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Da soli è bene, insieme dovrebbe essere meglio

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Dopo una serie di precoci esperimenti giovanili più o meno lunghi e più o meno significativi, e prima di incrociare accidentalmente il sentiero di Le Sanglier, vi fu per me un tempo di intensa singletudine. Una preziosa condizione dell’individuo, a mio avviso. Uno status da dichiarare, in certe minuzie della vita di ogni giorno. Un motivo di vergogna, in alcune aree dell’Italia meridionale, se declinato al femminile. A tal proposito, si è già rilevato di sfuggita altrove come questa condizione venga diversamente interpretata secondo la cultura dei tempi e dei luoghi.
Non è il caso di enumerare i benefici che io vedo della singletudine, nonché di una piena solitudine di carattere più generale, ma qui si dirà solo che oggi, di tanto in tanto, mi sorprendo a lamentarne la nostalgia con Le Sanglier, il quale, essendo un mammifero tanto orgoglioso e caparbio quanto saggio e ragionevole all’occorrenza, annuisce ed esce a farsi un giro.

Ci concentremo sui disagi della singletudine.
Nell’epoca transitoria in cui mi davo da fare per mantenere inalterata la mia condizione, rilevavo mio malgrado due fenomeni assai spiacevoli per la vita dei singles, anche di quelli più accaniti e irremovibili.
Il primo si verificava al supermercato quando, dirigendomi al banco della carne preconfezionata alla fine di una giornata intensa che mi aveva fatto venire voglia di un cordon bleu fresco e già pronto da cucinare in tre minuti e mezzo, mi ritrovavo davanti all’esposizione di enormi porzioni di cordon bleu. “Pacco convenienza”, c’era scritto qualche volta sui cartelli promozionali scritti col pennarello rosso, oppure “Formato famiglia”. Io leggevo: “Se vuoi beneficiarne, ti conviene riprodurti. Intanto comincia a raccattare un fidanzato”. È così: non c’è posto per i singles in certi reparti del supermercato, non per quelli che non vivono più da tempo con la propria famiglia e vogliano portarsi a casa un cordon bleu già pronto, o al massimo due se ha molta fame, ed evitare uno stoccaggio che avrebbe sorte assai incerta anche nello scomparto congelatore del proprio frigo – dimenticanze di inaccettabile durata, furti ad opera di coinquilini affamati, abbandoni conseguenti a un trasloco. Il single vive alla giornata, non sa, non pianifica, non stocca. Ha cinque euro contanti nel portafoglio, non usa la carta di credito per una spesa di sei o sette euro, e vuole solo un dannato cordon bleu per la sua cena, o al massimo due se ha molta fame. Per cui spende i cinque contanti per una bottiglia di birra e per l’unica confezione di due cordon bleu che si è avvilito a scovare, va alla cassa e aspetta il suo turno mentre guarda coppie insidiate dalla quotidianità – lei animata dallo zelo, lui sfigurato dal tedio – e famiglie chiassose, tutti con i carrelli straripanti di pacchi convenienza (di cordon bleu, di yogurt, di carta igienica, di tutto). E, se l’andamento complessivo della giornata glielo consente e se ha certe singolari abitudini alla meditazione, il single ragiona in silenzio interrogandosi sul proprio profilo di consumatore.

Il secondo fenomeno si verificava all’atto di montare un mobile appena acquistato.
Ammiro l’efficacia del linguaggio iconico di alcuni libretti di istruzioni, in particolare di quelli svedesi. L’immagine illustrativa può non piacere, ma il messaggio è chiaro ed è questo quello che conta. Soprattutto, non è un messaggio banale. Senza lo spreco di una sola parola, il disegno preliminare ti avvisa: “Attenzione! Da soli è difficile, in due è facile. Da soli è brutto, in due è bello”. Non si sottovaluti l’impatto che un messaggio del genere può avere in un Paese che consuma prodotti in pacchi convenienza ed è al contempo esposto alla propaganda, diffusa in un curioso idioma dalla fonetica italo-tedesca, “Fate tutto per il pene della famiglia” (sic).
Io, esacerbata dai pacchi convenienza del supermercato, tentai un giorno di montare da sola un divano-letto a una piazza e mezza, portato a casa con fatica. Squadernai il libretto, noncurante del disegno a pagina 1 che pure mi aveva colpito per la sua forza comunicativa, e sparpagliai sul pavimento viti, cacciaviti, ferraglie, plastiche, e una bottiglia di birra. Mi resi conto presto che la prescrizione iconica, pur rappresentando un’ideologia che non mi sentivo di condividere, non andava sottovalutata. Il montaggio di un divano-letto a una piazza e mezza richiedeva un cervello di comune portata e quattro mani. Io avevo solo due mani. Anche tenendo ferme le sbarre metalliche con due piedi – decidendo di trascurare che l’uso dei piedi non fosse previsto – mentre con le mani si avvitava, si martellava, si congiungeva, i ripetuti tentativi si rivelavano un penoso fallimento. Finita la birra e perse due viti, chiamai l’amico Nosferatu, il quale, come mi aspettavo, si dimostrò entusiasta all’idea di poter camuffare la propria inconfessata passione per le costruzioni Lego con il nobile intento di aiutare un’amica in difficoltà nell’assemblaggio di un mobile, ma, come mi aspettavo, mi chiese di rimandare a un momento migliore, quando sarebbe stato più libero. Io, come mi aspettavo, non volevo rimandare. Fiera sostenitrice del Learning by doing, persi altre due viti e scolai un’altra birra, ma il divano, quel giorno, non lo montai. Non mi ricordo nemmeno come andò a finire nei giorni seguenti, se il divano lo montò Nosferatu, o l’amica Sam insieme al coinquilino, o Sam insieme a Nosferatu, o Svevo e Maria in una delle loro visite domenicali (in quest’ultimo caso, ipotizzo che Maria mi avesse chiesto: “A che ti serve un divano-letto da una piazza e mezza?” e che io, enumerando mentalmente i benefici della singletudine, mi fossi guardata dal rispondere con sincerità a mia madre, donna che si fidanzò a sedici anni e si sposò con lo stesso uomo a ventitré). Quel che mi ricordo è che non fui io a montarlo e che scattai una foto al monito raffigurato a pagina 1 del libretto, per ragionarci sopra e discuterne insieme ad altri compari spaiati, con l’idea di annotare prima o poi le mie considerazioni al riguardo.
Mentre ci andavo ancora ragionando, conobbi Le Sanglier.

Oggi, osservando i due individui che in quel disegno si guardano sorridenti, l’uno con un martello in mano e l’altro con una matita sull’orecchio, non mi sfugge certo il motivo per cui non mostrano la stessa faccia costernata dell’individuo solo e bandito, o perlomeno un’espressione che lasci intuire un umano momento di incertezza. Il motivo, ovvio, è che questo prodotto è facile, facilissimo da montare, purché tu sia ragionevole e ti faccia aiutare, secondo il modello vincente del Learning together. Meno ovvio, per me, è chi dei due sia io e chi Le Sanglier. Sapessi disegnare con la stessa efficacia di chi ha illustrato questi libretti svedesi, ne proporrei un’altra versione. Ma non so nemmeno scarabocchiare, perciò continuo a ragionare su quell’immagine, questa volta interrogandomi su come, esattamente, Ikea ritiene che le cose debbano andare.

  1. ovviamente, come dice chiaramente il disegnino, tu sei quella col martello, prima sola e incasinata in mezzo a un mucchio di assi sparse e poi sorridente, non più single, col tuo martello sempre in mano, pronta a darlo in testa a chi non ti va, principalmente a quello con la matita in testa, se non è abbastanza intelligente da farsi un giro ogni tanto

  2. Soluzione: Sam+Coinquilino
    Sam che monta anche le catene da neve alla macchina.
    Che armata di tenaglie spezza le catenelle, la stessa alla quale un operaio calabrese ha detto: “Tu queste cose le hai imparate al militare”.

  3. Ecco, sì. Sei stata tu insieme a Luigi, o come si chiamava. Però, appunto, vedi che ci volevano quattro mani? (invece il cervello di media portata di chi era? :-D)

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