfo secco, a turno. Allora non erano solo passi, era un ritmo di passi e tonfi secchi, pom tonc, pom tonc, pom pom, tonc tonc, pom tonc tonc. Ennio Morricone ci avrebbe messo degli archi?, mi sono chiesta mentre camminavo, e non mi sono neppure sentita in colpa per questo pensiero meschino, così fuori luogo.
Ho raggiunto la piazzetta, ho chiuso gli occhi. Le altre tre persone che camminavano davanti a me hanno proseguito, ho aspettato che si allontanassero, mi sono fermata e sono restata così finché non ho sentito un silenzio inumano. Allora ho aperto gli occhi.
Gigi, la nostra Facoltà stava là, sostenuta da una struttura che la teneva come in un abbraccio, e sembrava una Pietà scolpita male. La piazza era deserta, ci stava solo la luce bianca del mattino. Mi sono avvicinata lentamente alla facciata di Palazzo Camponeschi. Una trave copriva parte dell’insegna a destra dell’ingresso,
Università degli Studi de
Facoltà di Lettere e F

Sul portone chiuso c’era appeso un cartello, “Vietato l’accesso ai non addetti ai lavori”.
Io non lo so perché, a vedere quell’insegna leggibile a metà, Facoltà di Lettere e F, e quel cartello con la parola “lavori”, m’è venuto da sorridere, però sulla bocca il sorriso me lo sentivo amaro, come una smorfia per un sapore cattivo. Comunque, mi sono sentita sollevata all’idea di non poter entrare dentro.
Via Camponeschi, giù, era sbarrata. Allora sono tornata indietro, dall’altro lato della piazza.

Gigi, te lo ricordi il bar Tropical? È uno dei pochi di tutto il centro storico senza il cartello con l’avviso “Ci siamo trasferiti in via…, presso …”. Il Tropical pare che non si sia nemmeno trasferito, non c’è più. Se c’è, si è dimenticato di dire dove.
Anche da quella parte la strada era chiusa da transenne. Sono tornata di nuovo indietro, mi sono trovata davanti all’unico angolo dalla piazza che mi restava da vedere, quello sul lato della libreria Colacchi, che non c’è più e non si è trasferita nemmeno lei. Mi sono avvicinata piano, e questa volta ho avuto bisogno di trattenere anche il respiro, perciò non si sentiva davvero più niente. L’insegna non si vedeva bene, e l’ingresso della via era sbarrato.

Sono rimasta a guardare da lontano il profilo della nostra casa in via San Martino, l’ultima in cui abbiamo abitato insieme, io e te soli, prima di lasciare entrambi la città.
Avevo la testa vuota, Gigi, non ti so dire cosa ho pensato, e poi comunque che importanza hanno più i pensieri?
In cima alla salita di via San Martino si intravedeva il dedalo di viuzze della parte più antica della città. Sembravano accessibili. Allora sono tornata indietro un’altra volta, ho rifatto tutta la strada in un labirinto di vie aperte e zone rosse che non mi ricordo più (ho pensato una cosa, però, ed era: “Qui non c’è più nessuno, nemmeno i randagi”), finché ho trovato un’apertura inattesa, una transenna era stata sfondata e ci sono passata sopra. C’ero solo io in mezzo a cumuli di pietre e calcinacci, e poi, un attimo prima di rendermene conto, sono entrata in via San Martino.

Ma adesso sono più stanca dell’altra volta, Gigi, ho bisogno di riposarmi. Perdonami se anche in questa lettera ho scritto un poco male, come mi veniva:  scrivo in fretta, per paura di non fare in tempo a ricordare.
Continuo quando mi sento un po’ meglio, ma sarà presto, perché davvero mi devo sbrigare, le cose se ne vanno.
Buon tutto, sempre.

Lisa

 

* [Amelia Rosselli, C'è come un dolore nella stanza..., da Documento, in AA. VV., Poeti italiani del Novecento, a cura di Pier Vincenzo Mengaldo, Mondadori 1990, p. 1003]

Caro Gigi (pt. 1)

E non serve angustiarsi. Tutti sono pronti all’oblio persino nelle condizioni più favorevoli, e in un posto come questo, quando in realtà tante cose scompaiono dal mondo fisico, puoi immaginare quante ne vengono continuamente dimenticate. Alla fine, il problema non è il fatto che la gente dimentica ma che non sempre tutti dimenticano la stessa cosa.”
Paul Auster, Il paese delle ultime cose*

 

Caro Gigi,

ieri ci sono tornata.
La mattina prima stavo in cucina a bere il mio caffè, come tutte le mattine. Ho guardato fuori dalla finestra e, all’improvviso, senza neppure la giustificazione di una grave urgenza, un desiderio è venuto a trovarmi: “Io domani ci torno”. Nel pomeriggio ho controllato gli orari dell’autobus da Roma Tiburtina, la sera sono andata a dormire presto e il mattino dopo, alle otto, ero in macchina, diretta alla stazione. Dopo pochi minuti ho guardato l’ora anche se la sapevo già, come fanno tutti quelli che al mattino tentano di raggiungere Roma, e solo in quel momento, osservando i caratteri luminosi color arancio dell’orologio digitale, ho finalmente abbinato il 6 aprile a una data significativa, che avevo visto scritta tante volte sui giornali. Ero rimasta ferma a questo proposito che mi aveva fatto visita, “Io domani ci torno”, e non avevo legato il domani a un giorno particolare. Mi sono sentita un poco sciocca, tu lo sai che con le ricorrenze e le commemorazioni non ci vado tanto d’accordo, ed eccomi lì a partecipare involontariamente a una. Mi sembrava di ritrovarmi in mezzo al corteo di un funerale (pure coi funerali, sai anche questo, non ci vado d’accordo, viene sempre tanta gente che il morto l’avrà visto sì e no una volta o due, quand’era vivo).
Pensando ai giornalisti, alle telecamere, alle macchine fotografiche, ai cattolici coi rosari in mano, al turismo voyeuristico che avrei incontrato, mi è venuta la tentazione di tornarmene a casa, ma mi dispiaceva, temevo che la mia volontà non sarebbe più ricomparsa con una simile chiarezza come in quel momento, dopo tanti anni passati a dire ogni volta “Non ancora, non me la sento”. Allora ho proseguito, alle nove ero sull’autobus in partenza. Però, nel frattempo, continuavo a pensare quelle cose banali che siamo in grado di pensare in certe situazioni, “Che incredibile coincidenza”, “Che fatto curioso”, “Che cosa strana”.

La città quand’eravamo studenti, te la ricordi? Da ottobre a marzo, e oltre, dicevamo tra i denti “Che freddo porco”. Io arrivavo alle lezioni con la fronte gelata e il mal di testa, tu con le dita irrigidite e la pelle delle mani spaccata. Intorno a noi, in lontananza, sopra i tetti delle case, il profilo delle montagne innevate. Poi veniva il caldo, un po’ più in ritardo che in altre città, e da maggio a settembre, ma soprattutto a luglio, l’ultima sessione d’esame prima di andare via e tornare in famiglia, dicevamo tra gli sbadigli “Che caldo porco”. Le pagine dei libri ci si appiccicavano alle mani sudate, i vimini della sedia si conficcavano nel sedere – stavamo in mutande, io dicevo “Ma perché mi sono lasciata questo esame qua per luglio?” e lo davo a fine settembre.
Quando sono arrivata erano le dieci e mezza di un’insperata giornata di sole. Il nastro trasportatore che collega il terminal degli autobus alla piazza del Duomo non c’è più, allora ho dovuto fare un giro più lungo, passando per via Strinella. Non riuscivo a ricordarmi il nome di questa via, mi veniva via Pianella. A piedi per la strada c’eravamo solo io e qualche gatto. Sono passata davanti alla tabaccheria dei genitori di Valentina, te la ricordi Valentina? La tabaccheria era chiusa. Da lì sono risalita per quella scalinata che mi faceva ansimare già allora, quando avevo vent’anni e fumavo la metà di adesso. Solo agli ultimi cinque gradini mi sono resa conto che stavo sbucando all’ingresso di via Chiarizia.
De Vecchis si chiamava il proprietario dell’appartamento che dividevo con Stefania e Maria in via Chiarizia. Eravamo al terzo anno, te lo ricordi? Un giorno in quella via ci aggredì un cane randagio. Non era nemmeno tanto grosso, però io mi sentii male lo stesso, tu dopo ti arrabbiasti perché mi ero fatta venire un attacco di panico per un segugio di media taglia.
Ho oltrepassato l’arco, che non mi ricordo più come si chiama, e sono entrata nella città, nel centro storico della città.

Non ero preparata a entrare nella città, Gigi.
Non ci tornavo da quando avevo finito l’università, allora il centro storico c’era ancora tutto e odorava sempre di pane appena sfornato. Tu sai e capisci perché non ci avevo più messo piede, me n’ero andata. Se non lo sai e non lo capisci, sei rimasto scemo com’eri. Pure quando andai a discutere la tesi di laurea, un anno dopo il mio ritorno da Wolverhampton, cercai di farlo il più in fretta possibile, come un affare fastidioso da sbrigare, una bolletta da pagare, un conto da chiudere.
Il 6 aprile 2009, poi, mi trovavo di passaggio a casa dei miei, al paesello. Lì, al mare, sentimmo solo una scossa leggera, appena più forte di quella che eravamo abituati a sentire di notte quando i treni passavano vicino a casa. Vidi le immagini in televisione, mi limitai a telefonare a qualche vecchio amico dell’università, i pochi che non erano stati studenti fuori sede come noi, che lì ci abitavano da sempre, insieme alle loro famiglie: le case non ce le avevano più, ma loro erano vivi. Non provai alcun desiderio di tornare, di vedere. Pensai “Adesso non ci sono più nemmeno le cose, per poter ricordare”.

Adesso sono un po’ stanca. Le cose te le racconto un’altra volta, nella prossima lettera.
Buon tutto, sempre.

Lisa

* [Paul Auster, Il paese delle ultime cose, traduzione di Monica Sperandini, Guanda 1996, p. 87]